|
maialino.blog |
|

Io dico che a tanti giovani italiani sia mancata una cosa fondamentale: qualcuno
che gli frullasse la faccia di schiaffi. Una notizia che mi ha scosso
particolarmente è stata quella dei giovani che hanno dato fuoco all’immigrato
indiano, nella stazione di Nettuno.
Scoperti i colpevoli, hanno 16, 18 e 29 anni. C’è una spiegazione a questo
episodio? Naturalmente no, soprattutto se parliamo di spiegazioni logiche e ho
fondatissimi dubbi che la logica abbia anche solo lontanamente a che fare con
quei tre delinquenti da strapazzo.
È stata una ragazzata? No, io non credo. Anche perché uno di loro ha 29 anni,
un’età da asino adulto. Che già sono da sorvegliare i ragazzini, ora se ci serve
la baby sitter anche per i trentenni stiamo freschi.
Avevano bevuto, si annoiavano… no, non c’è alcuna spiegazione. Quei ragazzi sono
pericolosi e devono marcire in galera fino all’ultimo dei propri giorni.
Io vorrei parlare faccia a faccia col ventinovenne.
Ma che razza di uomo sei? Sei convinto di essere adulto e non ti si può neanche lasciare solo un attimo che combini casini.
Ma fossi in te mi vergognerei di essere al mondo! Purtroppo
non trovo nemmeno un insulto che sia adatto a te, definirti idiota è il minimo.
Mi viene in mente, testa di… ma è comunque troppo poco.
E non sopporto neanche quando si tenta di giustificarli. “Sono giovani… è
l’età…”. Ma perché le persone normali a quell’età non hanno mai fatto del male a
una mosca? Si sente tanto parlare di “normalità”. Queste tre belve di sicuro
sono l’anormalità fatta a persona, il guaio e che sono talmente deficienti che
pensano che questa sia trasgressione ed è giusto perché li hanno beccati e se la
vedono brutta (e spero che paghino!) che fingono di essere pentiti. Ma non lo
sono, persone caratterizzate da una simile pochezza non hanno quel minimo di
materia grigia che porta a una qualsiasi forma di pentimento.
E non ignoriamo gli amici, che posso immaginare che razza di elementi siano. Al
telegiornale, una giornalista li ha intervistati. Loro ridevano, perché non si
sarebbero mai aspettati un gesto simile dal loro amico. Ma non inteso come gesto
di simile gravità, loro l’hanno vissuto come un gesto di forza!! La giornalista
ha ribadito sconvolta: “Ma il vostro amico ha dato fuoco a un ragazzo!” e uno di
questi minorati l’ha interrotta dicendo che “non era un ragazzo, era un
marocchino!”.
Ma lo vedi che sei ignorante come una capra?? Non sai neanche che c’è una
differenza tra il Marocco e l’India, figuriamoci se sai dove sono! Figuriamoci
se un ignorante come te può restare in giro da solo senza fare casini! Ti è
piaciuto il gesto forte dell’appiccare fuoco? Allora vieni qui, vuoi provare una
sensazione simile? Ti appicco fuoco nei tuoi schifosissimi capelli ingellati. Ma
non avere paura, ti spengo appena sei al punto di essere rapato a zero, tanto
per te è importante solo il tuo aspetto che, lasciatelo dire, fa cagare.
L’ignoranza è pericolosa. Sfocia nel razzismo in un battito di ciglia. E tante
madri non sono capaci di fare le madri. E tanti padri sono felici di avere dei
figli bulli, perché secondo loro sono forti.
E per tutti quei ragazzini minorati, perché questo sono, passerei volentieri le
mie giornate a prenderli per i piedi e sbattergli la testa al muro. Che magari
l’unico neurone che hanno si sveglia.
Molti dicono che i clochard siano vite inutili. Secondo me sono più inutili ‘sti
rimbambiti di ragazzetti pidocchiosi. Il mondo potrebbe solo giovare della loro
assenza.

Daniela Martani. Chi è questa ragazza? È una ex concorrente del grande fratello.
E che cosa fa nella vita? Fa la hostess Alitalia. Ed è conosciuta non perché ha
partecipato al reality, ma perché ai tempi della lotta alla Cai, ha sfilato col
cappio al collo e un cartello con scritto “Questa è la vera cordata”. Come darle
torto.
A distanza di tempo, non da quando il problema è stato risolto, ma da quando i
media hanno smesso di parlarne, abbiamo ritrovato Daniela come nuova concorrente
del grande fratello.
E giù polemiche. Ma perché? Io non capisco!!!
Daniela è una ragazza di 35 anni, da dieci lavora in Alitalia e ha sempre avuto
la passione per lo spettacolo. Ha studiato canto e recitazione e basta fare
qualche giro su internet, anche sulla sua pagina myspace per sentirla cantare e
vedere le locandine di spettacoli teatrali cui ha preso parte.
La domanda che tutti sembrano porsi è: “Ma come, ha lottato per il suo posto di
lavoro e poi è finita nei reality?”, come se le due cose fossero una l’opposto
dell’altra.
Qui ovviamente ci divertiamo a spacciare le cazzate per cose importanti e le
cose importanti per cazzate.
Primo caso. Il Grande Fratello, che può essere definito diseducativo, trash,
volgare eccetera eccetera è principalmente un gioco dove una persona può vincere
300.000 euro. In più, per qualcuno che sa fare qualcosa nel mondo dello
spettacolo, è un’ottima vetrina. Può anche essere una scorciatoia,
indubbiamente, ma cosa c’è di male? Alzi la mano chi, per arrivare a un
obiettivo, non le tenti tutte, ma proprio tutte per arrivarci presto.
Abbiamo la Gregoraci che ha fatto di tutto pur di diventare famosa… a questo
punto meglio tentarsela col grande fratello no?
Quindi. È importante il grande fratello? Ma assolutamente no!
Secondo caso. Spacciare le cose importanti per cazzate. Perché adesso, il cappio
al collo, viene strumentalizzato dai media per far credere che nemmeno Daniela
fosse realmente interessata al suo lavoro, ma l’abbia fatto solo per essere
notata. E infatti si è voluta far notare, perché lei, in quel momento, era una
dipendente che stava perdendo tutti i suoi diritti come lavoratore.
Se una dipendente, a un cambiamento di contratto, si mette simbolicamente un
cappio al collo, è una cosa importante? Ma certo che si! E adesso lo è più che
mai, adesso che i media hanno deciso di non parlare più di Alitalia o perché
qualcuno dall’alto gliel’ha imposto! Invece spacciano quel gesto per un semplice
vezzo.
Ce l’hanno fatta ancora. A distogliere l’attenzione dico. Il problema secondo
voi è Daniela Martani che sogna il mondo dello spettacolo o è la CAI, che non
solo non ha risolto i problemi Alitalia, ma ne ha creati degli altri?
È Daniela o è la CAI ad aver levato ogni diritto ai suoi dipendenti? Le mamme
sono spostate di sede e lavorano lontano dai propri figli. Parte del personale è
stato licenziato, gli stipendi sono stati notevolmente abbassati e i lavoratori
non hanno più il diritto a uno straccio di vita privata. Ricordate? “Non
taglieremo gli stipendi, ma aumenteremo la produttività”, ci dicevano. E siccome
sono delle persone in gamba, hanno sì aumentato la produttività, ma anche
tagliato gli stipendi.
C’è nuovamente un accordo con Air France, ma non come prima. I debiti restano
incollati a noi. Prima però non andava bene che si perdesse l’italianità. Adesso
non è più importante.
E la cordata italiana? Non è mai esistita. E quando dico mai, intendo mai! Non è
mai esistita neanche per uno minuto l’ipotesi della cordata italiana,
figuriamoci per quelle tre settimane che precedevano le elezioni.
Possono fare tutti i tagli di personale che vogliono. Ma anche se i dipendenti
tutti di Alitalia lavorassero gratuitamente, il conto della compagnia rimarrebbe
allo stesso modo: in rosso. E non perché sia comunista.
E voi, boccaloni, avete tutto il tempo di credere che Alitalia sia stata
risanata da Silvio.
Non si è risolto un bel niente. Alitalia sta peggio di prima.
Ma zitti, non si può dire… pensiamo solo a Daniela e al Grande Fratello!!

