|
maialino.blog |
|

Cari amici del Maiale, come state? Mi siete mancati da
morire!
Oggi abbiamo convocato una riunione speciale: dobbiamo parlare!
Dobbiamo parlare della Signora Susan Boyle.
Avete già capito di chi si tratta? Ne hanno parlato persino i tg italiani rubando spazio alla gossip notizia di Noemi! Roba seria dunque.
Ci riferiamo ad una Signora britannica apparsa nella terza serie di Britain’s
got talents, una specie di X factor, che ha sbalordito il pubblico per le sue
qualità canore.
Mettiamo subito le cose in chiaro.
Lo stupore generale nasce dall’incredulità che una Signora di 47 anni in sovrappeso, con i capelli bianchi, senza trucco e con due sopracciglia grosse quanto due spazzole dell’autolavaggio abbia una voce molto potente e commuovente.
Chi ha visto il filmato si sarà accorto che la presentazione di Susan Boyle sul palco lascia soltanto presagire una performance da corrida. E’ sufficiente notare l’espressione beffeggiatrice che appare sul volto di una ragazza non appena Susan dice di voler diventare
una cantante professionista. (A proposito,
come si faceva a sapere in anticipo che la tipa avrebbe fatto quella faccia?)
Accolta da risatine e scetticismo Susan canta la sua I dreamed a dream e sin
dalle prime note si guadagna una standing ovation e un applauso fiducioso.
Il resto della performance è alternato da inquadrature di espressioni
sbalordite, commosse, meravigliate.
Meravigliate…
Amici del Maiale, lo so, sono proprio un’attaccabrighe ma è proprio questo sentimento di stupore che non riesco a mandare giù! L’incredulità di fronte al fatto che le bellezze della vita non siano concentrate soltanto in chi nasce biondo, con gli occhi azzurri e con un fisico scultoreo. Ma come funziona questa logica?
Brutto fisicamente = stonato…e magari anche balbuziente, daltonico, dislessico,
demente e ignorante.
E perché? Qual è il nesso?
Siamo talmente scaduti da perdere anche la capacità di aspettarci qualcosa di divino da una creatura che non sia siliconata e che abbia più di 25 anni.
E l’amarezza si estende al pensiero che siano stati dei produttori televisivi a ricordare al mondo che le cose belle non si trovano solo in piccoli cloni di Britney Spears.
E’ questo che mi fa incazzare. L’incapacità di leggere il
mondo abbiamo sotto gli occhi e la necessità di avere qualcuno che lo interpreti
per noi, con tutti i rischi che qualsiasi traduzione comporta!
Qui il video

Quando ero piccola amavo giocare con la scatola dei bottoni di mia madre.
La teneva nel terzo cassetto del mobile sui cui era poggiata la tv e dentro c’erano nastrini di plastica già arricciati e pezzi di carta da regalo usati con lo scotch attaccato.
Nel cassetto c’erano anche le grosse forbici pericolose,
quelle che tagliavano a zig zag, il metro con un lato giallo e un lato blu e un
gesso per disegnare sulla stoffa. C’era anche qualche rotolo arruffato di pizzo
che mamma aveva trovato da qualche parte della casa e riposto con fretta con
l’intenzione di riarrotolarlo con cura quando avrebbe avuto più tempo.
Poi c’era lei, la scatola di bottoni.
Era una confezione di latta di biscotti che ci aveva regalato qualche parente emigrato in America. Era lilla e tutta ammaccata tanto che il coperchio non riusciva più ad aderire ai bordi. Dentro c’erano tantissimi bottoni colorati e piccoli oggetti che accendevano la mia curiosità: un pezzetto di calamita, una graffetta colorata, una spilla a forma di fiocco color oro e strass avuti in eredità da mia nonna.
C’era una quantità incredibile di bottoni di stoffa, di legno, intarsiati, con le ancore e piccoli e bianchi con qualche venatura marrone. Poi c’erano anche quelli con il filo ancora attorcigliato e quelli di ferro dei jeans, magari staccati da un vecchio jeans a vita altissima e stretto alla caviglia.
Mamma di solito prendeva la scatola quando doveva cambiarne uno, si sedeva con la maglia da sistemare sulle ginocchia e infilava lentamente l’indice tra i bottoni per far emergere quello più adatto. Mamma sapeva già quello che cercava, aveva una specie di archivio in testa. Io la guardavo e fremevo dal desiderio di infilarci entrambe le mani per sguazzare in quel mare di colori. Mamma ne sceglieva un paio, li poggiava sulla maglia e iniziava la finale.
“Metto questo o questo?” mi chiedeva piegando la testa a destra e a sinistra per
ogni alternativa.
Optavo sempre per quello più fucsia, anche se non era tra quelli che aveva
scelto lei, oppure, prendevo quello a forma di fragola che era caduto dal mio
grembiulino blu e glielo proponevo come valida alternativa ai suoi. Insistevo
pure….
Mamma ci pensava, ne sceglieva uno dei suoi e avrebbe voluto mettere la scatola al riparo da me anche se ormai intuiva che avrei voluto giocarci.
Se era serena me la lasciava per un po’ e il mio divertimento era quello di far scorrere nella superficie prima un ditino, poi due, tre e tutta la mano. Dopo anche l’altra finchè un ago nascosto nei bassifondi non mi punzecchiava o fin quando mamma non mi spediva a fare qualcos’altro per timore che il suo raccolto e quello di mia nonna andassero perduti. Saggia donna mia madre.
Ricordo la sensazione di ipnosi che provavo nel vedere quel concentrato di piccole forme e quell’intreccio incantevole, magico, casuale di bottoni che mi incitava ad impugnarli come se fossero stati coriandoli da lanciare in aria.
Forse adesso che riesco a controllare quest’ istinto mia madre sarebbe anche contenta di vedermi giocare con la sua scatola e mi chiedo se ancora c’è la spilla dorata e il bottone a forma di fragola che tanto mi piaceva.

Ancora pochi giorni e il freddo andrà via per un paio di mesi. Sono contenta
perché per diverse ragioni ho sempre avuto un rapporto conflittuale con i mesi
invernali.
La prima è che bisogna uscire vestiti come l’omino della Michelin. Innanzi tutto, come diceva mia mamma, ci vuole la maglietta “primaria”, quella 100% cotone a maniche lunghe con qualche ricamino sfarzoso sul colletto. Quella che mi ostino a non mettere mai perché mi fa sentire un animale impagliato.
Poi ci vuole una maglia “secondaria” e infine un maglione il più delle volte di acrilico che dopo un paio di lavaggi ha più palline di un albero di natale.
Sono assolutamente necessarie anche le scarpe blindate perché piove. Piove e se non ho lo stivale impermeabile come quello dei muratori che sguazzano nel cemento non riesco a sopravvivere nemmeno al primo giorno di pioggia.
Ma io sono ostinata e metto le scarpe che voglio sperando che gli dei della pioggia se la trattengano fino al mio ritorno a casa. Invece no, piove, l’acqua inzuppa anche i miei calzini a righe e per il resto del giorno cammino lasciando una pozza d’acqua per ogni passo.
In inverno mi gelano le mani, anche con i guanti. I guanti…che piaga! Non mi piacciono perché mi fanno perdere la percezione delle cose. Sono una di quelle donne cocciute che non li indossa nemmeno quando lava i piatti perché pensa di non sentire bene se c’è ancora dell’unto, figuriamoci se posso sopportarli per il resto della giornata!
Ditemi, chi di voi riesce a prendere con i guanti le monetine da due centesimi per pagare il giornalaio? Io non ci riesco, non in tempi ragionevoli e, infatti, ne sfilo uno che, puntualmente, mi cade a terra. Me ne accorgo sempre dopo, quando il freddo mi paralizza la mano e, se ho tempo, mi tocca ripercorrere i miei passi alla ricerca del guanto perduto. Quando non ho tempo me ne resta solo uno. Ho un cassetto pieno di guanti vedovi e qualche volta me ne frego e ne metto uno blu di pile e uno giallo di lana, così si fanno compagnia.
Quando fa freddo non vorrei mai alzarmi dal letto perché grazie alla quantità vergognosa di coperte riesco a simulare una temperatura tropicale. Però mi devo alzare lo stesso e odio l’escursione termica. L’inverno non mi piace perché ci sono le micro giornate e alle 4 di pomeriggio è già buio perciò devo accendere la luce.
Bisogna accenderla anche alle sette di mattina perché è così buio che non distinguo le tazzine dalle pentole quando invece io vorrei quella del sole. Quella che appare già dalle 6 di mattina e resta fino alle 8 di sera. Le giornate lunghe che mi danno la voglia e la speranza di riuscire a fare tutto in tempo perché è ancora giorno e c’è tanto tempo per tutto.
Vorrei le giornate di primavera, quando non c’è più l’escursione termica tra il letto e la stanza e non devo lasciare i panni stesi dentro casa per due settimane. Vorrei il gelato artigianale. I tavolini all’aperto dei bar. L’odore di mimosa per le strade.
Aprile e maggio. Vorrei la primavera, quando il sole non è ancora diventato troppo sicuro di sé e mi coccola al risveglio e mi incanta al tramonto.

Non ho mai capito perché le donne facciano sempre così tante storie quando si
accorgono d’avere le doppie punte.
Le doppie punte. Sembra quasi di parlare di un’arma letale cinese o di un sistema antievasione del supercarcere.
“Hai visto i capelli di Onofria? Ha le doppie punte……” Neanche stessero parlando della testa di Mudusa piena di serpenti.
Personalmente non ho mai avvertito questa piaga né ho mai considerato il parrucchiere un’essenziale componente della mia vita.
I capelli li lascio crescere per inerzia, li curo, li lavo, anche troppo, ma non li taglio finchè non mi viene voglia di farlo. In verità i parrucchieri non mi stanno simpatici.
Gli dici di non volerli tagliare e insistono, scendi a compromessi per qualche millimetro e poi vedi ciocche di 9 centimetri scivolare sull’asciugamano liscio. Ogni taglio una coltellata.
Loro si divertono, lisciano, tagliuzzano, zac zac zac zac e poi con la mano li scuotono per vedere meglio dove altro tagliare.
Ancora? Tagliare? Pazzi!!! Basta così oppure me ne vado con la testa bagnata e
con l’asciugamano di zorro addosso.
La verità è che quando vado dal parrucchiere non so nemmeno io cosa voglio.
Sono come quei bambini che piangono perché vogliono qualcosa ma non sanno dire cosa. Gli dai una palla e piangono ancora, il ciuccio, l’orsetto, la papera di gomma e s’imbronciano perché non è quello che volevano.
Non ricordo di essere mai uscita soddisfatta da un parrucchiere. Mi è anche capitato di tornare a casa e di rilavarli perché non sopportavo d’averli lisci e stirati come se ci fosse passato su un rullo per spianare il cemento.
Capelli lisci e ordinati? No grazie. Preferisco i miei boccoloni con la piega lasciata al caso e con un paio di amiche doppie punte che sbucano in qualche ciocca.
Che non se l’abbiano a male gli amici parrucchieri ma tanto le clienti come me meglio perderle che trovarle.

Il festival è passato e anche quest’anno nel mese di marzo, aprile, maggio
potremmo essere ancora una volta accompagnati, perseguitati dalle canzone
italiana.
Che bello, non vedevamo l’ora, specie perché sentivamo l’esigenza di avere una nuova canzone di Al Bano!
Mi sembra di aver percepito che il festival sia andato bene e che molti più italiani hanno trovato il coraggio e la pazienza per vedere tutte le serate dello spettacolo.
Bonolis, bisogna riconoscerlo, riesce a giostrarsi bene in ogni situazione e ha la capacità di far apparire e scomparire a suo piacimento la linea divisoria tra lui e il pubblico. E’ stato capace di rianimare uno spettacolo ritenuto morto già da tanto tempo e forse ha anche dimostrato che la scelta di scongelare sempre Pippo Baudo per l’occasione non è tra le più furbe.
Alzi la mano chi avrebbe il coraggio di vedere tutte le luuuunghe serate di festival condotte ancora dal rudere di Pippo.
E poi che dire della vincitrice tra le nuove proposte? Arisa, il suo nome è un acronimo dei nomi della sua famiglia mentre il suo vero nome è Rosalba Pippa.
Quando non canta ha la voce di Sbirulino, famoso personaggio di Sandra Mondaini, e ha uno stile tutto suo: occhialoni neri modello binocolo, taglio di capelli come il fante di coppe e abiti graditi soprattutto dal pubblico over 80. Ma Arisa piace con quella sua aria un po’ stordita e con tutta la sua genuinità. Piace perché tutto il resto ha un po’ stancato.
Evitiamo di parlare dei costi del festival, quindi, del compenso per Bonolis, di quello per Benigni e di tutto ciò che gira intorno allo spettacolo anche adesso che non si sente parlare che di crisi.
A proposito, approfitto dell’occasione per mandare un bacino a Marco Masini che, nonostante molti ritengono sia melodrammatico e portatore sano di sfiga, ha scritto una canzone che incarna bene il pensiero comune che sento sempre più spesso. Dicono che sia una canzone populista ma chissenefrega, in tante cose ha ragione e poi mi fa sempre sorridere quando canta le parolacce.
Mi ricorda quando ero bambina e tutti commentavano il suo “vaffanculo”. Forse è a questo che serve il festival, a ricordare qualcosa con un sorriso nostalgico.

Cari amici del Maiale, come va?
Oggi ho visto una vecchia pubblicità della Barilla e ho avuto un’improvvisa nostalgia di un ricordo passato.
Ho avvertito la mancanza dei papà intelligenti, non mi riferisco necessariamente a quelli in carriera, con l’impermeabile lungo e la 24 ore di pelle.
Parlo dei papà che avevano lo sguardo sveglio e gironzolavano in casa avendo un senso, pur senza incarnare la figura del padre padrone.
Uomini, erano uomini.
Da un paio di anni a questa parte lo stereotipo del papà è un po’ cambiato, declassato.
E’ sufficiente guardare qualche pubblicità per accorgersi subito di quanta considerazione abbiano.
L’esempio eclatante del padre imbecille ce lo fornisce la pubblicità della Tim: lui, uomo vitale e sveglio come un sarcofago, viene cordialmente preso in giro da figli e moglie senza nemmeno rendersene conto. Contento e fesso insomma.
Per non parlare di molti telefilm in cui i mariti sono una catastrofe e hanno delle battute prese in prestito dai Teletubbies.
Le donne, in compenso, hanno un ruolo da macho, si intendono di idraulica, cucina, sono delle amanti perfette, gestiscono i drammi dei figli, lavorano e hanno anche il marito in pugno. Apprezzo in tentativo di valorizzare la donna ma perché ciò sia possibile è proprio necessario svilire l’altra figura?
Ricordo che all’asilo la maestra ci faceva fare dei lavoretti per la festa del papà. Una volta abbiamo costruito un orologio di cartone e le 3, le 6, le 9 e le 12 erano state sostituite con la faccia di un papà (chiaramente col baffo 14 pollici) con diverse espressioni: sereno, triste, arrabbiato, stanco.
Da notare che su 4 stati d’animo 3 non sono il massimo della positività.
La maestra ci aveva detto che avremmo dovuto puntare le lancette sull’umore dei
papà ed, eventualmente, aspettare che la sua espressione cambiasse per
riposizionare le lancette dalla parte giusta.
Che umore avrebbero i papà stereotipati di oggi? Sarebbero sempre con le lancette puntate tra il ridicolo, l’addormentato e il giulivo.
Cari papà reali, non ve la prendete, so che siete capaci e che cercate di giostrarvi tra mille difficoltà ma è proprio per questo che mi chiedo perché ci sia tanta ostinazione nel diffondere la figura del padre idiota.
Sarà l’effetto “piccoli bamboccioni crescono” oppure ci piace sempre vedere penose caricature della realtà?

Cari amici Maialini, come state?
Io sono proprio felice perché adesso è iniziato il grande fratello e i personaggi della casa sono davvero delle persone interessanti.
Si dice che il Gf sia un microcosmo che rappresenta la società in miniatura e che tutti i partecipanti siano dei coraggiosi portavoce degli italiani. Mi chiedo però dove siano finiti gli anziani perché non mi pare d’aver visto la faccia di un over 60 con il minimo di pensione e non ho visto nemmeno qualche mamma stanca con le occhiaie e i chili di troppo.
Eppure, a pensarci bene, in mezzo alla società ci sono anche loro. Sarà un problema di estetica oppure di audience?
Ma adesso si crea anche un’altra grossa complicazione. Come si fa a conciliare il Grande Fratello con X factor? Questo non è un problema da poco e non si può certo risolvere con un po’ di furbo zapping. Qui ci vuole almeno un registratore!
La più intelligente è la De Filippi che ha praticamente il monopolio di canale 5 e la puntata serale di Amici non coincide con altri super show televisivi della rai. Veramente adesso che l’isola dei famosi è finita c’è “Ballando con le stelle” che può allietare le nostre serate ma, se dalla regia mi dicono bene, dovrebbero esserci anche altri interessanti programmi come La fattoria, la Talpa e il tg di Emilio Fede. Insomma, a guardare la tv non ci si annoia proprio mai.
Ci sono sempre tanti colpi di scena e tanti scandali nuovi da commentare. Per fortuna dopo pranzo c’è anche la trasmissione distensiva Uomini e Donne che stimola la digestione meglio di qualsiasi yogurt e poi i partecipanti sono davvero bravi!
Ieri, per esempio, c’è stata una puntata meravigliosa: c’era un tizio che ha detto ad una ragazza già abbastanza stecca che “s’è ‘ngrassata un pochetto” e pensate che su questo sono riusciti a discutere per almeno mezz’ora buona. Lei si è offesa e sono ritornati a galla i discorsi ignoranti sulla magrezza che fanno tanto bene a tutte le teenagers che stanno fermentando i loro complessi e a tutte quelle che da anni vivono felicemente avvolte nel loro bozzolo di malattia.
La tv è proprio un toccasana per rallegrare la giornata, è soprattutto piena di messaggi educativi che rafforzano il nostro rigoglioso senso civico. Per fortuna vengono censurati i baci gay nei film ma vengono lasciate le scene di sesso spinto tra persone che si conoscono da due minuti e anche quelle violente con i morti ammazzati che ci piacciono tanto.
Questa sì che è vita, questa sì che è tv! Ma, purtroppo, i miei pensieri non sono affatto una novità perché già da molto tempo c’è stato chi si è accorto dell’ingegnosità dei nostri mezzi di comunicazione …
Ascoltate la canzone, ne vale la pena. http://www.youtube.com/watch?v=IIi8sJGAn-Y&feature=related

Cari amici del Maiale, mi sento snella come un arancino e agile come un
polpettone ripieno di uova e formaggio.
La verità è che ogni anno provo a non cadere in tentazione e invece cado sempre nella rete dei cenoni e dei pranzi formato battaglione per poi arenarmi vicino al divano e sperare di sopravvivere fino al pranzo successivo.
Ci sono occasioni in cui mi accorgo che i miei parenti si alzano da tavola e si spaparanzano sul divano con la respirazione affannata delle trote pescate da poco.
Ogni anno la promessa è sempre la stessa: la prossima volta niente cenoni pesanti, la prossima volta, niente zampone lenticchie e patate e niente dolcini tipici locali dopo un pranzo con 8 portate.
Eppure, anno dopo anno, i fornelli si infiammano con la stessa intensità e le padelle abbrustoliscono i cibi della tradizione.
Parenti e amici approfittano dei giorni di riposo per presentarsi di fronte alla porta di casa e lo spirito natalizio invoglia a trascorrere del tempo insieme, forse anche più di quanto se ne trascorre solitamente durante i restanti mesi dell’anno.
Ritornano a galla vecchi cugini anche mai visti e alcuni amici riassumono di fronte alla frutta secca le vicende della loro vita più recente. Ci si dilunga tra chiacchiere e fette di pandoro, lasagne e auguri per un felice anno nuovo e intanto, tra sorrisi e regali da scartare, ci sentiamo i pantaloni stringere in vita mentre in tv non si nomina più in maniera tragica la crisi economica e i canali sono invasi da film con bimbi protagonisti che devono salvare il natale da un’invasione aliena servendosi dell’aiuto di renne parlanti.
Natale e cibo vanno di pari passo anche se non è bello dirlo. Queste Feste dovrebbero darci modo di riflette un po’ di più, trovare un equilibrio migliore con noi stessi e con gli altri ma sembra che per farlo sia necessario ricorrere al buon vecchio rito della condivisione della mensa.
Cari Maialini, se anche voi siete entrati nella spirale dei cenoni natalizi cercate di goderveli fino all’ultima briciola perché anche la sfumatura più piccola e il sapore più scontato contribuisce a costruire i vostri più bei ricordi.
Tra qualche settimana, quando gli addobbi spariranno dalle città e le vetrine non saranno più piene di fiocchetti rossi e neve artificiale si sentirà parlare solo della dieta del sedano e del finocchio. Per stare a stecchetto c’è tutto il resto dell’anno!
Ciao Maialini, vi mando un abbraccio natalizio e fedele a quanto scritto finora vi dedico con amore l’ultimo cioccolatino rimasto nella scatola bianca che mi sta implorando da ore di porre fine alla sua angosciosa solitudine.
Buone feste

Quand’è che i produttori di cosmetici metteranno anche un uomo a fare la
pubblicità di rossetti, fondotinta e mascara super allunganti?
Non è ormai più un mistero che molti uomini, compresi quelli italiani, cercano di darsi qualche lieve ritoccatina al volto per essere più gradevoli al pubblico femminile.
Il rossetto e i lucidalabbra, per esempio, sono gli strumenti preferiti di Giuseppe Lago (ex tronista ed ex naufrago) mentre Sergio Muniz preferisce un po’ di ombretto sulle palpebre perché “esalta da Dio” il colore dei suoi occhi!
Le incipriate e le spiumate di sopracciglia piacciono anche ai calciatori famosi come Fabio Cannavaro che prima della partita si sfoltisce le sopracciglia. Si dice che porti sempre con sé uno specchietto da borsa e il kit delle tenaglie per strapparsi i peli di troppo e avere lo sguardo da macho sensuale.
Francesco Coco, invece, adora farsi delle belle spalmate di cerone sulla faccia tanto che alcune volte sembra la Gioconda.
Ci sono poi i vanitosi ufficiali che amano il maquillage e non temono di mostrarlo al pubblico: Morgan, per esempio, oltre all’ombretto ben marcato sugli occhi, ama gli smalti con le tinte forti che vanno dal blu mare in tempesta al blu elettrico Bluetooth.
Gli piace tantissimo mettersi lo smalto e poi soffiare sulle unghie per farle asciugare prima con “Bitch” in sottofondo come Mel Gibson in What Women Want. E, infine, spicca tra i vanitosi Jonathan, ex gieffino e conduttore di un programma di moda.
Lui adora, adora, adora, avere il viso sempre molto fresco e pulito. Adora le fasce per capelli e ogni genere di cosmetico. Senza timore si presenta di fronte ai riflettori con occhi ben truccati da matita e ombretto, lucidalabbra color timida perla sulle labbra e varie spalmate di fondotinta e fard nelle guance.
A distanza di tempo il dibattito sugli uomini truccati ritorna a galla creando la divisione tra chi lo preferisce cavernicolo e chi lo apprezza super profumato di crema al sandalo e fiori di loto.
Noi? Noi siamo Maialini e apprezziamo, invece, chiunque sia
in grado di esprimere quello che ha veramente dentro.
http://www.youtube.com/watch?v=B_Qg3o6x4P0