No, adesso spiegatemi questa della pubblicità sull’ateismo. Non credo di averne
capito il senso. Allora. Anche in Italia parte la campagna pubblicitaria sugli
autobus con scritto "La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che
non ne hai bisogno".
Bene. Commenti??? Premesso che ognuno è libero di pensare quello che vuole e ci
mancherebbe altro, ma a me questo spot sembra velatamente una di quelle frasi
che qualcuno dice sempre “per il tuo bene”. Ma scusa, secondo te non lo so da
sola in cosa consiste il mio bene??
Non critico la scelta pubblicitaria, anzi, sicuramente è anche molto ingegnosa,
però non ne capisco proprio l’utilità.
No perché io, da credente, non è che cambio idea se vedo un pullman che mi passa davanti con quella scritta. Continuo a pensare che ci sia e che io abbia bisogno di lui, non basterà di certo lo spot a farmi cambiare idea.
Ho sentito che anche la Chiesa prepara la controffensiva con altri autobus e con
altre scritte. E sono ugualmente perplessa. Non mi piace nessuna di queste idee.
In primo luogo perché più che una diffusione di un pensiero mi sembra
un’imposizione.
Non esiste? Ah si? E a te chi l’ha detto? Vedi caro, anche se per te non è
esistito niente, io sono come San Tommaso, non ci credo finché non lo vedo,
quindi avanti, fammi vedere realmente che non esiste. Ma non mi bastano le
spiegazioni del calibro “Perché, è un mondo sensato?? Ti pare che la pace sia il
valore dominante?” perché io ti rispondo che Dio non ha imposto nulla ma ha
fatto scegliere tra il bene e il male.
Ok? Persino Dio non mi ha dato l’imposizione che mi stai dando tu adesso.
E la risposta della Chiesa? Beh, spero che non ci sia neanche. Per lo stesso
motivo. Sarebbe un’altra imposizione e diventerebbe un botta e risposta dove
nessuno dei due vuole vedere al di là delle proprie idee. La mancanza di
apertura mentale che viene rimproverata alla Chiesa, e che anche io rimprovero,
è la stessa che alle volte sento nei ragionamenti di certi atei, in cui un
credente è additato con i peggiori luoghi comuni che si possano trovare.
Esempio: “Sei cattolica credente?”. Si. “Allora sei contraria all’omosessualità
perchè la tua religione te lo impone.” Ma veramente io sono favorevolissima e
nessuno mi ha mai imposto niente. “E allora non sei una vera credente.” E invece
si che lo sono. Guarda un po’ gli scherzi della vita. Sono entrambe le cose. “E
allora sei contraria alle coppie di fatto!”. No… ti è andata male. Sono
favorevole anche a questo. “E allora non sei una vera credente!!” Un’altra
volta? Gesù, aiutami tu a sopportare questo supplizio. “Ma non lo sai che anche
i mafiosi si proclamano cattolici?”. E perché, vuoi farmi credere che nel mondo
ateo non ci sia neanche un coglione? Non c’è nemmeno qualcuno che sia vagamente
idiota? No, non ci credo…
Ecco cosa penso io. Affinché non si danneggi il bene comune, ognuno può fare
quello che gli pare. Gli atei sono liberi di diffondere il loro pensiero, i
cattolici di rispondere come meglio credono.
Solo che è più forte di me, io non sopporto le imposizioni e quella frase che mi
sa tanto di imposizione mi urta i nervi!!! E non perché io mi senta offesa,
proprio mi suona come un obbligo!! Obbligare me? Io, che quando facevo le
lezioni di scuola guida con mio padre, se mi diceva di girare a destra con un
tono seccato, giravo appositamente a sinistra????
Io, che spesso in passato mi sono rimproverata di essermi lasciata convincere da
qualcuno a fare qualcosa e non mi sono ancora perdonata??
Uhm… sto divagando. Torniamo allo spot. Appurato che se un cattolico vede quella
scritta non cambia idea e appurato che se un ateo vede la scritta “Dio c’è”, non
cambia idea lo stesso…
Era utile tutto ciò???? E lasciatemi spazio a un materialismo becero e
squallido. Ma non c’era un modo migliore per investire tutti quei soldi??
Che ne so… tu, ateo, costruisci i pozzi in Africa e in prossimità di ognuno
mettici la scritta che vuoi mettere sugli autobus.
E tu, cattolico, fai la stessa cosa e scrivici il tuo motto in un altro
cartello.
A me sembra un idea migliore. Almeno giova a qualcuno.
Io non mi sento offesa da quella scritta. Non mi fa né caldo né freddo. Ma
perché se io credente, non mi sento offesa dalla scritta “Dio non c’è”, loro,
atei, si sentono offesi dalla scritta “Dio c’è”?
Che poi, andando a vedere sul sito che promuove questa iniziativa, capisco anche
meno. Perché l’ateismo è qui presentato esattamente come una qualunque altra
religione!!! Il cristianesimo comincia con il battessimo, l’ateismo con
Sbattezzo… se vuoi essere ateo non ti basta non credere, ma è meglio iscriversi
all’associazione degli atei…
Boh, io tra religione cattolica e religione atea comincio a vederci sempre meno
differenze.
I cattolici hanno il Papa, gli atei il presidente onorario.
I cattolici hanno le chiese, gli atei i circoli territoriali.
La Chiesa ha l’otto per mille, gli atei hanno le erogazioni liberali.
Hanno anche la rivista, “L’ateo”, che a me ricorda tanto quel “Svegliatevi” che
i testimoni di Geova ti danno per strada.
Non ho capito il perché di questa iniziativa. Forse gli atei sono stanchi di
vedere ogni giorno il Papa al tg? Beh, quello anche io. E adesso, se c’è qualche
ateo non mi venga a dire “Ma guarda che se dici così sprofondi all’inferno”
perché gli spacco la faccia fino a deturparla, almeno all’inferno ci vado per un
motivo valido.
Forse a darmi un pensiero finale è di nuovo un vergognoso materialismo, ma a me
tutto ciò ricorda solo una strana voglia di… di… di… celebrità!!!!!

In questi giorni cade il decimo anniversario della morte di Fabrizio de Andrè.
Ed è una data che non può e non deve essere dimenticata, una data che dovrebbe
finire in tutti i testi scolastici, una data triste in cui avviene la morte di
un poeta, ma non solo. Di un cantante, ma non solo. Io direi di un uomo che
aveva capito tutto.
Un uomo nella concezione più poetica del termine. Un uomo che ti racconta la
vita così com’è, senza fronzoli, senza eccessi. Solo la pura verità ed è una
verità così vera che non può che essere bellissima. Un musicista, ma più di
questo. L’umanità fatta a persona.
Ho sempre trovato incompleta qualunque spiegazione su Fabrizio. Ognuno cerca di
farne quello che vuole. Per gli anarchici, era un anarchico. Per i musicisti, un
musicista, per i poeti un poeta…
E per me? Cos’è lui, per me?
Per me era solo Fabrizio. Era quell’uomo che quando io avevo 5 anni, cantava dal
mio stereo Bocca di rosa nella mia cucina mentre mia mamma faceva le pulizie di
casa e mi preparava la colazione.
Fabrizio per me è quell’uomo che amava la mia terra come se fosse la sua ed è
uno dei rari casi in cui penso che un non nativo si meriti di essere chiamato
sardo, si meriti il titolo di mio conterraneo. O forse sono più io a dovermi
sudare il titolo di sua conterranea.
Fabrizio è quell’uomo che non ha mai smesso di amare la Sardegna, neanche quando
avrebbe potuto odiarla per sempre, quando l’Anonima Sequestri, incubo di quegli
anni, lo sottrae alla libertà assieme alla sua compagna Dori.
Fabrizio è per me un mito irraggiungibile ma allo stesso tempo un uomo come
tanti, di quelli che se incontri per strada e dici “Buongiorno” loro ti
rispondono, magari sorridendo anche. Io lo immagino così.
Fabrizio è per me una guida, che quando hai bisogno di una dritta, ascolti una
sua canzone e ti sembra già di vederci più chiaro.
Fabrizio è il padre di Cristiano. E Cristiano secondo me ha tanto talento quanto
ne aveva suo padre, anche se non si possono, anzi, non si devono confrontare,
perché sono due strade musicali completamente diverse, ecco l’errore che fanno
in tanti. E che sofferenza rimanere anni senza che Cristiano faccia un nuovo
lavoro, sapendo a priori che sarà qualcosa di bellissimo.
Fabrizio è per me quell’uomo che dove ti giri, adesso la trovi una “Scuola
Statale Fabrizio de Andrè”.
Per me è un uomo. Nient’altro che un uomo. Con i suoi pregi e con i suoi
difetti. E con una capacità di cognizione del mondo che mai avrei potuto
immaginare che un solo uomo potesse avere. Ed è disarmante quando cerchi di
trovare un termine per descrivere un uomo e ti accorgi che ogni parola, anche la
più bella non può bastare, perché è troppo riduttiva per lui.
È un uomo che dieci anni fa se n’è andato. La sua compagna Dori dice che è un
uomo con cui passerebbe molto volentieri altri 25 anni.
Io ucciderei per scambiarci uno sguardo e un sorriso.
È un musicista, ma è più di questo. È uno scrittore di canzoni, ma è più di
questo. È un poeta, ma è più di questo. E dire che anche lui, era solo un uomo.
Ma incredibilmente, era anche più di questo. Geniale.
Secondo me, oggi come non mai si sente la sua mancanza. Cadiamo ogni giorno in
un turbine di volgarità gratuita, in una concezione sbagliata del mondo e della
vita, dove pensiamo che la violenza abbia una nazionalità e dove a una parola
d’amore viene sostituito un messaggino telefonico.
Cosa avrebbe potuto darci oggi Fabrizio? Sicuramente una chiarezza che oggi non
abbiamo più. E anche se è andato via, come tutti dobbiamo fare, difficilmente
per lui ce ne faremo una ragione.
Fabrizio è Fabrizio. Qualcuno di irripetibile.
Certe persone sono come certe rare emozioni. Nascono, vivono, muoiono e non si
ripetono mai.
Per fortuna o purtroppo.
Ci manchi.

Dunque. Visto che ci troviamo alle soglie del 2009, questo periodo è sempre
tempo di bilanci e buoni propositi. I secondi li evito come la peste, i primi a
volte li faccio. Cos’ho imparato in questo 2008? Tante cose. Per imparare basta
guardarsi in giro, quindi si impara sempre qualcosa.
Ho imparato che un Capodanno si può passare tranquillamente a casa senza
sentirsi in colpa di non essere usciti a fare baldoria fuori. Lo scorso anno
avevo infatti la febbre e sono rimasta in casa con la mia famiglia e qualche
parente. Cena, tombolata, brindisi e stop. Ma chi l’ha detto che per festeggiare
e sentirsi felici bisogna necessariamente attorniarsi di decine e decine di
persone? Come quelle persone che il sabato sera escono perché “è sabato sera” e
non perché hanno realmente voglia di uscire. Poi, che si sentano soli in mezzo a
centinaia di persone, è un’altra storia.
Ho imparato che quando faccio finta di non combinare niente, combino molto di
più di quando faccio finta di combinare qualcosa. Esempio? Lo scorso febbraio,
sono rimasta in Toscana all’università piuttosto che tornarmene in Sardegna per
qualche giorno. Parenti ammirati. Risultato? Che per una serie di cose, non ho
combinato nulla. Gli anni passati, in cui a febbraio me ne stavo beatamente in
paese, riuscivo a dare esami, seguire lezioni, organizzare giri eccetera
eccetera. Alla faccia di chi mi dava torto!
Ho imparato che se vinci il festival di Sanremo, non è detto che tu sia un bravo
artista. Qualcuno mi dice dove sono finito Giò di Tonno e Lola Ponce, calendari
a parte di quest’ultima?
Ho imparato che se invece hai talento, ma fai la cassiera all’esselunga, prima o
poi la ruota gira anche per te. W Giusy Ferreri!
Ho imparato che se sei un politico e se sei a capo di governo, devi pensare bene
a chi avvicinarti. Perchè se prendi un cretino che cambia idea come cambia il
vento, poi il governo ti crolla come un castello di carte. Poi, mettilo pure a
fare il ministro della giustizia…
Così si arriva alle elezioni e cambia tutto. Cambia governo, cambia ministro.
Alla giustizia adesso c’è il sosia di Gigi d’Alessio che ci sistemerà tutti con
una bella legge sulle intercettazioni telefoniche, legge che tutti gli italiani
aspettano da una vita, soprattutto quelli che prendono 800 euro al mese e ne
pagano 700 di mutuo.
Ho imparato che se sei giovane, in Italia sei penalizzato. Perché se 4 anni fa,
Lippi ha vinto un mondiale ai rigori, per poco ci scappava la beatificazione.
Solo che se adesso Donadoni perde l’Europeo ai rigori, per poco non ci scappava
la ghigliottina.
Ho imparato che un ministro può anche essere donna e giovane, ma che se è
incapace, allora non possiamo certo metterci a parlare di progresso.
Ho imparato che se hai la pelle scura o comunque di un altro colore, in Italia
può essere ancora un problema.
Con il cuore per Abdul Guibre. Ma non solo per lui.
Ho imparato che comunque l’Italia è meno bacchettona di quello che sembra,
altrimenti col cavolo che Vladimir Luxuria vinceva l’isola dei famosi. Evviva!!
E così l’Italia ha imparato che un transgender, altro non è che una
semplicissima persona, come quelle che incontriamo tutti i giorni per strada,
dal lattaio, in negozio, alla posta…
Ho imparato… anzi, ho visto che il sogno del presidente americano di colore si è
avverato ed è meraviglioso. Ho imparato che fargli una battuta dandogli
dell’abbronzato non è una forma di razzismo. Solo che se lo dici in una
dichiarazione ufficiale, non ci fai nemmeno una bella figura. Soprattutto quando
i tuoi colleghi sono stati ore a sottolineare l’importanza storica di
quell’evento.
Ho imparato che secondo me l’Italia, una compagnia aerea di bandiera non ce
l’avrà mai più.
Ho imparato che se vuoi essere realmente informato su quello che succede al
mondo, i telegiornali proprio non ti possono aiutare!
Ho imparato che se gli italiani sono meno bacchettoni di quanto vogliano far
credere, la tv non fa altrimenti. Il film “I segreti di Brockeback Mountain” è
stato trasmesso in seconda serata su raidue ma censurato.
Due cowboy che si baciano in tv non si tollerano.
La donna nuda che sponsorizza lo yogurt sì però.
Un film pluripremiato ma con tematiche gay non si tollera.
La Gregoraci che è diventata famosa dopo aver accettato uno scambio di favori
sessuali sì, in tv ci può stare, lei sì che dà il buon esempio.
Uno degli ultimi film di Heath Ledger, attore talentuoso, deceduto
prematuramente non si tollera.
Le vallette mute e i loro calendari, con tanto di servizio e filmati delle
ragazze completamente nude, su Studio Aperto, ogni pomeriggio alle 18, sì,
quello in tv ci può stare.
Beh, dopotutto ricordiamoci che qui, un film è considerato pornografico se si
vede l’organo genitale maschile. Se si vede quello femminile no, lì allora non è
porno. Bah. Nel 2008. Ma per favore!
Credo di aver imparato anche qualche altra cosa, ma al momento mi sfugge e non è
che possa dilungarmi tanto a lungo!!
Spero di imparare tante altre cose nel prossimo anno. Belle però. Giuste. Dove i
ragazzi sono ragazzi e stop. Che siano di origine marocchina, senegalese,
cinese, rumena, campana, siciliana, sarda, puoi anche non dirmelo. Dove al
governo ci sia gente che seriamente sia interessata ai problemi dell’Italia e
non solo alle proprie attività illecite da salvaguardare col lodo del primo
ministro che ti capita sottomano.
Spero che gli sprechi dello Stato finiscano e
che quei soldi finiscano nelle casse dei ricercatori, quelli che si occupano
della ricerca sulle malattie per trovare una soluzione.
Speriamo.
Buon 2009!