Quand’ero bambina, non appena arrivavano le vacanze di
natale, mia madre mi costringeva a mettere il maglione rosso con le casette per
andare a trovare una vecchia zia.
Era una di quelle classiche zie che tengono sempre sparse per casa confezioni varie di medicine inconsuete, che vestono con gonnoni lunghi fino a metà polpaccio e che portano da circa vent’anni i capelli corti cotonati e magicamente ondulati sempre nello stesso modo.
Il piacere più grande della zia era quello di stupirci con racconti catastrofici sulle sue pessime condizioni di salute, ogni conversazione finiva per essere l’apocalisse dell’intestino e ormai sapevamo a memoria tutte le medicine che prendeva per questo o quel malessere.
Vi dirò, la Zia non se la passava poi tanto male ma ormai aveva sviluppato una specie di ipocondria amica e adorava poter dire di aver avuto l’ultimo effetto collaterale riportato sui foglietti illustrativi che, statisticamente, prende solo allo sfigato e alle cavie da laboratorio moribonde.
Per una bambina di 8 anni non è il massimo del divertimento. Il più delle volte
mi sedevo sul bracciolo del divano oppure di fronte al caminetto e fissavo la
collezione di bomboniere vecchissime, l’orologio con il tic forte e il piatto
sul tavolo coperto con il fazzoletto di carta.
Sapevo ormai che sotto quel tovagliolo c’erano le ciambelline che mi piacevano da morire, un sapore che nessuna mulino bianco avrebbe potuto eguagliare. La zia mi offriva sempre le caramelle Rossana che sputavo con grazia in un tovagliolo dopo qualche minuto perché non sopportavo il sapore. Con stupore le ho riviste qualche giorno fa tra gli scaffali del supermercato e sarei tentata di riprenderle solo per ricordami la pessima sensazione.
Avete ragione, sono una nostalgica!
Poi la zia mi offriva le ciambelline, sapeva che mi piacevano, sapeva che tutti le adoravano e le imploravano la ricetta. Lei, nonostante i lamenti, adorava cucinare e aveva una miriade di segreti che non avrebbe svelato nemmeno sottotortura.
Crescendo sono rimasta sempre un’ammiratrice della sua cucina, non ho smesso di scervellarmi per capire quale fossero gli ingredienti segreti ma a nulla sono valsi i corteggiamenti per saperli.
Nessuno ha mai avuto una ricetta giusta dalla zia, nessuno ha mai saputo come facesse a preparare cose tanto buone come quelle ciambelline che non assaggerò più.
Qualche giorno fa la Zia, dopo aver passato 30 anni a dirlo, è morta davvero.
Non so dove voglio arrivare ma questa cosa mi ha lasciata perplessa. Adesso mi
sembra quasi d’aver per sempre chiuso con una parte della mia vita e mi dispiace
che di lei non sia rimasto nulla di ciò che le piaceva fare di più.
Penso a come sarebbe stato bello riproporre ai miei figli le stesse cose e dir loro “ecco, questa era una vecchia ricetta della zia” e magari tramandare quella che poteva essere una tradizione di famiglia.
Forse il mio pensiero è che l’avidità del sapere è sempre fine a se stessa. E’
un peccato privare gli altri della propria esperienza e della propria arte.
Bisogna lasciare almeno un segno nella vita degli altri, almeno nel cuore.
Ciao Zia.

Uno studio britannico ha deciso di spiegare i motivi per
cui molte persone si danno all’alcol fino a renderlo un elemento irrinunciabile
della loro vita. Insomma come mio zio Pasquale che si scolava una bottiglia di
vino locale e pranzo e a cena perché diceva che “il vino scioglie i grassi e
aiuta la digestione”.
Poco importa se la sua panza da foca al sole stentava ad essere coperta anche dalle magliette bianche trasparenti.
Ebbene, secondo gli studiosi britannici ci sono diversi tipi di bevitori, più o meno pirla:
gli edonisti: ossia i fanatici dell’alcol che lo usano per darsi un tono e incoraggiano gli altri a fare altrettanto. In realtà pochi sanno che ricevono una percentuale dalle case di alcolici per intrufolarsi alle feste e pubblicizzare i prodotti.
- i 'macho': bevono da tanto tempo e sono convinti di saper gestire il vizio. Per la serie “Ei piccola, quand’ero piccolo mia madre mi allattava con la vodka! Mi preparavano il semolino con la birra.”
- gli stressati, invece, sono quei poveri cristi che cercano uno sfogo alla frustrante vita che si stanno costruendo. Dunque, bevono per cercare riparo dai tanti pensieri assillanti. L’alcol è usato come sostituto ad un qualsiasi ansiolitico antidepressivo. Non so quale sia meglio.
- gli 'amici': utilizzano l’alcol come collante del gruppo. Bere è un modo per stare insieme, per dimenticare quanto sia imbecille il tipo di fronte e volergli bene nel buon nome del martini. In piena sbronza possono seguire cretinate di vario genere come: cassonetti della spazzatura sposatati di una ventina di metri, citofonate ai portoni e fuga, bagni nelle fontane, trenini di Brigitte Bardot ai giardinetti comunali. Non manca il classico imbuto in cui versare la birra ad ogni membro del gruppo mentre gli altri assistono allo spettacolo si gasano come una tribù australiana di fronte al propiziatorio porco scannato.
- i 'gregari': sono forse le persone più tristi che bevono per sentirsi accettati da un gruppo. Sono quelli che accettano che gli si versi nel bicchiere “tre dita” di vino. Ingenui. Non sanno che quel poco è sufficiente per non accorgersi che il tizio al suo fianco continuerà per tutta la serata a riempirgli il bicchiere per il gusto di vederlo saltellare come un puffo cantando “trallallarallalla”.
- i 'conformisti': bevono perché bere è bello e perché l’happy hour è un’occasione che va sfruttata.
- i 'dipendenti': sono domiciliati al pub. Si vedano i tipi dei film che tirano fuori dalla giacca la bottiglietta piatta, oppure i personaggi maledetti che tengono la bottiglie dentro un sacchetto di carta marrone e bevono camminando per strada. Quanti stereotipi girano intorno all’alcol!
Nello studio britannico manca la categoria di mio zio che beve per sgrassare l’intestino e mancano anche per persone sole, quelle che pensano di non meritare più affetto dal mondo e lo cercano in un bicchiere.
L’alcol può nascondere tante tristezze e può far male anche a chi vive intorno a chi ne è dipendente.

A quanto pare ci piace sempre auto commiserarci.
Ogni cosa, bella o brutta che sia, diventa sempre uno stress.
Ne ho avuto la certezza quando ho letto un titolo: “stress da rientro dalla vacanze”…. ho fatto due calcoli e ormai non c’è un evento che non provochi logorio.
Prima delle vacanze si parla di “stress della partenza” perché c’è l’ansia di lasciare la mondezza a fermentare dentro casa, il timore di ritrovare solo l’asse da stiro e la pentola a pressione, l’ansia di non trovare la macchina e persino lo stress sul posto di vacanza per motivi che non ho mai voluto leggere fino in fondo.
Si parla anche si “stress per il rientro” associato all’ansia di salire sulla bilancia. Ormai l’ansia del peso ci accompagnerà fino alla tomba e anche per entrare in paradiso bisognerà pesare meno di una nuvola.
“Stress con il partner” perché la vita di coppia dopo tre settimane diventa routine e bisogna sempre stare attenti a scongiurare questo grave pericolo di monotonia.
Stress perché tra quattro mesi sarà natale e per molti il rientro nel mondo del parentame è più fastidioso e falso della risata di Carlo Conti. Aggiungiamoci anche un po’ di ansia per trovare i regali giusti e, chiaramente, quello onnipresente della bilancia.
Dopo lo stress il natale ci sarà quello per il rientro a lavoro per poi provarne altro quando sarà la volta di decidere con il partner la meta per le successive vacanze.
Stress perché, nel frattempo, cambieranno le stagioni e il sole che tanto sciupata la pelle sarà rimpiazzato dalla caduta delle foglie autunnali, stressanti anche quelle, ovviamente. Stress perché a causa di tutti gli eventi precedenti è nata anche una simpatica ulcera, fedele compagna di incazzature, e per una visita sarà necessario aspettare almeno altri 3 mesi.
Stress da bolletta, da fine mese, da cibi precotti, da incontri indesiderati, da scadenze, da vacanze, da postvacanze e da relazione di coppia.
Mi chiedo, saremo mai capaci di sorridere senza provocarci anche uno stress muscolo facciale?

E se fosse davvero Denise Pipitone?
Cari amici maialini, ieri sera ho letto la notizia sul ritrovamento in Grecia di una bimba di otto anni che parla la lingua italiana, con una piccola cicatrice sulla guancia e somigliante a Denise Pipitone.
La descrizione corrisponde ma non si tratta della prima segnalazione che in questi 4 anni hanno ricevuto le forze dell’ordine.
Insospettisce anche il fatto che la bimba viveva con una donna trentenne ma che dagli esami non risulta essere la sua vera mamma.
Il test che incrocia il dna della bimba con quello di Piera Maggio è in fase di elaborazione, domani si dovrebbero sapere i risultati.
Vi confesso che in un certo senso mi sento coinvolta anch’io in questa storia.
Per anni abbiamo assistito agli appelli accorati della mamma e le fotografie della piccola con i codini sono ormai impresse nelle menti di tutti.
Non voglio illudermi ma sarebbe bello se per una volta fosse il bene a trionfare e se gli sforzi fatti finora trovassero un loro senso.
Un buon 80% di me è convinta che questa sia la volta giusta, altro 20%, scaramantico, continua a pensare che si tratti della solita falsa segnalazione.
Aspetto la notizia, come tutti gli italiani che ormai si sono affezionati alla piccola, e se davvero sarà lei so già che mi scapperà qualche lacrima di commozione e poi mi sentirò una deficiente per essermi commossa di fronte alla tv.
Cari Maialini, incrociamo le dita e speriamo di poter chiudere una volta per tutte questa storia con un bel lieto fine.