È Natale e a Natale siamo tutti
più buoni. Però ho l’impressione che qualcuno non se ne sia accorto. O che si
faccia un baffo di questo detto. Che vabbè, mica ci si può sempre comportare a
seconda di frasi fatte, però ogni tanto, darsi una calmata non è una cattiva
idea.
E poi io mi sto riferendo al Papa, mica al primo disgraziato che incontro per strada. Ammetto che io e questo Papa non siamo tanto amici. L’ho sempre trovato un po’ freddino, all’inizio pensavo che fosse uno stereotipo dovuto alla sua provenienza ma più il tempo passava e più non riuscivo a trovare un punto d’incontro con lui.
E poi alle volte fa delle dichiarazioni che mi fanno accapponare la pelle!! E dire che ero così felice anche della sua visita a Cagliari! Speravo che l’aria sarda potesse farlo rilassare un po’, invece ciccia, lui è più agguerrito che mai e per uno che fa il Papa non è certo un pregio.
Oggi, girando tra siti internet, ho letto che è contrario a chi decide di cambiare sesso. La settimana scorsa ha detto che la Chiesa non può proteggere i gay perché altrimenti sarebbe uno schierarsi contro i paesi che i gay li perseguitano.
Aiuto. Non credo di aver capito bene. Anzi, spero proprio di non aver capito una mazza. Allora. ragioniamo. Qualcuno sa spiegarmi tutto questo accanimento contro i gay? Poi da parte della Chiesa… ma se siamo tutti figli di Dio… se siamo tutti fratelli, che male ci fanno ?? Io poi non capisco quando dici che non danno un buon esempio… guarda che non è che se dai la tua benedizione ai gay, diventiamo tutti omosessuali in massa! Continuiamo ad avere i nostri gusti.
Certo, alle volte anche io penso che sia un peccato… ci sono dei ragazzi gay che sono praticamente meravigliosi… bellissimi, simpaticissimi, gentilissimi che mi viene da pensare “è proprio un peccato che sia gay”. Però un peccato in questo senso, mica che debba sprofondare all’inferno perché a lui piacciono dei ragazzi. Che c’è di male?
Lui si innamora di una persona, poi se quello che contiene la persona ha la forma dell’uomo, lo ama lo stesso. In questo sono molto più avanti degli etero. Amano e basta. E se non si fanno problemi loro, perché dobbiamo metterglieli noi? Noi che dobbiamo sempre fare finta di essere bacchettoni e moralisti, quando siamo i primi a non saperci comportare.
Dimmi una cosa Papa. Non avrai mica messo becco anche su raidue, quando hanno censurato “I segreti di Brockeback Mountain?”. Che vergogna.
E poi Papa. Tu hai idea di cosa significhi per una persona essere una donna imprigionata in un corpo da uomo? Io no Papa, perché penso che queste questioni siano molto delicate e per capirle a fondo bisogna viverle da vicino. Però posso provare a immaginare e dev’essere terribile. Papa, ti ricordi quando sei diventato Papa? Io si, benissimo, ero davanti alla tv e Bruno Vespa era lì a starnazzare che c’era stata la fumata bianca. Poi ha detto che il Papa eri tu e sei uscito alla terrazza a salutare tutti. Ti hanno infilato una tonaca che ti stava grande, mi ricordo queste maniche gigantesche che ti scendevano appena salutavi.
Tu immagina di dover uscire dal Vaticano sempre con quella tonaca gigantesca… non ti sentiresti un po’ a disagio? E questo solo per un abito!! Che puoi togliere quando vuoi! Tu pensa a qualcuno che vive in un corpo che non è il suo! Vedi Papa, anche io posso storcere il naso, ma non pensi che se una persona riesce a vivere felice, anche Dio è felice?
Non pensi che se Gesù ha deciso di morire per noi, non tiri un sospiro di sollievo tutte le volte che uno dei suoi fratelli lo ringrazia per avergli dato l’opportunità di vivere una vita migliore? Noi non possiamo sapere cosa è meglio per gli altri Papa, ma se una persona è felice, perché non possiamo essere felici anche noi??
Non fanno del male a nessuno!! Io non soffro quando incontro un gay, io soffro quando accendo la tv e sento che da qualche parte al mondo è scoppiata l’ennesima guerra. Io soffro quando i pedofili fanno del male ai bambini.
Ascolta Papa, lo so che per te non è facile, soprattutto perché il paragone con Giovanni Paolo II è continuo. Anche lui spesso si è detto contrario alle unioni gay, ma vedi, aveva tutto un altro modo di comportarsi.
Tu hai anche detto di non essere una rockstar e che la giornata mondiale della gioventù non e mica un concerto. Papa, il punto è questo. Sarebbe bellissimo se noi tutti ti acclamassimo come una rockstar!!! Più di una rockstar!!! L’altro Papa ha detto ai giovani “Chiamatemi Karol!!”. Ed è stata l’apoteosi!! Vedi Joseph, non temere di avvicinarti a noi… siamo pecorelle smarrite, ma non è a suon di bastonate che ci farai trovare la retta via.
Tu devi essere come una rockstar. Karol lo era. E Bob Dylan gli ha dedicato pure Forever Young.
Joseph. È Natale. Noi siamo pronti ad abbracciarti. Ma anche tu lasciati abbracciare da noi e non respingerci, siamo tutti peccatori. Gesù, nell’incontro con l’adultera, diceva a tutti coloro che la volevano lapidare “Chi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei”. E nessuno lanciò niente e tutti se ne andarono.
Papa… non pensi che questa lezione di Dio sia meravigliosa? Non pensi come sarebbe tutto più semplice se la applicassimo da adesso in poi?
Buon Natale Papa. Buon Natale a tutti.

E visto che siamo sempre sfiduciati, eccoci accontentati. Il miracolo è
compiuto. Siamo vicini a Natale, potevamo aspettarcelo ma siamo troppo
pessimisti per riconoscerlo senza essere troppo diffidenti.
Purtroppo non è della pace del mondo che stiamo parlando, il tono è molto molto più leggero e qui, si sa, ci occupiamo anche di tv. Volete sapere in cosa consiste il miracolo? Eccolo.
La Rai trasmette un telefilm italiano. Strano? No.
Una commedia brillante. Strano? No.
E allora dove sta il miracolo?
Il miracolo è che il nuovo telefilm è veramente carino!!! Siamo alla prima puntata e alla seconda sappiamo già che l’aggettivo carino sarà sostituito dall’aggettivo bello.
Si intitola “Tutti pazzi per amore” e parla del difficile rapporto tra vicini di casa, ulteriormente complicato quando di mezzo si intromette il sentimento, l’amore appunto.
I ruoli protagonisti sono interpretati da Stefania Rocca e Emilio Solfrizzi. E da questo si può immaginare che il telefilm sia carino, trattasi infatti di due attori molto selettivi nel proprio mestiere, che di certo non appaiono in qualunque fesseria la tv propini pur di mettersi in mostra.
Altri ruoli che gravitano intorno ai protagonisti sono interpretati da Francesca Inaudi e Carlotta Natoli, già viste in Distretto di Polizia, Irene Ferri, Luca Calvani, Regina Orioli, Carla Signoris, Riccardo Rossi e il bravissimo comico, ma non solo, Neri Marcorè.
In qualche puntata partecipa anche Pietro Taricone, ex grande fratello e oggi attore affermato.
Finalmente la Rai cerca di darsi una svecchiata, non è detto che per fare fiction di qualità si debba ricorrere al rifacimento di colossal della letteratura versione tv. Belli, a volte, ma un po’ pesanti.
Sarà un segnale? I giovani arrivano la domenica, in prima serata, su rai uno? Speriamo bene! E intanto, godiamoci il telefilm!!!

E dato che siamo vicini a
Natale, può mancare il consueto appuntamento col cinema? Nooo.
Col cinema italiano? Nooooo. E col cinepanettone? No, sigh, non che non può mancare, maledizione.
Esaminiamo la situazione. Il cinema italiano è famoso in tutto il mondo, i migliori critici ne parlano benissimo, un vanto grandioso, nelle trasferte come ad esempio Cannes collezioniamo successi, tanti film italiani candidati all’Oscar e chi più ne ha più ne metta.
Meraviglioso no? Forse tutti quei meriti ce li abbiamo perché nessuno di importante è venuto a dare un’occhiata alle nostre sale cinematografiche nel periodo natalizio.
Tra cenoni, pranzi e dolciumi, nessuno può stare lontano dalla famiglia in questi periodi. Anche i critici più famosi al mondo.
E meno male. Perché se
disgraziatamente dovessero vedere quello scempio di cinepanettoni che tutti gli
anni ci propongono, ci distruggerebbero in tre secondi.
Appuntamento immancabile. Volgarità a iosa, commedia definita per tutti ma con un bollino rosso grande quanto una casa, bellona di turno che ovviamente si spoglierà non essendo in grado di pronunciare due parole in croce, gag talmente nuove e talmente divertenti che i Lumiere puntualmente si rivoltano nella tomba. Pentendosi naturalmente di aver inventato il cinema. Ma solo a Natale, grazie al cielo.
Che poi ‘sti filmacci ogni anno sbancano il botteghino, santa pazienza!!! Ma onestamente, c’è qualcuno che ride ancora nel sentire una pernacchia prolungata? Fa ridere la flatulenza non trattenuta? Ma per favore. Persino i sassi sanno a memoria queste baggianate.
Che dire? Questi film andrebbero evitati come la peste. Ma poi vedremo che anche stavolta il giro di miliardi l’hanno assicurato e il business del cinema italiano, amaramente, deve pure ringraziare.
Che tristezza.

Se c’è una cosa che mi ha sempre colpito, sono le persone che quando parlano di
sé stesse, si definiscono con una serie di pregi, o presunti tali. Tipo. Parlami
di te: “sono dolce e affettuosa, molto sensibile e generosa, simpatica, solare e
allegra”. Ah però. Beata te, ce le hai proprio tutte.
Quando mi viene posta una
domanda del genere mi viene la faccia a forma di punto interrogativo.
E non perché io non abbia idea di come sono fatta, ma proprio perché non so cosa
dire. Generosa? Quando serve. Allegra? Quando serve. Simpatica?
Non so…
chiedetelo a chi mi conosce. Insomma, normalissima. Con un carattere complesso,
come tutti. Con gli alti e bassi, come tutti.
Mi viene difficilissimo rispondere direttamente.
E poi è una cosa che non ha
senso. La conoscenza di una persona è bella perché sta a te scoprire chi ti
trovi davanti, o no? Pregi e difetti, ma te ne rendi conto tu, altrimenti tanto
vale che ce ne andiamo in giro con un libretto delle istruzioni e lo sfoderiamo
a ogni nuova persona che ci troviamo davanti.
Ma quello che più mi diverte è vedere le persone che si ostinano a descriversi
con un solo aggettivo. E l’aggettivo che mi diverte di più è: trasgressivo. Io
le persone che si definiscono trasgressive le adoro, mi fanno troppo ridere!!
Anche perché nella stragrande maggioranza dei casi non è assolutamente vero che
lo siano!!
Esempio classico, sentito con le mie orecchie da una ragazza. “Io sono una
ragazza trasgressiva per come mi vesto, per come mi trucco e per come mi
comporto”. Lei praticamente è trasgressiva perché si veste malissimo ma lo
spaccia per una precisa scelta di stile. È trasgressiva perché ha i piercing e i
tatuaggi. È trasgressiva per come si trucca, cioè perché ha sempre la matita
nera negli occhi e il rossetto di un colore molto scuro. È trasgressiva per come
si comporta perché quando è in un locale pubblico beve solo alcolici.
Nientemeno!!! Mi hai appena descritto l’80% della popolazione femminile
italiana!!! E senti un po’. Com’è che quando sei nei locali pubblici e ti prendi
una birra, nessuno fa una piega e quando ci vado io, che di trasgressivo non ho
manco la punta delle unghie dei piedi, tutti mi guardano storto perché sto
consumando probabilmente l’unico the alla pesca della serata?
L’emblema di questo auto definizione è sempre stata Asia Argento. Che mi sta
anche molto simpatica eh. Però non ho mai capito perché quando parlava di sé, ci
metteva sempre questo fatto di essere trasgressiva. E poi descriveva gli episodi
che l’hanno fatta diventare così. Ad esempio quando i suoi genitori si sono
separati. Oppure quando ha cominciato a fumare a 14 anni. Cavoli. Cose mai
successe a nessun altra persona.
E vedo anche tantissimi giovani d’oggi che si vedono trasgressivi. Dicono “io
sono diverso da tutti gli altri” e poi vanno a fare una fila interminabile per
mettersi pure loro l’anello al naso. Ovviamente nella fila ci sono tutte le
persone che con loro non hanno nulla a che fare… chiaro no… peccato che poi non
li distingui più l’uno dall’altro!!!
Che poi è un casino ostinarsi ad etichettarsi. Perché poi sempre e comunque devi
essere coerente. Ma non coerente con quello che pensi tu realmente. Coerente con
quello che tu vuoi che gli altri pensino di te. Che tormento!!! Quindi, se sei
trasgressiva, non farti brillare gli occhi quando ti guardi la centesima replica
annuale di Ghost. E se sei trasgressivo, resta ben inchiodato nella tua posa
plastica preferita e non far vedere che se per caso parte la musica di YMCA
conosci la coreografia a memoria sognando di indossare la divisa da poliziotto.
E se per una volta ci fidassimo tutti ciecamente della nostra straordinaria
normalità?

Calma. Calma. Devo stare calma. Allora. Vi ricordate che ho parlato del digitale
terrestre? Devo riprendere l’argomento. E non vi lamentate, perché altrimenti
mordo e giuro che lo faccio!
Calma… calma.
Il digitale è in casa, installato ormai da una settimana. Abbiamo capito che
quando lo si installa, alla domanda “digita il paese”, si può rispondere Gran
Bretagna, ma anche Svezia o Spagna. In qualche caso anche Germania, ma mai e poi
mai l’Italia. Perché la Rai non viene fuori altrimenti. Invece con gli altri
paesi si.
Peccato che non si veda comunque un cazzo!! Peccato che prende il segnale una
volta si e centocinquanta no! Peccato che in sei giorni che il digitale è
installato e pronto per l’uso sia riuscita a vedere in tutto mezz’ora di
trasmissioni rai. Calma… calma…
Si può sempre rimediare con mediaset. E infatti così stavo facendo. C’era
“L’amore non va in vacanza”, il film con Cameron Diaz, Kate Winslet, Jude Law e
Jack Black. Tanto carino, avevo così voglia di vederlo.
Ma quel fetente non ha voluto saperne!!! Prima ha funzionato, poi senza che
nessuno lo toccasse, è sparito nel nulla il suo segnale del cavolo!!! E non si
vede più una mazza!! Né rai, né mediaset e nemmeno videolina!!! Basta!! Io mi
rifiuto di installare nuovamente il tutto, mi rifiuto di cercare altri paesi
europei per trovare quella dannata Rai, mi rifiuto di scaricare mediaset, mi
rifiuto di trovarmi davanti agli occhi quel fottutissimo decoder!!! Io lo volevo
per caso? Io ti ho forse chiesto di passare al digitale? Anzi no, rifaccio la
domanda.
Qualcuno ha forse chiesto alla popolazione se aveva intenzione di passare al
digitale? No, non ce l’avete chiesto, l’avete deciso per noi come al solito!!!
Io quell’affare lo prendo e lo sbatto nel pavimento fino a bucarlo e a farlo
sprofondare nel piano di sotto.
“E ma poi così non vedi più la tv”.
Non la vedo lo stesso!!!! Lo odio. Lo odio lo odio!!!!!! Le ho provate tutte. E
sposta l’antenna e cambia le frequenze e reinstalla i canali e reimposta le
coordinate e spegni e riaccendi.
Devo stare calma? No, non ci devo stare calma, io tutto posso fare fuorché
restare calma!!!
Non lo voglio quel coso, non si vede un tubo, mi innervosisce e non serve a una
mazza! Dicono “e ma vedrete che ai primi di novembre funzionerà tutto
benissimo”. E allora dovevi metterlo a novembre ‘sto digitale di mmmmm…. Non
fatemelo dire. Tralasciamo il fatto che non ci credo assolutamente che sia tutto
a posto in così poco tempo. E che anche se fosse solo un giorno, sarebbe
comunque troppo per il mio limite di sopportazione. Ah ma non sono sola. Ci sono
paesi in cui non si vede nulla. E il bello è che se qualcuno cerca notizie a
riguardo, sembra che questo digitale abbia portato gioia infinita nei cuori
delle persone. E invece si tratta solo di rottura di balle. La gente è
ovviamente uguale a prima, ma leggermente più nervosa.
Eccezione fatta per me, che sono molto, ma molto ma molto più nervosa di
prima!!! E io mi innervosisco raramente per queste cose.
Persino la mia zona, il Sarrabus, è stato menzionato in svariati siti che
parlavano dell’argomento. Come la prima zona in cui la rivoluzione della tv è
avvenuta. Che culo.
Io ne propongo un’altra di rivoluzione. Io prendo tutti i decoder del mio paese,
li butto in una piazza gigante e ci faccio un falò. E poi ci butto dentro chi ha
deciso di piazzarceli in casa, chi li ha costruiti, chi li ha sponsorizzati. Ma
soprattutto chi ha deciso di sperimentarli qui.
Sto diventando una persona violenta. Se trovate qualche personaggio facoltoso
che abbia un passato nel campo delle comunicazioni steso a terra, senza sensi e
accanto alla sua testa un decoder sfasciato, sapete chi è stato. Sono stata io.
E io mi consegnerò alla giustizia e mi faccio arrestare e sono contenta anche se
mi danno l’ergastolo e mi mandano in carcere.
Lì almeno hanno Sky!