Cari Maialini in ascolto, vi prego, ditemi che
l’avete vista anche voi l’eclissi parziale!
La sera del 16 agosto 2008 il cono d'ombra terrestre ha coperto circa l'80% del disco lunare ma non tutti lo sapevano probabilmente perché ad agosto l’Italia muore, viene risucchiata da un buco nero e non esiste più niente e nessuno: esercizi, uffici burocratici, negozi, servizi…..niente!
Sono tutti in vacanza e anche l’informazione lascia il posto soltanto ai lati B e G delle donne famose.
Erano in pochi a sapere dell’eclissi: non avevo letto né sentito nulla dai giornali e dalla tv e me ne sono accorta per caso.
Sono una nostalgica malinconica romanticona non dichiarata sono uscita sul terrazzo di casa per dare uno sguardo alle stelle.
Ma la luna?
La luna aveva qualcosa di strano. Ho subito pensato ad un’eclissi ma accanto a me c’era chi diceva si trattasse di nuvoloni stronzi, di un aereo con gli abbaglianti e c’era persino chi ipotizzava con profonda convinzione che una parte di luna doveva essersi fulminata. (Ora siete autorizzati a farvi strane idee sulla gente che frequento! )
E’ bastata una digitatina giusta su google per scoprire che il 16 agosto sulle nostre testa c’era un meraviglioso spettacolo della natura: eclissi parziale che avremmo potuto rivedere soltanto il 31 dicembre del 2009.
Cari amici Maialini, come immaginerete la mia serata è stata un vai e vieni dal balcone per guardare e riguardare la luna fulminata.
C’è stato un momento in cui ho pensato che anche la luna ha deciso di piantarci in asso e di andarsene in vacanza, poi il mio tasso di poesia è aumentato dello 0.3 % e ho pensato che voleva farci capire quanto sarebbe vuoto il cielo se andasse via.
E’ il suo modo per richiamare l’attenzione e per sentirsi ancora corteggiata…del resto è una femmina anche lei!
“...luna non essere arrabbiata,dai non fare la scema...il mondo è piccolo se visto da un'altalena....”
Questa non poteva mancare….da notare la convinzione di Gianni…

La tristezza delle olimpiadi!
La bambina con il vestito rosso, Lin Miaoke, che ha toccato i cuori dei 90 mila spettatori dello stadio con la sua vocina melodiosa è stata soltanto la controfigura affascinante di Yang Peiyi, la vera cantate della cerimonia d’apertura delle olimpiadi.
La controfigura ha 9 anni mentre la seconda bimba ne ha sette ed è lei ad aver ricevuto in dono dal cielo una vocina tanto melodiosa.
E’ stata però meno apprezzato dai responsabili della cerimonia il suo aspetto fisico ed è stata esclusa dall’obiettivo delle telecamere perché “non telegenica” e, soprattutto, a causa della sua dentatura irregolare.
Ragionamenti che andavano molto di moda verso il 700 o l’800, quando i figli brutti e storpi venivano fatti crescere come bestie dentro stalle o stanze nascoste della casa.
Chiaramente il caso della piccola Yang non è così disperato, lei ha soltanto un apparecchio e, a maggior ragione, non c’era alcun bisogno di rinchiuderla dietro le quinte.
Siamo proprio messi male eh! Mi chiedo cosa avrebbero fatto gli organizzatori se al posto di Yang ci fosse stata una bambina down….l’avrebbero fucilata dopo la canzone per farne sparire le tracce?
La storia di Yang è triste perché ci sbatte in faccia il mondo d’apparenze che stiamo edificando e lasciando in eredità agli altri.
Ci mette di fronte alla dilagante superficialità anche se almeno ci dovrebbe suggerire che non tutto quel che luccica è oro. I cinesi sono stati formidabili: un playback lì, un’immagine registrata di là e sono riusciti a realizzare un’apertura spettacolare senza sbavature e imprevisti.
Giusto per ripeterlo, anche i fuochi d’artificio erano frutto di registrazioni girate preventivamente per timore che lo stesso giorno dell’inaugurazione ci fosse foschia e nebbia.
Show must go on. Giusto, andiamo avanti ma almeno non facciamoci fregare così, non calpestiamo la dignità umana, proviamo anche a dubitare, iniziamo a non pretendere la perfezione e l’ordine soltanto apparente.
Solo così si può restare vivi dentro e solo così si può davvero imparare a vedere tutte le meraviglie che ogni giorno ci passano sotto gli occhi e che, ubriacati di vuoti come siamo, non riusciamo nemmeno più a scorgere.
La sedia elettrica al luna park.
Solita frattura tra scandalizzati che ritengono si sia arrivati ad un punto di non ritorno della morale e assuefatti dalla violenza e dallo scandalo che valutano il gioco come l’ennesima trovata per far soldi ma nulla più.
Il gioco della sedia elettrica funziona così: si inserisce un euro nella scatoletta e la macchina si mette in moto, un suono annuncia l’inizio dell’esecuzione e la prima scossa agita il manichino.
Segue un’escalation di potenza e movimenti sempre più agitati del manichino che trema sotto gli occhi curiosi e divertiti dei paganti. Il manichino frigge e si agita proprio come farebbe un uomo e poi, dopo aver regalato un barbaro spettacolo, si accascia su se stesso morto e ancora fumante.
Il gioco è finito, il manichino si ricompone, la macchina è già pronta per una nuova esecuzione dell’uomo calvo e con i muscoli facciali già tirati dal dolore.
Gli assuefatti dicono che si tratti di una simulazione uguale a tante altre, un gioco non diverso dalle tante sparatorie che siamo abituati a vedere anche nei tg “La sedia elettrica fa parte della vita, far finta che non esiste è poco realistico!”
Altri si indignano e pensano "Il Signore scruta giusti ed empi, egli odia chi ama la violenza". (Salmi 10[11]:5) Ma se non c'è nessuno che lo ascolta, come potremo avere una civiltà più pacifica?”
Personalmente credo che il gioco sia una mancanza di rispetto innanzitutto verso tutte quelle persone che spendono la loro vita e le loro energie in campagne di sensibilizzazione per l’abolizione della pena di morte, per il ruolo rieducativo della pena, per i diritti dell’uomo e anche per la formazione-educazione dei bambini.
Se è così divertente vedere uccidere uomini in maniera alternativa inviterei gli amanti del luna park a guardarsi qualche documentario in più sull’olocausto, lì la morte si vede davvero, ma forse fa meno ridere?
Infine, se dovessimo considerare la sedia elettrica un comune metodo punitivo che fa parte della nostra realtà, come minimo ci sarà d’aspettarsi che il prossimo giochino da luna park sia la simulazione di una lapidazione ancora oggi presente nella realtà dell’Iran, Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Afghanistan e Yemen.

Dal mio preferito….
“E quando fuori dalla tua finestra il cielo si fa più grigio, e quando dentro i tuoi pensieri si insinua un senso di amarezza, e quando avverti una crescente mancanza di energia, e quando ti senti profondamente solo... ecco, quello è il giorno dell'appuntamento con il bilancio della tua vita.
Generalmente non è un bel giorno. Non tanto perchè il cielo si fa più grigio, tanto perchè tu ti fai un po' più schifo.
Dunque….. il lavoro.
Il lavoro non manca, voglio dire... c'è anche chi ce l'ha…. Ma in genere non
gode.
Impegno sociale, morale, civile... mi viene da ridere!
La salute finchè uno ce l'ha non ci pensa... non resta che l'amore, la sfera degli affetti, dei sentimenti.
Forse dentro è la cosa che conta di più, che poi quella almeno ce la scegliamo da noi... UN DISASTRO!
Ma se si fallisce sempre ci sarà una ragione, dov’è che si sbaglia?
"Colpa mia, colpa tua...". Io a quelle cose lì non ci credo. L'errore deve essere prima, non una cosa recente.
Probabilmente da bambino, un errore che ha influenzato tutta la nostra vita affettiva, chi lo sa. Forse il famoso Edipo, forse "mamma ce n'è una sola..." (anche troppa). Oppure nonni, zii, fratelli, insomma figure.
Fotografie dell'infanzia che rimangono dentro di noi per tutta la vita. Sì, un errore innocente, impercettibile... che poi con il tempo si è ripetuto, moltiplicato, ingigantito... fino a diventare GRAVISSIMO, IRREPARABILE.
Già... ma perchè l'errore si ingigantisce? Deve essere un po' come quando a scuola facevamo le equazioni algebriche. Cioè, tu fai uno sbaglietto, una svista di un più di un meno... chi lo sa. É che poi te lo porti dietro... e nella riga sotto cominci già a vedere degli strani numeri.
E dici "vabbè, tanto poi si semplifica...". E poi numeri sempre più brutti, sgraziati, addirittura enormi, incontenibili, schifosi! E alla fine
![]()
E ora prova un po' a semplificare!
Non c'è niente da fare, la matematica deve avere una sua estetica!
![]()
Bello! La semplicità... forse per fare bene un'equazione è sufficiente avere
delle buone basi, ma per fare una storia d'amore vera e duratura è necessario
essere capaci di scrostare quella vernice indelebile con cui abbiamo dipinto i
nostri sentimenti.”

Spiega la figura dell’ape Maya presente nel sabato del
villaggio di D’Annunzio.
Poteva essere una buona traccia per i maturandi 2008.
Certo che bisogna essere davvero fortemente ignoranti per sbagliare persino le tracce per tutt’Italia.
Ma poi mi chiedo: come si fa a non avere nemmeno uno scrupolo e a non ricontrollarle mille volte?
Bisogna essere imbecilli, imbecilli doc, con tanto di marchio a fuoco sulla coscia!
M’illumino d’immenso: cosa scoprì Watt quando pronunciò quest’espressione?
La figura di Mary Poppins ha tracciato le nuove linee per la donna del domani. Sviluppa l’argomento facendo anche riferimento al ruolo della super borsa capiente e dell’ombrello volente della governante inglese.
Un’altra traccia riguardava il ruolo della donna. Ancora! La vera originalità sarebbe parlare dell’uomo. Sai quante belle varianti: uomo militare, politico, gay, papà, farfallone, lavoratore, maschilista... Parliamo del maschio e di come si è evoluto e adattato al nuovo ruolo della donna. Parliamo anche del fatto che l’incarico delle tracce era stato affidato ad una donna e ora ad un uomo….
Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha sostituito il presidente della struttura tecnica per gli esami di Stato, Caterina Petruzzi, nominando il professor Luciano Favini. Nei prossimi giorni verranno nominati altri dirigenti tecnici per perfezionare l’operato del prof. Favini.
Non manca più nessuno, solo non si vedono i due liocorni.
Ma quanta cazzo di gente dobbiamo nominare per delle tracce di maturità? Basterebbe accertare che una persona, una soltanto, fosse un po’ istruita o conosca l’antica usanza d’aprire i libri. Il principale requisito richiesto è l’umiltà di riconoscere almeno fra sé e sé “Accipicchia, sono ignorante come un manico di padella e devo fare le tracce. Quasi quasi apro il l’antologia o chiamo mia nipote che ha finito il quinto ginnasio.”
Ma perché non affidare l’incarico a Piero Angela o al figlio? Almeno siamo sicuri che qualcosa la sanno.
Solo in Italia succedono queste cose, solo qui si tira un sospiro di sollievo per la sospensione dell’ex responsabile Caterina Petruzzi perché, conoscendo il nostro modo di fare, ci sarebbe stato anche il rischio di lasciarle il posto perché è comunque una persona simpatica e prepara un’ottima focaccia con speck e pistacchi.
Sento dire “…almeno l’hanno sollevata dall’incarico!”
Già….E questa dovrebbe essere la nostra più grande consolazione? Qui l'Asino

“Gran parte dei rifiuti della Campania sono arrivati dal
nord. Ne sia consapevole l'opinione pubblica delle regioni settentrionali".
Si tratta dell’ultima dichiarazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha fatto molto discutere per la sua onestà.
Avrà forse letto anche lui il libro di Saviano?
Napolitano ha ricordato che buona parte dei disagi in Campania sono dovuti anche alle mosse poco leali delle regioni settentrionali e ha implicitamente invitato il settentrione a storcere poco il naso di fronte ad una situazione tanto tragica.
Napolitano ha continuato dicendo “i provvedimenti per la Campania non sono più rinviabili.”
Ma davvero?
Non sarebbe meglio aspettare un altro pochino? Parliamone dopo le vacanze d’estate, dopo il caldo di luglio! Anzi, rinviamo tutto dopo ferragosto e nel frattempo chiediamo se in Europa c’è qualche centrale nucleare che ha anche qualche bidone di scoria radioattiva da aggiungere al mucchio.
Napolitano ha continuato il suo discorso ribadendo che in una situazione così grave spera “prevalgano la comprensione e la disponibilità tra i cittadini, con gli opportuni chiarimenti, ma senza smarrire il senso dell'urgenza e, nel modo più assoluto, il senso della legalità.
In questo modo potrà essere possibile trovare soluzioni sostenibili per l’emergenza rifiuti e condurre anche una battaglia vincente contro la camorra".
Non si può discordare dal pensiero di Napolitano ma ci terrei soltanto a precisare ciò che le sue parole lasciano intendere a buoni ascoltatori.
I rifiuti del nord sono rotolati al sud perché c’è stato qualcuno pronto a dargli una buona spinta e qualcun altro disposto ad accoglierli. Come in ogni sporco gioco ogni ruolo ha vantaggi e prezzi da pagare e spesso si ottiene un vantaggio perché sono terzi a pagare, ancora meglio se si tratta di civili.
Dunque, in questo vizioso giochetto mafioso sarebbero pienamente coinvolte almeno due parti: Nord e Sud. E’ facile capire che criminali sono anche tutti coloro che accettano e si piegano ai compromessi della mafia e che, contrariamente allo stereotipo del boss latitante infognato tra le montagne, vivono egregiamente le loro vite quotidiane forse godendo anche di fama rispettabile e onesta.
Ricordiamocelo più spesso che la mafia non è fatta solo di mandolini, pizzini, baciate di mano, bretelle e coppola sulle ventitré.

Dopo un anno ritorna alla ribalta la triste storia di Maria
Antonietta Multari,nella foto, la ragazza di trentatre anni che il 20 aprile scorso è stata
sgozzata a Sanremo da Luca Delfino.
In radio e in tv vanno in onda le intercettazioni.
Lui schifosamente freddo e instancabilmente ossessivo, lei disperata e spaventata ma con ancora abbastanza coraggio per affrontarlo.
Litigi folli, minacce costanti ed esasperazioni quotidiane.
Penso a lei e provo ad immaginare quello che deve aver passato.
Cerco in rete una sua foto e penso a quanta forza doveva avere per riuscire a litigare ancora con lui.
Telefonata delle 8:45
Delfino: “Non mi chiudere il
telefono in faccia. Hai capito?
Antonella: “Tu sei un pazzo psicopatico, da rinchiudere in manicomio”.
Delfino: “Questo me lo dici di persona”.
Antonella: “Certo, così di persona mi metti le mani al collo, vero? Mi tiri per
i capelli? Perché una persona per stare con lei sai cosa fai te? O gli metti le
mani al collo o la pigli per i capelli o addirittura la obblighi a fare sesso
perché così almeno la devi tenere con te. Tu obbligandole le persone le tieni
con te. Schifoso”.
Le intercettazioni erano state fatte durante le indagini di un altro delitto, quello di Luciana Biggi, avvenuto il 27 aprile 2006 a Genova, per cui Delfino era stato indagato.
Quello che adesso ci si chiede è come mai nessuno abbia fatto niente e perché, nonostante le denunce della ragazza, nessuno sia mai intervenuto per fermarlo.
Me lo chiedo anch’io e non trovo una risposta giusta.
Forse tutti gli uomini una volta lasciati diventano come Delfino? E’ normale dover affrontare tanta agonia?
E, soprattutto, quante altre ragazze stanno affrontando situazioni simili? La storia di Maria Antonietta è il solito caso di triste negligenza e di scarsa attenzione. E’ l’amara storia di chiede aiuto e riceve una pacca sulla spalla e una spinta verso il vuoto.
Adesso per Maria Antonietta si può solo cercare di farle avere la giustizia che già tentava di trovare in passato e tutte le donne che vivono il suo stesso dramma non devono esitare un solo istante a mettere il mondo a soqquadro per riprendersi la propria vita.
Chiedete aiuto, ribellatevi e lottate per voi stesse perché non c’è niente di più crudele e vigliacco di chi vive corrodendo l’esistenza degli altri.
Non fatevi scippare la gioia di vivere, la libertà e la dignità perché questo è già più che sufficiente per uccidere qualcuno.

Recentemente abbiamo avuto la notizia di una maestra di Padova che insultava le sue alunne ciocciottelle e musulmane.
Si dice che l’insegnante avesse una personalità eccentrica e fosse molto appariscente anche nell’abbigliamento. Non era un giacimento di sapere ma, ahimè, nemmeno di sensibilità e psicologia e ciò si deduce anche dalle frasi che l’hanno bloccata in questa storia.
“Siete delle ciccione” diceva alle bambine rotondette e a quelle islamiche ripeteva con insofferenza “e toglietevi ‘sto velo!”.
L’insegnante, comunque, si è difesa dichiarando "Tutte balle, sono solo invidiata perché ho una proprietà a Porto Rotondo, dove trascorro le vacanze, circostanza che mi ha consentito di incontrare molte persone note, come i Moratti, Afef, Vittorio Sgarbi, e di conoscere questori, magistrati e un’infinità di uomini politici. Ce l’hanno con me perché sono cugina di una parlamentare di An.”
Non vi nascondo che prima di leggere le sue dichiarazioni le avevo concesso il beneficio del dubbio poiché riconosco che il ruolo dell’insegnante non è affatto facile e che questo tipo di vicende fanno presto a lievitare, sputtanare qualcuno a livello nazionale per poi essere seppellite da altri prof che fumano in classe.
Poi leggo…..
Proprietà a Porto Rotondo
Conosco persone note
Sono cugina di un parlamentare di an
Bisogna riconoscere che l’insegnante ha delle priorità di vita molto profonde! E da quando chi è accusato di qualcosa risponde raccontando gli affari della sua vita?
Esempio analogo della faccenda:
“Signor x, lei è accusato di aver ingiuriato il signor y. E’ vero che gli ha
dato del pirla?”.
Risposta del signor x “Tutte belle, ce l’avete con me perché il mercoledì sera
vado al circolo di briscola professionale!”.
Ma che modo è?
Ora, quello che più mi infastidisce non la sua voglia di ostentare benessere quanto il fatto che sia un’educatrice.
Educare non significa soltanto sbattere con
una bacchetta sulle parole della lavagna, non è assegnare 5 letture del
sussidiario o controllare che i quaderni siano in ordine.
Educare significa soprattutto fornire alle nuove reclute della società gli
strumenti giusti per confrontarsi e misurasi, è la capacità di trasmettere e
stimolare una certa sensibilità e discrezionalità che aiutano a percepire la
realtà circostante in modo sicuramente diverso da quello della maestra
altolocata.
Sarò anche poco corretta ma sono sempre più convinta che il mestiere dell’insegnante non è per chiunque perché prevede intrecci di vite e di relazioni umane che non tutti sono in grado di gestire.
Il
progetto di Giuseppina Pasqualino, in arte Pippa Bacca, era quello di
attraversare undici paesi ancora in guerra, o che l’avevano già subita, con
l'obiettivo di lanciare una messaggio di pace, di speranza e di fiducia.
Pippa e la sua compagna di viaggio Silvia Moro erano partite lo scorso otto marzo con l’intenzione di percorrere la Turchia in autostop per arrivare a Gerusalemme. Durante il viaggio avrebbero sempre indossato un abito da sposa che sarebbe stato arricchito da medaglioni e affissioni ricamate dalle donne incontrate per strada.
Nonostante le difficoltà non dimenticavano di annotare i dettagli delle loro giornate e, con enorme entusiasmo, scrivevano delle meravigliose persone incontrate nel cammino che non avevano esitato ad offrire disponibilità per la riuscita dell’ iniziativa pacifista.
L’entusiasmo si è interrotto con la scomparsa di Pippa il 31 marzo.
La sua vita è stata tragicamente consumata da Murat Karatash, uomo di 38 anni divorziato e con due figli che si sarebbe offerto di darle un passaggio sulla sua jeep per poi stuprarla, strangolarla e seppellirla nuda sotto un po’ di terra.
Il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha espresso pubblicamente il suo dolore per la tragica vicenda assicurando alla famiglia che la "giustizia turca farà il suo corso e che i giudici prenderanno le giuste decisioni". Il popolo turco è desolato e il titolo del quotidiano Sabah - "Perdonaci, Pippa"-esprime il pensiero di tutte le persone buone d’animo e sensibili. Una bontà che Pippa riusciva a vedere in chiunque perché la speranza in un mondo migliore era il suo credo.
E’ stata una tragica fine. Verrebbe quasi da pensare che la sorte di Pippa sia la stessa che spetta alla pace e a chi dedicala vita per diventarne portatore. Si potrebbe anche perdere l’aspirazione di convertire i drammi e le ingiustizie del mondo in pace e amore ma se davvero pensassimo questo uccideremmo Pippa una seconda volta sfumando definitivamente ogni suo sacrificio.
Ormai Pippa è andata via ma il
messaggio che ha lasciato è fortissimo e riecheggia tra le coscienze di tutti i
popoli.
Ricordiamola così com’era, con i suoi sogni e il suo abito bianco nel suo ultimo
viaggio per la vita.
on Monday, April 14, 2008 at 15:11:11
---------------------------------------------------------------------------
citta: Pesaro
nome: Gufo Cattivo
oggetto: L'incoscienza --> rispondo a Sally
testo: Ciao Sally,
l'orrenda fine di Pippa Bacca come fa a portare un messaggio di amore?
Nessuna giustificazione per una fine che auguro solo a stupratori di bambini e a
pirati della strada, però...
Però non comprendo l'incoscienza di affrontare da sola e in quel modo paesi
pericolossissimi, dove la fiducia verso il prossimo è solo una lontana utopia.
Doveva fare più attenzione, che, mi ripeto, non vuol dire ammettere il crimine
che l'ha uccisa. Doveva pensare meglio a se stessa e a tutte le persone che le
vogliono bene.
Non la porterei ad esempio e non farei mai di lei una martire della pace.
Vittima rimane e come tale merita giustizia.
Mi auguro che il governo turco tratti quell'insulto dell'umnaità in modo
appropriato, usando i sistemi che sono vietati ai nostri poliziotti.
Vendetta dicono di no i familiari della ragazza, ma per me ci starebbe tutta.
Preghiere per lei, preghiere per chi le vuole bene, ma non è un esempio di
portatrice di pace, né una martire.
Ciao Sally e complimenti per quanto hai scritto.
Gufo Cattivo
submit: Invia
---------------------------------------------------------------------------
on Monday, April 14, 2008 at 13:17:10
---------------------------------------------------------------------------
citta: ...del mondo
nome: Camelia
oggetto: un pensiero in seguito al mess di Saly
testo: Ciao, sicuramente il messaggio di Pippa era buono come sono tante le
persone che rimpiangono la sua scomparsa, ma non sempre i modi di esprimere
qualcosa sono quelli migliori che potranno portare al compimento un mess.
Dobbiamo restare realisti anche se siamo di animo buono, ormai si vive in un
mondo cattivo quando resta difficile uscire anche vicino casa dopo una certa
ora, figuriamoci cosi lontano come Pippa, certamente questo non ci debba fermare
di credere in un domani migliore, ma di prestare di più attenzione al giorno di
oggi per scegliere il modo migliore per poter arrivare al domani. La testardeza
del uomo nel credere di poterla fare da solo e ben saputo dal inizio del mondo
che ha portato scarsi risultati(viste le condizioni nelle quali oggi siamo), poi
ognuno fa le sue riflessioni.
submit: Invia
---------------------------------------------------------------------------
L’acqua santa gli gocciola
ancora dalla fronte, i cappotti firmati puzzano di incenso e già gli arroganti
vigliacchi sono all’opera.
Domenica sera mi trovavo in una modesta pizzeria con un’amica, i tavoli erano tutti pieni, due sole cameriere dovevano servire l’intera sala e facevano lo slalom tra i tavoli con piatti, bicchieri e tovaglie tra le braccia.
Una delle cameriere rispondeva un po’ seccata alle sollecitazioni del tavolo alla mia destra e spiegava che per avere le pizze bisognava aspettare ancora un po’. Si guardava intorno, sbuffava e dopo aver raccolto rumorosamente i bicchieri si allontanava borbottando qualcosa a denti stretti.
Il signore alla mia sinistra (che non c’entrava un cazzo con le pizze in ritardo né era il destinatario della risposta) ricercava il mio sguardo e con aria disgustata lanciava qualche battuta sui modi della cameriera. Gli sorridevo e facevo spallucce per evitare discorsi troppo lunghi.
La serata trascorreva tranquillamente e della cameriera scazzata nemmeno l’ombra.
Passata qualche ora, termino la pizza, mando giù l’ultima striscia di vino, metto i giubbotto e faccio la fila alla cassa. Mentre con la mano mescolavo nella borsa in cerca del portafoglio mi sono accorta d’avere davanti il signore impettito di prima. Gli guardo le spalle, cavolo quanta forfora! Paga, mette il portafoglio di Balenciaga dentro la tasca del cappotto e chiama la proprietaria in disparte.
“La vostra cameriera allontana i clienti. Non sono modi di servire, senza un sorriso, senza eleganza e gentilezze. Ha persino alzato la voce con i clienti del tavolo accanto quando le è stato chiesto della pizza. E’ una vergogna e dovreste mandarla via perché disturba la quiete del locale. Personalmente mi sono sentito offeso.”
Cosa cosa cosa?
Il testa di cazzo che nulla centrava e che non aveva subito nessun torto si stava lamentando perché i suoi delicati occhi avevano assistito ad un minisfogo di una figlia di mamma. Sollecitava il licenziamento e lamentava di non aver ricevuto l’inchino nella pizzeria più economica della città e in cui non si può entrare senza uscire ricoperti da un alone di patatina fritta nell’olio cinese.
Il paladino della giustizia ha soltanto messo nei guai una ragazza che non credo muoia dalla voglia di servire pizze ai tavoli tutta la sera per venti fottutissimi euro e che certo non desidera subire il sottile snobismo dei clienti frustrati come lui. Chi si improvvisa lavapiatti e cameriere in questi locali lo fa perché, il più delle volte, non ha altra scelta e perché non ha chi può farlo al suo posto.
Non giustifico lei perché ha la sua dose di colpa ma non tollero nemmeno lui che ha sollevato un polverone per nulla.
Ci sono tante ingiustizie al
mondo e chi ha tanta voglia di fare il super eroe farebbe bene a prendersela con
chi è più grande o almeno nella sua stessa posizione.
Questi uomini che credono di essere signori arricciando il naso e criticando il
servizio nelle umili pizzerie sono invece i cosiddetti cacasotto che al minimo
rimprovero dei superiori tremano come foglie e temono persino di annuire ai
comandi. Fare la voce grossa con chi è disperato è soltanto da presuntuosi e
superbi.
E’ gente che non sa quanta disperazione e umiliazione si può provare quando si ha “fame”, è gente che, come dicevo, santifica la domenica, esce dalla messa facendosi il segno della croce e con la goccia d’acqua santa che gli scivola sulla fronte cerca di sentirsi meglio umiliando chi non ha santi né in cielo né in terra.
Amen