“Benvenuto nell’era digitale!” Ma chi ci voleva entrare?
Stamattina mi sono risvegliata così. Incazzata. News dall’isola (non quella dei famosi): la tv analogica non esiste più, si passa definitivamente a quella digitale.
La domanda mi sorge spontanea: ma io per caso, ve l’avevo chiesto? Ma assolutamente no, lasciami navigare nell’antichità delle mie abitudini ma non venirmi a rompere le balle con quella merda di digitale terrestre!!!
Tutto comincia nel 2005. Ci annunciano con grande gioia che la Sardegna sarà la prima isola a passare dalla tv analogica a quella digitale. Tutta quella gioia a me risulta semplicemente immotivata.
“Ma come??” dicono. “E’ un grande passo avanti per la tecnologia. E la Sardegna sarà la prima regione a sperimentarlo!”
Ecco, esattamente da quell’ultima frase io ho capito che si trattasse tutto di una cazzata stratosferica, di un presa per culo grande quanto una casa, dell’ennesimo disinteresse nei confronti degli abitanti dell’isola. Andiamo… fosse stata una cosa seria l’avrebbe sperimentata la Lombardia, mica la Sardegna!
Infatti nel 2005 ci hanno praticamente obbligato ad acquistare il digitale terrestre, che è un decoder. Bene. Peccato che nel 2005 non funzionasse una cippa. Peccato che uno straccio di segnale digitale sia arrivato solo oggi. Nel 2008. Peccato che ci hanno persino obbligato ad acquistare una scheda mediaset premium scaduta nel 2007 e della quale nessuno ha mai potuto usufruire. Quel digitale terrestre ha preso polvere per tre anni e oggi è dovuto entrare obbligatoriamente nelle nostre case. Perché la tv normalmente non si vede più. Niente di niente. Zero.
Non si bidi nimmancu una figu siccada. Beh, visto che è qui in Sardegna che la cosa è partita, il commento in dialetto ci sta bene. Traduzione: non si vede un fico secco. E ringraziate che ho detto fico secco.
Allora ho dovuto: cercare quel decoder, spolverarlo, perché in tre anni di polvere ne ha presa eccome, sistemarlo e sintonizzarlo.
E qui sta il bello. La prerogativa del decoder è solo una: non far capire un cazzo. Non si capisce dove bisogna mettere le prese, non si capisce dove bisogna mettere l’antenna, non si capisce come installare i canali. È dotato di un libretto di istruzioni che so fosse scritto in aramaico sarebbe stato più comprensibile.
E successivamente: non si capisce come cambiare canale, né come memorizzarli.
Dopo tre ore di tentativi e ingiurie di ogni tipo contro la legge Gasparri (anno 2004) che prevedeva tutto ciò, finalmente la mummia tecnologica dà segnali di vita. Appare un incomprensibile menù che ti dice di installare i canali. E tu gli dai un ok. Poi ti fa una ricerca di mezz’ora per dirti che il segnale in quella zona non è ancora arrivato. Riprovare fino a quando non appare. Bene. Dopo cinque ore è apparso. Compare una lista di tutti i canali che si vedono.
Cinque canali di Videolina.
Cinque di Sardegna Uno.
Cinque di Telecostasmeralda.
Canale cinque.
Italia uno.
Rete quattro.
Rai? Zero. Neanche l’ombra. Altri insulti a Gasparri che se non si potrà più sedere da oggi ai prossimi dodici anni deve solo ringraziare della breve durata della sua pena.
Diceva: “Vedrete che col digitale la visione cambierà nettamente”. E infatti io la differenza l’ho notata. Si vede un po’ peggio del solito, con un effetto cubismo che ogni cinque minuti appare sullo schermo modificando la visuale e i personaggi in un modo che neanche un quadro di Picasso.
Ma adesso funziona il bastardo, digitale terrestre di merda.
L’era digitale è cominciata da sette ore e già non la sopporto più. Continuo a non capire un accidenti, non mi fa funzionare il videoregistratore, devo comprare un altro decoder altrimenti la televisione che ho in salotto non prende un tubo, non ho la gamma assortita di canali che mi avevano promesso e ho i nervi a fior di pelle che se qualcuno pronuncia davanti a me le parole “digitale” e “terrestre” a distanza ravvicinata, mi avvinghio contro e gli strappo la rotula a morsi.
Questo dovrebbe essere un simbolo di progresso?? E cosa sta a dimostrare? La progressiva presa per culo cui dobbiamo sottostare? Io con quel progresso posso anche non avere a che fare. Fanculo.
Io lo odio il digitale terrestre.

Tempo di referendum. Come, non
vi siete accorti? Giusto, erano infatti solo in Sardegna. Tre domande. Due
riguardavano la gestione dell’acqua. L’altra riguardava l’abrogazione della
legge chiamata salva-coste. A me questo referendum, sapeva un po’ di presa per i
fondelli. Primo perché è stato organizzato in quattro e quattro otto. Secondo
perché qualunque risultato si sarebbe raggiunto, non sarebbe cambiato niente.
Terzo, perché 9 milioni di euro per fare questo referendum mi sembrano soldi
buttati nel cesso. Bastava raccogliere le firme per ottenere lo stesso
risultato.
Insomma, ho detto tutto questo per sputare il rospo.
Per la prima volta non sono andata a votare. Non tanto perché gli ideatori del referendum non godano della mia simpatia, quanto perché per l’appunto, tutto ciò mi sembrava uno spreco.
Mi hanno martellato la testa con Vota Si vota Si, che alla fine ero talmente stufa che avrei votato No, anche se l’avessi pensata diversamente.
E’ finita che la mia idea era diffusa, quorum non raggiunto, non è cambiato nulla e in Sardegna ci sono 9 milioni di euro in meno. Poi siccome qui navighiamo nell’oro, mica c’è da lamentarsi…
Non sono andata a votare, ma se l’avessi fatto avrei scritto No. Vi scongiuro, non toccate la legge salva-coste!!! Io adoro quella legge e la estenderei al mondo intero. Vi spiego. Questa legge impedisce di costruire sulle coste appunto, non si può costruire se non oltre due chilometri dal mare. Quando questa legge è uscita, l’ho accolta con entusiasmo.
Al mio paese, c’è una bellissima zona marina che si chiama Porto Corallo. Prima c’era qualche casetta vicina alla costa, delle casette basse basse, tutte circondate dalle piante e da lontano si intravedevano solo i tetti. Poi hanno deciso di costruire e tutti dicevano “che bello che bello, adesso porteranno tanto lavoro”. E io, ancora giovane giovane per capire, ho pensato “ma si, forse è meglio così”. Poi hanno fatto dei palazzoni di quattro piani che, contrariamente alle villette di prima, le piante sparivano e non solo si vedevano i tetti, ma anche i tre piani sopra il piano terra.
Andiamo a vedere come procedono i lavori al mare? Ma certo… scempio. E la lacrimuccia che scende. Sigh, ma che hanno fatto??? Ma qui siamo al mare, che senso ha costruire quei palazzoni schifosissimi??? Poi hanno costruito altro. Ma si sono limitati. Villette di un piano. Tutte attaccate tra di loro, sembrano alveari. Né belle né brutte, forse lo shock di quei palazzoni è stato talmente forte che già non vedere tre piani mi ha un po’ rincuorato. A volte si parla ancora di costruire dell’altro. E io penso invece che quello che c’è basta e avanza. Poi un giorno arriva la legge salva-coste. E io sono contenta, gli scempi lì finiranno allora. E rimpiango che non sia stato fatto prima.
E poi all’improvviso si svegliano e decidono di fare un referendum. Domanda che ti pongono: vuoi fermare la legge che ha bloccato il turismo in Sardegna?
Eh? Vuoi abrogare la legge che ha portato alla rovina le imprese sarde? Come prego?
Non credo di aver capito bene. E sapete qual è la prima cosa che mi è venuta in mente?
Qualche settimana fa, a Blunotte, il programma di Carlo Lucarelli, si parlava di mafia e politica. Parlava della Sicilia e si spiegava che il modo migliore per dare alla mafia una certezza futura, era quella di entrare direttamente in politica. I mafiosi cominciarono così a fare politica. tra gli slogan che i mafiosi usavano c’era “Palermo è bella e noi la facciamo ancora più bella.” E fu così che Palermo venne seppellita da una colata di cemento. Esagero? Beh, a me questo è venuto in mente, non posso farci nulla.
La salva-coste può aver segato le gambe a quegli imprenditori senza scrupoli che pur di fare soldi e fama non badano all’ambiente. Ma posso fare un commento? Certo che gli imprenditori mancano proprio di inventiva!!! Siamo sicuri che non si possa costruire niente al di là dei due chilometri?? Costruisci a tre chilometri! Perché vuoi farmi le case sulla spiaggia? Fanno schifo!! Fai delle villette un po’ più distanti, se proprio non puoi stare con le mani in mano!! Ma se il tuo mestiere è quello di costruire non hai comunque il diritto di sradicare alberi, eliminare prati e cementificare tutto!!! Perché anche tu devi respirare aria buona, mio caro imprenditore… ok??? Ci siamo capiti?? Ma tu forse te ne sei dimenticato, ti basta sventolarti le banconote che rinvieni subito, vero?
Beh, per me non è così. Se vado al mare, voglio vedere il mare. E se c’è un po’ di verde tutt’intorno, voglio vedere anche quello! È bellissimo! Perché non ti dai una calmata?? I turisti non sono mai mancati e adesso ti dico una cosa. Tu puoi costruire tutte le ville che vuoi appiccicate al mare ma sai cosa succede appena i turisti se ne vanno? Succede che quel nugolo di case, altro non diventa che un paese fantasma. Perché la gente del posto, la casa la vuole nel paese, è più comodo.
Ho voluto parlare di questo argomento perché non è valido solo per la mia regione. Vale per tutti. Perché non pensano mai all’ambiente? Qualche giorno la terra si stanca e vomita nello spazio tutto il cemento superfluo che gli abbiamo messo addosso. Il progresso. Mi sembra di vederlo l’albero di trenta piani che cantava Celentano.
Invece sono sempre i soldi a farla da padrone, soldi che poi vanno a finire nelle tasche dei soliti. Figuriamoci. Lo volete un esempio? L’anno prossimo a La Maddalena c’è il G8. Così hanno ben pensato di sistemarla per l’evento. Strade, uffici, centri stampa e chissà che altro. Seguendo il referendum di cui parlavo prima direi “Eh ma quanto lavoro procura alle imprese sarde!”. Non stiamo sempre a lamentarci.
Quanto lavoro un corno!! Perché gli appalti più importanti sono stati assegnati alle imprese della penisola, a quelle sarde hanno dato i lavori minori!! Ecco perché ce l’ho con chi si mette contro la legge salva-coste, perché sarebbe la stessa situazione! In costa Smeralda non ci trovi un sardo neanche a pagarlo! Non se lo può permettere e non lo vogliono nemmeno per lavorare!
Io vorrei fare un appello a tutti gli imprenditori. Ma voi avete dei figli? Perché nel caso li aveste mi stupirei moltissimo. Non credo che vorreste per loro un futuro senza natura. Non credo vogliate farli crescere senza aver mai visto un albero. Non credo vogliate evitare loro il contatto più diretto con la terra su cui vivono. Non voglio crederlo.
Ma se volete cementificare la loro esistenza, murando vivi tutta la popolazione, vostri figli compresi, continuate a richiedere referendum come questo. Se realizzate i vostri sporchi sogni, cemento gratis per tutti. Io nel caso, ne vorrei un po’ sugli occhi. Per non vedere.