Meno male, eravamo tutti terribilmente in ansia per la laurea di Alberto Stasi e
se avessimo saputo in tempo della cerimonia avremmo anche provveduto ad
inviargli un bel mazzo di fiori con un bel coccardone rosso.
Alberto Stasi è l’unico indagato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi avvenuto a Garlasco e ormai il suo nome suona terribilmente conosciuto come la parola “Cogne”, “Erba”, fatti spaventosi che quasi finiscono per ruotare in un unico calderone di tragedie umane.
Proprio a causa delle indagini Alberto non ha potuto discutere la tesi ad ottobre, la sua laurea è stata rinviata a qualche giorno fa e anche questa volta la tv non si è smentita regalandoci splendidi e lunghi servizi sull’evento.
Non potevamo chiedere di meglio, dopo gli zoom sul caschetto della Franzoni avevamo proprio un disperato bisogno di qualche immagine del caschetto biondo di Alberto Stasi.
E’ giusto dare informazione ma c’è differenza tra l’informazione alla portata di tutti e il bombardamento inevitabile e invadente. C’è una differenza ancora più grossa tra l’informazione “pulita” e concisa e quella riesumata solo per concederci la possibilità di farci una bella e sana pettegolata sulla faccenda.
Personalmente ho provato solo rabbia quando ho sentito tanti dettagli sulla sua vita e non credo che i particolari della discussione siano utili, almeno agli italiani, per la soluzione del caso.
Ma va bene, qui le cose funzionano così: se succede un dramma diventiamo tutti cugini di Jessica Fletcher e aspettiamo che la tv ci informi su ogni diceria, poi ci stanchiamo di giocare e vogliamo un caso nuovo per ricominciare ad appassionarci.
Quindi, rallegriamoci all’idea di sapere che Alberto si è laureato all'Università Bocconi di Milano con il voto di 110 e lode e che ha discusso la sua tesi di laurea del corso in economia e legislazione per l'impresa. Figo anche il vestito.
Corona d’alloro in testa d’Alberto e tante grazie alla tv che non ci fa mancare mai questo pane quotidiano di “real gossip” e ci mostra sempre le foto dei cattivi per farci sentire più buoni e sani di mente.

Lettera per Liam:
Io proprio non ce la faccio. Mi spiace davvero ma io non me la sento più di fantasticare su di te. Caro amore….o forse preferisci che ti chiami Signor Liam Gallagher? Ora che hai distrutto ogni trama d’intimità non so nemmeno più come chiamarti.
Oh che strazio, che massacro di sentimenti e di passione. Tesoro, tesoro mio adorato, perché l’hai fatto? Adesso che ti stai riprendendo dai postumi della festa e che tua moglie non ti ascolta, per favore, siediti accanto a me e concedimi cinque minuti di verità. In fondo me lo devi: tutti questi anni a sognarti e a seguirti con una devozione più forte di quella di Emilio Fede per poi ritrovarti con lei tra le braccia.
Forza Liam, trova il coraggio per spiegami perché hai deciso di sposarti così frettolosamente. Con lei poi: Nicole Appleton, un’ex all saints. Tanto valeva provarci pure con la zingara Cloris, no? Ti avrei dato più volentieri la mia benedizione.
Ma spiegami, cos’ha Nicole che io non ho? Una decina di centimetri in più? I capelli biondi? Ma lei riesce a preparare la pastasciutta come quella che mi chiedevi di cucinarti dopo i concerti? E scommetto che non sa nemmeno miagolarti all’orecchio come soltanto io sapevo e potevo fare.
Mi hai spezzato il cuore caro Liam. Non hai avuto nemmeno un briciolo di sensibilità e mi hai abbandonata proprio il 14 febbraio. Era il nostro giorno, il giorno degli innamorati e tu hai sposato lei.
Come posso fantasticare su un uomo sposato? Come posso ascoltare una tua canzone immaginando che sia solo per me? Toglimi una curiosità, ti sei ispirato al cacciatore di Bamby per essere così crudele?
Avrei preferito che mi strappassi un orecchio a morsi come Tyson e invece sei stato un codardo. Un senza cuore peggio di quei tipi che fingono di portare Bobby a fare una passeggiata, Bobby si gasa, monta in macchina e poi viene abbandonato alla prima curva di campagna nella seconda domenica d’agosto.
Caro Liam, mi spiace che tra noi sia finita così, ogni canzone continuerà a parlarmi di noi e mi ricorderò della gioia che ci siamo saputi regalare.
Ti bacio sulla fronte, amore mio. Ti bacio e scruto il tuo viso per qualche istante illudendomi ancora ma per l’ultima volta che tu possa essere solo mio.
p.s. Tieniti la raccolta degli Who, senza di te non ha più senso.

Le bancarelle dei mercati e dei mercatini conservano ancora il loro fascino.
Quando c’è una festa le bancarelle ci sono sempre: dalle caramelle gommose a forma di orsetto ai pistacchi, dai palloncini allo zucchero filato.
Sono piene di colori e gli occhi scorrono tra gli oggettini in cerca di quello particolare che possa sussurrare un “comprami, portami via da qui! Sarò tuo”
Mi ricordano le volte che mia madre mi portava al mercato del paese la domenica mattina: le prime bancarelle che incontravamo erano quelle di scarpe, di vestiti per signore dai 60 anni in poi e l’adorato camioncino delle pizzette alle olive.
Le signore uscivano dalla messa della chiesa vicina e si tuffavano nel fiumiciattolo di persone con le sponde di banchetti.
Al mercato era possibile incontrare chiunque con le bustine azzurre e trasparenti tra e mani: compagne di scuola, amichette del quartiere, vicine scomode e lontane cugine ma in caso di incontri poco graditi non era difficile fingere uno sguardo interessatissimo di fronte a qualche corredo di lenzuola e aspettare che “il nemico” andasse via.
L’atmosfera della domenica mattina era fondamentalmente allegra e anche chi era depresso e pieno di guai in quella circostanza si sforzava di mettere da parte un pezzo di malinconia. Come la Signora Tina che aveva trascorso più di un anno chiusa in casa a piangere il marito scomparso e l’unico luogo in cui era diventato possibile vederla era tra il banco del girarrosto o dei saponi. La gente le chiedeva con apprensione come stava e lei rispondeva abbozzando un timido sorriso ma risparmiava le lacrime per gli altri giorni della settimana.
La passeggiata si consumava tra le esortazioni dei venditori a comprare la loro merce, il chiacchierio della gente e i profumi forti degli scialli delle signore che si mescolavano a quello dei cibi “della festa”. Dopo poche ore si ritornava a casa per il pranzo e le vie si svuotavano completamente nell’arco di una mezz’ora.
Restavano soltanto cartacce e bustine rotte, nel paese ritornava la quiete e si aspettava la domenica successiva. Da allora le cose sono cambiate ma il mercato e le bancarelle restano ancora e ovunque le incontri continuano a ricordarmi quelle camminate sotto il sole tra chiacchierii, colori, profumi e la confortevole mano di mia madre.

Amo il teatro.
Le emozioni che mi ha fatto provare il teatro credo di poterle inserire nel novero delle più belle della mia vita. Non ho visto molti spettacoli ma se potessi scegliere di rivederne uno non saprei proprio quale preferire.
Il teatro mi piace perché mi fa stare bene anche quando mi dimostra quanto possa essere spietata l’invidia e brutale la rabbia.
Mi piace perché è “vero”, è carico di sentimenti, drammi, passioni…perché sin dalla prima battuta dimentico ogni cosa e divento una silenziosa spettatrice con gli occhi che rifrangono gli scintillii delle luci del palco.
Adoro la comicità del teatro perché non stanca e non annoia. Adoro le espressioni caricate degli attori e le parti drammatiche. Sono felice quando una storia riesce a tirarmi fuori percezioni diverse e persino a fami commuovere per la gravità del dolore.
Nulla mi emoziona più di un monologo recitato bene ed è piacevole ritrovarsi alla fine dello spettacolo con la mente traboccante di tutti i dettagli dello spettacolo. Ricordo il motivo di tutte le musiche che ho ascoltato e mi ritrovo a ricanticchiarle quando ho bisogno di rispolverare una bella sensazione capace di sollevarmi il morale.
Il teatro mi ha sempre affascinato sin da quando ero piccola. Anche uno dei miei ricordi d’ infanzia più preziosi è legato a questo mondo: ricordo che camminavo per casa con un quaderno ad anelli sotto braccio e affermavo con convinzione di essere l’assistente di Shakespeare.
Il quaderno era l’ elemento fondamentale per il mio lavoro e lì avrei annotato le idee migliori di William che in un secondo tempo avremmo vagliato insieme seduti su un tavolino di legno rotondo e traballante. “Allora Shè, questa battuta la lasciamo o pensi sia il caso di toglierla? Togliti quel cappello che sembri un ananas con tutti quei pennacchi in testa!”
Dopo mesi le mie fantasie erano diventate così grosse da spingere William a spezzare il suo sonno per raggiungere la stanzetta e scrivere qualcosa sul quaderno. Ancora conservo l’immagine della mia espressione stupita e sorpresa mentre sfogliavo gli ultimi fogli e…anche quella di mia madre che, con un sorriso spudoratamente colpevole, mi chiedeva di leggerle i versi che William mi aveva regalato.
Amo il teatro.
Lo amo perchè è sempre stato abile a rapirmi dai miei pensieri, dalla mia vita e di proiettarmi in quella degli altri.
L’unico a fermarmi, calmarmi, farmi sorridere, emozionarmi e poi restituirmi alla realtà ancora completamente sognante, con gli occhi brillanti e la voglia di ricominciare ancora daccapo! Qui maialino.teatro