Solitamente, quando vedo che sul
maialino si parla di un argomento di cui anche io avrei voluto parlare, evito di
ripeterlo e cambio strada.
Altre volte però, capita che l’idea che avevo su quell’argomento è talmente diversa da ciò che già è stato detto che mi sembra inutile tenerla solo per me.
Forse per alcuni che leggeranno il mio pensiero sarebbe stato tanto meglio, ma se qui dentro c’è posto anche per me, è giusto che anche io dica la mia.
Forse avrete già capito. Voglio parlare di Alitalia. Ne avevo già parlato un po’ di tempo fa, ma mi ero limitata a parlare dei prezzi delle tratte, che una Cagliari-Pisa costa quanto una Roma-New York su qualche altra compagnia low cost.
Adesso la situazione è precipitata, l’Alitalia non può nemmeno permettersi di comprare il carburante, almeno così ci dicono, e stiamo arrivando a non avere più una compagnia di bandiera, come ci tormentano alla tv.
Ok. Adesso io faccio una domanda e voglio che qualcuno mi risponda. Da quanti anni Alitalia è in crisi? E perché nessuno ha fatto niente prima? Perché da quanto ho capito è da circa 15 anni che la compagnia non naviga in buone acque.
Ricordate quando Air France era disposta a prendere Alitalia? Ricordate quando diceva che gli esuberi erano 2100? Ricordate quando era disposta ad accollarsi i debiti? Ricordate quando ha detto che i dipendenti non avrebbero subito variazioni nei loro stipendi e la loro quattordicesima sarebbe rimasta intatta?
Ecco la parola giusta. Ricordare. Perché quelle belle proposte, adesso, non sono altro che un ricordo lontano e custodito orgogliosamente nel cuore di Spinetta, che quando si affaccia dalla sua casa e guarda verso l’Italia sogghigna e pensa “Siete nella merda fino al collo e temo che a breve ci sarà l’ondata”. E ha ragione. Perché le nuove proposte per la nuova Alitalia tutta italiana con le partecipazioni internazionali, non è mica disposta ad accollarsi il debito. E’ però disposta a eseguire tagli per 7000 posti di lavoro. È però disposta a tagliare stipendi, a togliere la quattordicesima, a tagliare le ferie, a eliminare gli straordinari.
Ah, non fatevi ingannare quando sentite alla tv che “gli stipendi rimangono intatti”. Forse del personale di volo. Anche se per loro è previsto un aumento della produttività. Cioè un aumento dei voli. Voi me lo sapete spiegare se per caso un pilota, dopo aver fatto quattro tratte internazionali andata e ritorno è capace di restare sveglio ai comandi? Voi me lo sapete dire se una hostess non risente della pressurizzazione dopo aver fatto chissà quanti viaggi?
Comunque lo stipendio è intatto. Per il personale di volo. Non per quello di terra. In un’ intervista a due giovani assistenti, ho letto che il loro stipendio si aggira sui mille euro. Il nuovo contratto prevede un taglio del 40%. Prenderebbero seicento euro al mese insomma. E non è un part time. I due ragazzi, con la ditta in fallimento, con la cassa integrazione riuscirebbero ad avere 800 euro al mese. Capito? Da disoccupati, prenderebbero duecento euro in più rispetto al loro stipendio.
È chiaro il perché di quell’applauso? I politici promotori, gli imprenditori, la cordata, sono convinti che piloti e assistenti non sappiano farsi i conti in tasca. Qui sono convinti che se il rischio del fallimento è così vicino, i dipendenti siano disposti a prendersi un’inculata mostruosa così, come se niente fosse.
E ma prima non andava bene dare Alitalia a Air France, si perdeva l’italianità. Perché chiamare in causa i francesi quando in tre settimane, che guarda caso erano le stesse tre settimane che mancavano alle elezioni, si poteva trovare una cordata tutta italiana? E a distanza di mesi, la cordata è arrivata e nessuno di preciso sa da chi è composta. Sappiamo che c’è questa CAI di mezzo, la Compagnia aerea italiana. Da non confondere con l’altra CAI, la Compagnia Aeronautica Italiana. Oppure confondetele lo stesso, tanto le azioni di quest’ultima sono custodite nella banca Intesa San Paolo, quella che supporta a pieno la prima CAI.
Penso che la politica, come non la sanno fare qui in Italia, stia rovinando tutto. Trasporti, scuola, sanità. Tutto. Il piano Air France non andava bene perché era proposto da una persona che era odiata dall’opposizione. Non perché si perdeva l’italianità, da quando in qua a loro importa qualcosa degli italiani? Così hanno inventato la cordata che è finita come sappiamo ma adesso, oltre alle famigerate toghe rosse, avremo anche i piloti comunisti, chissà.
Quello che non capiscono è che non si tratta di un problema di destra o di sinistra, si tratta di un problema punto e basta. Poi puoi anche riempirmi la testa con questa storia dell’italianità, ma se sei seduto in quella poltrona, fai almeno finta di interessarti del paese che stai governando.
Non puoi dirmi che i dipendenti non capiscono che grave danno sia per l’Italia intera perché se dell’Italia intera non te ne interessi tu, cosa vuoi che gliene importi a loro?
Non si occupano di casi di Stato, loro. Sono assistenti di volo e piloti e non è colpa loro se alla gestione di Alitalia ci sono sempre stati degli incompetenti, un amico di un amico, degli amici di alcuni amici, lo sappiamo benissimo che è sempre andata così. Sappiamo benissimo che persino le tratte sono state modificate a loro piacimento, come nel 2002 ad esempio, quando ogni giorno c’era la tratta Roma-Villanova d’Albenga, perché lì era il collegio elettorale del ministro dell’interno. Il volo partiva anche con sole 18 persone a bordo.
Oppure sappiamo benissimo che fino al 1999 a Città del Messico è rimasto aperto un ufficio Alitalia con 15 dipendenti, quando in quella città non atterrava un aereo Alitalia dal 1985.
E oggi vogliono risolvere tutto con un semplice “prendere o lasciare”, imposto a tutti i dipendenti, come se loro fossero i diretti responsabili di questo fallimento.
Non hanno applaudito perché la stavano prendendo in quel posto, hanno applaudito perché il pericolo inculata era scampato con il crollo della proposta della CAI.
Anche questa volta la fonetica ci riassume brevemente la situazione. Come si legge il nome della compagnia aerea italiana? Ah-l’-Italia.