“Sono io il padre di Rocco, e' un bel bambino di 15 mesi
che ho visto nascere in sala parto ed e' stato bellissimo, che ho allattato,
cambiato e calmato durante i suoi pianti notturni"
E bravo Don Sante, finalmente ha confessato la sua storia con la signora Tamara, donna già sposata, divorziata e adesso mamma di un bel bimbo che ha un prete per papà e un contratto già pronto per fare il valletto a buona domenica.
Basta fare una cagata di qualsiasi genere e Buona Domenica ha sempre uno spazietto disponibile….del resto, poveretti, come altro potrebbero riuscire a riempire tutta una giornata di minchiate?
A dir la verità la storia di Don Sante non mi ha colpito molto né mi interessa ma se ne parlo è perché la notizia è stata persino riportata dai telegiornali. Non mi stancherò mai di notare come la verità pubblica e dichiarata susciti sempre una reazione di sgomento.
Ciononostante conosco molte persone che sarebbero pronte a giurare che i preti delle proprie parrocchie intrecciano giornalmente storie con virtuose catechiste e devote signore dal rosario al collo che credono di fare un favore a Dio regalandola al prete.
Ma il mormorio rimane sommesso e dove c’è resta …e sono anche convinta che il piccolo Rocco non sia certo l’unico figlio di un prete messo al mondo.
Con più probabilità gli altri colleghi di Don Sante hanno optato per la via del silenzio e della privacy per difendere se stessi e i nascituri dallo scandalo. Chissà quante mogli già sposate sono rimaste incinta di preti anziché dei mariti!
E non leggetemi con gli occhi di disapprovazione, gli intrecci della vita sono anche più complessi e soltanto che poche persone hanno il coraggio di renderli noti o di assumersene la piena responsabilità. Se poi rendendoli noti si può finire anche in tv e diventare leader va ancora meglio, no?
Per questa storia c’è ben poco da stupirsi. Mi incazzo soltanto quando sento nominare il piccolo Rocco che è nato con il gossip addosso e che finirà per percepire l’ odio dei moralisti senza coscienza anche grazie ad un padre che avrebbe potuto ammettere la verità senza necessariamente rilasciare interviste, autografi e dichiarazioni toccanti.
|
“E’ natale è natale si può dare di piùùùùùùùù…….è natale è natale….” La lagna di una pubblicità mi perseguita da giorni e giorni. Un tarlo, un taglietto sulla gengiva che fa male ma che la lingua continua stuzzicare ancora ancora ancora e ancora! Non so nemmeno che pubblicità sia ma so che esiste e in questo periodo in cui penso a tutto tranne ai presepi e agli abeti si infila nella mia testa e non molla più. Potrei anche non provare tanto fastidio se si trattasse di un motivetto banale, moderato, con il sottofondo di scampanellio di renna e con risata grossa di babbo natale. Accetterei tutto perché ammetto che sarebbe troppo chiedere una nuova bella canzone da affiancare al rispettabile stile del jingle bells che James Pierpont compose nel lontano 1857!
|
E, infatti, ecco che la cantilena (che sembra un lamento di un alieno in fin di vita) gironzola in tv da qualche anno e sempre con maggiore rabbia sostengo che la voce del bimbo è triste, malinconica, tormentosa. Quanto la odio!
Forse la canzone non ha niente di male e sono le mie difese immunitarie a non resistere più all’ influenza del natale. Non ho ancora fatto un regalo, non so nemmeno per chi e non ho minimamente riflettuto sul significato del natale, nemmeno sull’ aspetto commerciale. Non mi sono goduta le lucine decorative della città e non ho mangiato frutta secca glassata mandorlata e poi fritta nella margarina prima di essere ricoperta di cioccolato fusa con uva passa.
Non ho visto un albero di natale, non ho sfiorato ancora una pallina natalizia né sentito l’ odore del mandarino sbucciato e del cartone del pandoro. L’ ultima volta che ho sentito gridare “tombola!” è stato a giugno quando il mio vicino di casa controllava la cassetta della posta e scopriva d’ aver ricevuto le cartoline omaggio da parte del wwf.
Non ho ancora fatto una riflessione religiosa e non ho nemmeno indossato il maglione a collo alto che mi copre persino metà delle guance. Insomma, so che c’è il natale ma non sento niente che possa riportarmi, almeno con la mente, a rivivere una sola delle emozioni che provavo fino a qualche anno fa.
Il mio vecchio natale mi manca: era quello del “ba ba ba bauli, ba ba ba baaaaa, quello delle vacanze lunghe e dei maglioncini rossi, delle visite agli amici e delle stelle di natale.
Era un bel natale, questo non mi piace e faccio del mio meglio per ignorarlo fino al momento in cui qualcuno accende la tv è quelle paroline magiche si incastrano tra gli emisferi del cervello mettendomi di fronte alla realtà. “E’ Natale, è natale!”
Rimane comunque il fatto che il bambino è lagnoso e gli consiglio vivamente di svegliarsi se non vuole essere riempito di botte appena giunto in prima media. Meglio le canzoni in inglese in modo da non capirci niente, gasarsi comunque e consolarsi con gli scampanellii che fanno sempre piacere e almeno non cambiano mai! Qui i Testi di Natale

Clerici, Carrà, Befana o Babbo
Natale?
A chi indirizzare la mia lettera di quest’ anno? Sono una tradizionalista e, per quanto la Clerici continui ad acquistare punti nella classifica delle befane, rimango fedele al mio Babbo Natale e gli invio la mia lettera annuale in anticipo così può iniziare a rimboccarsi le maniche. Quasi quasi gliela faxo pure.
Bene caro Babbo, come stai? Come sono i risultati delle analisi del sangue? Gli eosinofili sono ancora alti? Hai controllato che le renne non ti abbiamo passato qualche parassita? E il colesterolo?
Dovresti pensare più a te stesso e comprarti cibi senza grassi, anche se costano un po’ di più.
Caro Babbo, almeno so che l’ alzheimer ancora non ce l’ hai e che quindi ti ricordi di me, la bambina un pagliaio di capelli in testa, unghiette corte e pugni chiusi. Bene, ti scrivo per rinnovarti la mia ultima lettera e aggiungere qualche piccolo aggiornamento.
Per primo: fa che la mia mamma inizi a sentire il sapore delle sigarette come se fosse cacca di vacca stagionata così smettere di spippare e vive un po’ di più, fa che sia serena e che incominci a parlare, parlare, parlare senza isolarsi nel silenzio malinconico dei suoi pensieri. Se penso che da giovane lavorava per una radio stento quasi a crederci. Ora, invece dice “va bene” anche quando non va proprio bene un cazzo.
E’ la risposta di chi ha le palle così piene da acconsentire pure a chi dice che un cucchiaino di cianuro al giorno leva il medico di torno. E se puoi, fai che gli uomini della mia vita abbiano le loro rivincite e le loro soddisfazioni. Loro sono gli angeli della mia vita, ma anche per gli angeli bisogna pregare!
Aiutami a fare quello che devo perché spesso non riesco, mi avvilisco e per non buttare completamente nel cesso la mia coscienza trovo giustificazioni del tipo “non ho potuto per via del terremoto del 1908!”
Fa che il mio guru inizi a pesare frutta e verdura al supermercato e la smetta di compare confezioni formato esercito pur sapendo di mangiarle soltanto quando sono finiti i superalcolici. In questo modo potremmo sfamare il corno d’ Africa a faresti felice anche un’ altra porzione della terra.
Per favore, prenditi qualche abbondante cucchiaiata della mia rabbia e buttala in mare così se la prendono i delfini e quando vedono reti e fiocine vanno a dare quattro pinnate nel culo ai pescatori stronzi. Se poi i delfini vogliono cedermi in cambio un po’della loro ingenuità accetto volentieri lo scambio così la smetto anch’ io di pensare al mondo e di restarci troppo male.
Se non è chiedere troppo, fammi vincere al superenalotto, un tre andrebbe benissimo così risolvo il problema delle bollette, delle tasse e con quello che mi resta mi compro un paio d’ occhiali da vista nuovi perché la vista è peggiorata e cammino sui marciapiedi con il timore di calpestare cacche di cane e faccio colazione con l’ansia di non vedere peli di gatto nella tazza del latte.
Babbo, in fondo non ti sto mica chiedendo la pace nel mondo, puoi fare qualcosa? Per ora chiudo qui ma continuo la prossima settimana perché non trovo gli altri post it dove avevo scritto il resto.
Ciao caro, avrai presto mie notizie.
Ah, quasi dimenticavo, perché non ti costituisci e non ammetti che sei stato tu a chiedere ai cinesi di produrre giocattoli tossici per levarti dalle palle la metà dei bambini e lavorare meno l’anno prossimo?
E ti consiglio pure di mettere presto in regola le tue renne e di non fare il pirla con un contratto a tempo determinato perchè quelle poverette sgobbano e si allenano tutto l’anno per trascinare il tuo culone su per i cieli. Baci tesoro. Qui Letterine di Natale

Ci mancava soltanto l’ interpretazione dei sogni!
In fondo, ho sempre pensato di non credere a magie, macumbe e sogni premonitori ma da settimane non faccio che addormentarmi e fare sogni brutti.
Preferirei un sano incubo a cinque stelle, uno terrificante, con draghi e mostri a sette teste, uragani, polifemi, Costanzo in perizoma e battaglie medioevali con teste svolazzanti qui e lì.
Invece la mia testa mi riserva un trattamento speciale a base di sogni profondamente realistici, con dettagli rifiniti e chiari così le probabilità di svegliarmi urlando diminuiscono e aumentano quelle di “vivere” per tutta la notte situazioni di merda. Bene, cerco di scamparle di giorno e me le riservo di notte.
Di questo passo mi verrà un infarto a breve per lo stress.
All’ inizio credevo di poter dare la colpa alla carbonara e alla peperonata mangiata dieci minuti prima di andare a letto e, ahimè, anche cenando alle sei di pomeriggio la mia mente ha avuto il bisogno di dare sfogo alle sue cagate universali.
Ma (per fortuna o per disgrazia) nella vita di ogni persona c’è sempre il sostenitore dei segni zodiacali, conoscitore di tutte le costellazioni in relazione ai movimenti lunari.
La mia amica Elena, cresciuta guardando soltanto i programmi magici delle tv locali, ha visto in me un succulento enigma da interpretare e l’ occasione migliore per tirare fuori i tarocchi plastificati. Sono riuscita a sfuggire alla lettura delle carte e in compenso tutto il resto dei miei colleghi si sono messi in fila preconoscere le possibilità di vincere al superenalotto.
Elena, convinta di dovermi aiutare a tutti i costi, il giorno successivo è arrivata con 9 chili di enciclopedia per l’ interpretazione dei sogni.
Vi confesso che la tentazione di dargli una sfogliatina non mi mancata ma già la prima voce non portava niente che non sapessi già, anzi, ancora peggio: prevedeva enormi difficoltà da affrontare e periodi duri, probabile morte, eventi traumatici e periodo d’angosce. Ma vaffanculo, incubi di notte e interpretazioni peggiori di giorno. Proprio lusso.
Quando tornerò ad essere serena forse troverò il riposo giusto anch’ io, per ora mi sto organizzando in modo diverso: lettura serale di dieci pagine di topolino, niente caffè, sfinimento fisico giornaliero fino a crollare con tutti i vestiti sul letto.
E voi? Avete mai sogni ricorrenti? Forse parlarne può aiutare ad esorcizzarli oppure potreste regalarci una risata, che ne dite di raccontarci i vostri brutti, belli o buffi che siano? Qui i tuoi sogni

Cercavo, se pur in maniera non maniacale, qualcosa che
parlasse dell’ ingratitudine. Tutto ciò che sono riuscita a trovare in pochi
minuti è la solita sfilza di aforismi:
- L'uomo che tenta di conquistarsi l'affetto altrui con delle
buone azioni fa invece l'amara esperienza dell'ingratitudine. (B. Russell)
-
Non fare del bene se non sopporti l'ingratitudine
-
L'ingratitudine converte in ghiaccio il caldo sangue.
-
L'ingratitudine è la mano sinistra dell’ egoismo.
-
L'ingratitudine è un'amara radice da cui crescono amari frutti.
-
L'ingratitudine nuoce anche a chi non è reo.
-
L'ingratitudine taglia i nervi al beneficio.
Aforismi che la dicono lunga …ma non tutta.
Ho ormai imparato che ne esistono due tipi: il primo caso è quello dell’ ingratitudine volgare, comune, usuale, quella classica e più diffusa che si riscontra nei casi in cui si fa un favore a qualcuno prestandogli un oggetto importante, tenendogli la fronte mentre vomita sangria e popcorn, mettendogli da parte un pezzetto di dolce buono, eccetera eccetera e tutto senza ricevere nulla in cambio.
Immagino che per ogni favore fatto nessuno si aspetti subito una statua di
bronzo altrimenti il mondo finirebbe per essere un groviglio di corruzione e
favoritismi, però, esistono buone probabilità che tizio si arraffi tutti i
favori senza nemmeno accennare un sorriso con lo sguardo, né borbottare un
serioso “grazie!”.
Pazienza, ormai siamo così abituati a ritrovarci in questo genere di situazioni da non considerarle quasi più molto fastidiose.
Allora, cari amici di sventura, quand’è che l’ ingratitudine brucia davvero?
Suppongo che si tratti del secondo tipo che infastidirebbe persino un santo, quello eccellente, sopraffino e praticato da carogne e non carogne, altamente dannoso per fegato, stomaco, cuore e milza.
Per essere subito chiari: è la situazione in cui Tizio non soltanto non pronuncia “grazie” ma si affanna persino a darci un calcio in culo quando siamo vicino all’ orlo di un burrone o in prossimità di binari destinati a treni in transito.
L’ ingratitudine più insopportabile, quindi, non è una buona azione che non ritorna ma piuttosto un colpo basso che arriva proprio quando non dovrebbe.
In questi casi mi incazzo anch’io in un modo che mi fa tenerezza: scrivendo i miei pensieri e il mio disprezzo dove non posso ferire nessuno perché poco mi interessa della vendetta, nulla mi importa di essere la “zorrita” della situazione. Proseguo per la mia strada con il timore di ritrovare situazioni simili ma con la speranza d’ avere le ossa abbastanza forti da non restarci più male.
Come dice un carissimo amico, la mamma dei coglioni è sempre incinta ma aggiungerei anche che quella degli ingrati ha sempre parti trigemellari ed è un casino!
Aforisma di consolazione per le anime buone
E qui bisognerebbe parlare della modestia ma rimandiamo ad un altro giorno.

Soddisfatta o ri…innamorata.
E’ la nuova visione dell’ amore che richiede il massimo profitto al minor sforzo e, quindi, la soluzione unica per mantenere una storia è che tutto fili liscio come l’olio o come il grasso fuso di balena.
Pena, la fine del rapporto. “Tiè brutto stronzo, così impari a litigare e a dire quello che non ti va a genio!”
Mi è capitato di prendere un cappuccino seduta ai tavolini del bar e d’ascoltare la conversazione di due caaaare amiche che si confessavano pene d’amore. Una confessione abbastanza strana visto che il tono della voce era così alto che le avrebbe sentirt anche un nonnetto con i peli nelle orecchie e senza amplifon acceso.
Dopo pochi minuti anche i baristi e i camerieri scommettevano sulla vicenda e per poco finivano per scannarsi come il pubblico pagato di Maria De Filippi.
Riassumo subito il dilemma: una delle due aveva rotto da due giorni con il suo orso balosso e l’ altra amica consigliera, senza capire che l’ altra era più innamorata di Rocky e Adriana, le suggeriva di fottersene di lui perché è inutile continuare a stare con uno che non accende nemmeno una candela a cena. ” BASTA, chiudi la tua storia di merda e vieni con me stasera, c’è Fabio che si spara seghe su di te da almeno 7 mesi, ti preparo un appuntamento così stasera fai contento lui e ti rilassi dimenticandoti del coglione!”
L’altra annuiva, girava il caffè e, chissà, pensava al primo bacio e alla volta che per fare al suo lui una carezza gli ha anche infilato un dito nell’ occhio. Osservava silenziosa con l’ espressione più triste di un parlamentare con lo stipendio di call center vodafone, innamorata com’ era avrebbe voluto solo tirare fuori l’ enciclopedia fotografica della sua storia composta da 28 volumi più aggiornamenti da scaricare.
Credo che in passato, vedendo un’ amica soffrire per amore, le avrei detto pressappoco le stesse cose, forse non mi sarei sbilanciata su Fabio il segaiolo ma adesso, improvvisamente, il discorso “d’ indipendenza” (se proprio così dobbiamo chiamarla) non mi torna proprio più.
Forse, non le direi di voltare pagina alla prima scossa tellurica ma, suppongo che le consiglierei di parlare, piangere, lottare per riavere il suo rapporto, se davvero di tiene.
Le direi che difficilmente gli eventi della vita riescono a prendere sempre il verso giusto e la tecnica dell’ abbandono immediato, o del chiodo scaccia chiodo, sono strade facili ma che rischiano di non portare a niente, né in campo professionale, né affettivo, tanto meno in quello amoroso.
Bisogna almeno provarci per sfogare tutte le emozioni che abbiamo dentro, per poter dormire senza il rimorso di essere rimasti a guardare, di non aver saputo difendere ciò che credevamo davvero importante. Credo ancora che non si possa “decidere” di non amare qualcuno e di dimenticarlo al risveglio successivo perché l’ amore non trova quasi mai spazio per ragionamenti razionali.
L’amore vero può esistere ancora soltanto se impariamo a costruirlo e poi curarlo ma, come ogni cosa preziosa e veramente speciale, è necessario avere voglia, passione, devozione e, qualche volta, abbastanza coraggio per stringere i denti quando fa male.

“Vuoi fare incontri? Flirtare, incontrare, parlare,
trombare e cazzeggiare? Invia “fava” al 5678 e se sei fortunato potrai anche
innamorarti!” Questa è una vera fortuna.
Finalmente un servizio che offra una bella presa per il culo…in tutti i sensi, figurati e non.
Non mi sono informata sui costi del servizio che quasi con certezza saranno più alti di un chilo di pesce spada altrimenti non potrebbero permettersi persino la pubblicità in tv!
Questi Dottori del flirt non credo debbano fare molti sforzi per mandare avanti l’attività poiché non offrono consulenza, né divertimento, intrattenimento, né oggetti materiali.
E’ molto più onesta la mondial casa che ogni giorno, ormai da decenni, sostiene che si tratti dell’ ultima offerta disponibile per riceve lo spolverino automatico…. però almeno vende una batteria da cucina che suor Germana se la sogna.
Nel caso degli incontri amorosi programmati sono gli utenti ad essere già predisposti all’ incontro scopareccio e/o amoroso, infatti, chi si rivolge a tali servizi di certo non chiede informazioni sull’ orario di Tokio né vuole inviare un telegramma, piuttosto, cerca disperatamente un numero di qualcuno con le medesime intenzioni.
Una controllatina all’ età e al sesso per evitare di favorire accoppiamenti indesiderati e il gioco è fatto: due povere anime sole si fanno compagnia per telefono, il più delle volte nuotano nel brodo di giuggiole leggendo sms, mostrano la parte più bella di sé e difficilmente finiranno per raccontare della necessità di concludere la serata con un sano callifugo o ammetteranno d’avere un occhio più strabico del solito alle 7 di mattina.
Amore sicuro, amore senza difetti, amore che amore non è. E’ un po’ triste: pagare un servizio per sentirsi meno soli.
Sicuramente non c’è niente di male a cercare compagnia ma allora qual è il problema? Forse è nel metodo e nel fine.
Spesso il fine è soltanto quello di scopare con qualcuno, tanto vale andare a battere ed essere onesti con la propria coscienza. Il metodo conferma l’ assenza di spontaneità che abbiamo altrimenti basterebbe scambiare quattro chiacchiere più spesso ai tavolini dei bar per conoscere persone nuove e diverse.
A questo punto spero soltanto che il servizio possa davvero rendere felice qualcuno anche se sostengo sempre che i rapporti faccia a faccia siano sempre i migliori e insostituibili.

Da notare con quanta grazia i casi di pretofilia siano
stati messi a tacere senza sollevare eccessive critiche.
Ammetto che si tratta di un campo molto delicato in cui la fede verso Dio e la Chiesa si mescolano al desiderio di giustizia e al rispetto per la vita del prossimo.
Senza scendere in acque troppo profonde è sufficiente pensare che un qualsiasi abuso morale e fisico su un’ altra persona è già da considerare deplorevole. Se chi compie l’abuso è anche un predicatore d’amore e di pace la faccenda si complica ancora di più. Come uscire da un pasticcio simile?
Al momento più difficile si invoca la misericordia, il perdono, il pentimento.
E per quanto il perdono sia l’ atto più grande dell’ amore stesso, non sempre è facile donarlo, nei casi più estremi può venire soltanto dall’ alto e non dagli esseri umani.
Ho avuto la fortuna di frequentare ambienti religiosi e di uscirne senza violenze sessuali, soltanto una montagna di timori e di paure che ho cercato di abbandonare per strada ma qualche strascico ancora rimane imbrigliato nei miei ricordi.
In compenso, ho incontrato preti amanti di sostante stupefacenti, uomini che hanno abbracciato la carriera ecclesiastica soltanto per poter fare i malavitosi con più serenità, altri che hanno preferito infiltrarsi in ambienti lavorativi, consigli d’amministrazione, politica e sono i responsabili della rovina di intere famiglie.
Ma come cazzo fanno poi a predicare pace e fratellanza? Con quale coscienza si presentano sull’ altare con l’ espressione beata?
Abbiate fede - diceva il genio responsabile del licenziamento di una quarantina di padri di famiglia – Dio è buono e misericordioso!
Si, glielo auguro di cuore e gli consiglio vivamente di baciare l’abito che indossa perché se non fosse stato per il rispetto della tonaca molti lo avrebbero preso a calci già da un pezzo.
I preti sono uomini, sbagliano come tutti ma come tutti dovrebbero anche prendersi le conseguenze dei loro errori anziché usare “il buon Dio” come uno scudo protettivo.
Abusi sessuali, intimidazioni, favoreggiamenti, manovre politiche e tutte le bastardate del mondo esistono anche nell’ ambiente ecclesiastico perché è fatto da esseri umani che, in parte, “cadono in tentazione” fino a non sapere più come venirne fuori. E come ogni buon sopruso sono sempre gli umili a pagarne le conseguenze.