Non posso credere che sia già
settembre! Sono sempre stata allergica a questo mese. Perché? Beh, perché le
giornate sono più corte, perché al mare si può stare meno tempo e perché
ricomincia tutto regolarmente.
Scuola, lavoro… insomma, la solita routine. E io mi stupivo quando a sua volta la gente si stupiva nel sentirmi così disincantata verso questo mese. Beh, ho passato mesi al mare dalla mattina alla sera, ho passato giornate a ingurgitare gelati di ogni gusto, ho passato le serate nei locali sulla spiaggia e adesso deve smettere tutto questo per tornare a scuola.
Non è già abbastanza per un inizio di tristezza???
E adesso, anche se la scuola dell’obbligo è finita da un pezzo senza alcuna nostalgia, solo il pensiero dell’università, oggi, che sono appena rientrata dal mare, neanche a dirlo, mi fa sudare freddo.
Ma poi la questione è un'altra. Più profonda e meno superficiale di quello che sembra. Nelle ultime settimane bastava mettere il naso fuori di casa per incontrare qualcuno con cui andare a bere qualcosa.
Adesso, certi giorni, sembra già tutto più solitario. E già, perché tante delle persone che stavano in giro, sono dovute ripartire, perché non ce l’hanno qui un lavoro, ce l’hanno fuori, in “continente”, come diciamo qui.
Maledetta disoccupazione. Maledetto chi vuole questo.
Pochi giorni fa, leggevo un quotidiano e c’era la classifica delle regioni in cui l’inflazione, l’aumento dei prezzi è più accentuato. Diciamo che se avessi tirato a indovinare, le avrei azzeccate tutte. Sardegna, Sicilia, Puglia, Calabria, Molise. Ti pareva.
E se si parla di disoccupazione, quali sono le regioni più colpite? Sardegna, Sicilia, Puglia, Calabria, Molise. E se si parla di percentuale di emigrazione, quali sono le regioni più colpite? Sardegna, Sicilia, Puglia, Calabria, Molise. Tanto per cambiare.
Ma perché qualcuno non fa veramente qualcosa? Ma qualcosa di concreto, senza venirmi a dire tutte le sante elezioni e che Dio le abbia in grazia, “bisogna assolutamente combattere la disoccupazione nel mezzogiorno” e poi siamo punto e a capo?
Quello che mi fa soffrire è che più passa il tempo, più le cose non cambiano, più loro cianciano. Loro, quelli che si candidano. Quelli che si ricordano che sei fuori casa ma solo quando devi votare, perché ti spronano a tornare al tuo paese dato che la residenza ce l’hai lì e così lontano sei un voto sprecato.
E tu, o almeno, io in quel momento posso anche crederci a seconda di chi me lo dice, perché se mi toccano gli affetti allora sragiono e penso che stavolta le cose cambieranno. Poi mi basta il lunedì dopo le elezioni a capire, tanto chi voto io non vince, addio microscopica speranza, addio posto fisso ai precari, addio illusione di riavvicinamento ai ragazzi (e non solo) che devono stare fuori per lavoro.
Sarà il mese, sarà che fa buio presto, sarà che oggi sono polemica, ma sono quei momenti in cui mi sembra di tornare con i piedi per terra e questa terra a volte non mi va bene.
Quando vedrò con i miei occhi che nessuno dovrà più allontanarsi da casa se non per sua scelta, allora, per quanto mi riguarda, sarà realmente cambiato qualcosa.
E settembre continua a non piacermi!

Oggi ho una curiosità. Oddio, non solo oggi in realtà. È tanto che ce l’ho, ma
oggi mi è tornata alla mente. Parlo di Chiesa. E di Sacra Rota.
La Sacra Rota è il tribunale ordinario della Santa Sede. Che già ho difficoltà a capire cosa se ne fa, la Chiesa di un tribunale. Comunque. Sorvoliamo.
Una ragazza che conosco benissimo è stata sposata per tre anni con un verme pidocchioso. Tre anni di finta unione, dato che lei viveva in Toscana, lui lavorava in Lombardia. Lui la raggiungeva i fine settimana, ma il sabato mattina andava a giocare a tennis, il sabato pomeriggio ad arbitrare le partite di calcio, la domenica mattina a correre con suo padre cui stava sempre attaccato al culo e la domenica pomeriggio a giocare a calcetto con gli amici.
Il lunedì mattina ripartiva per la Lombardia. Poi, stranamente, si sono separati. Strano, vero? Tantissimo. Ma il punto non è questo. Finalmente si separano e questo strazio finisce. Lei ha una vita nuova, bellissima, con un compagno che la ama e la rispetta e con un figlio meraviglioso, un bimbo stupendo e simpaticissimo.
Oramai sono passati degli anni e siamo vicini al divorzio. E noi tutti, persone che gravitiamo intorno alla ragazza, siamo pronti lì con le bottiglie di spumante pronti a festeggiare quel benedetto giorno.
Chiacchierano, salta fuori l’argomento di annullare il matrimonio, oltre che in senso giuridico anche in senso ecclesiastico. E da qui arrivano le mie curiosità.
La Chiesa è contro il divorzio, giusto? Giusto. Però può annullarti il matrimonio. E come? Uhm… pensiamo… ti fa fare il percorso della via crucis con la croce sulle spalle? No. Mille rosari recitati in ginocchio sui ceci? No. Una modestissima ammissione “Si, ho sbagliato a sposare quest’uomo”? No. Niente di tutto questo e se vogliamo dirla tutta, di modesto non c’è proprio niente.
Ecco che qui entra in gioco il tribunale, la Sacra Rota. Il tribunale può annullare la sentenza di matrimonio e riconoscere che in realtà, quel matrimonio non c’è mai stato.
Che mancava l’amore, il rispetto, la complicità tra i coniugi, tutte quelle caratteristiche che dovrebbero essere basilari in una famiglia. Ok. Fin qui, nulla da dire. Quello che mi domando io è però per quale cavolo di motivo la Sacra Rota esige cinquemila euro da un cristiano che vuole annullare le sue infelici nozze???
È vero che cercare di cancellare il passato è costoso, ma diamine, io pensavo solo sentimentalmente!! Non economicamente!!
Che poi ragioniamo. Dopo che sborso cinquemila euro quell’odiosissimo matrimonio non è mai stato compiuto?? È stato celebrato invece, ed è stato pure vissuto a costo di rodimento di fegato!! E non saranno cinquemila euro a cancellare tutto questo!!
Che la Chiesa è sempre lì a puntare il dito contro divorziati che poi ritrovano la pace con altre persone e vanno a convivere, però se ti sborsano tutti quei soldi li accoglie a braccia aperte!! Ma che ipocrisia è?? Ma cosa vuol dire?? Che nervoso, quando poi vedo il family day.
Non perché io abbia qualcosa contro il family day, ma perché quella è la sfilata della falsità!! Ci vanno i politici, che dichiaratamente hanno moglie e amanti a dire che la famiglia tradizionale è il bene più prezioso. Ci vanno i politici che votano contro i DICO o i PACS e però ne hanno usufruito per anni, fino al loro terzo matrimonio. Ma andate a quel paese.
Contro i divorziati ci sono anche dei provvedimenti strettamente ecclesiastici. Tipo che in quanto peccatori non possono prendere l’ostia la domenica alla messa. E beh, loro sono peccatori.
Peccato che invece i carcerati abbiano la cappella dentro la prigione e la comunione la prendono ogni domenica. Peccato che in carcere ci siano gli stupratori, i pedofili, gli assassini che la comunione la prendono tranquillamente.
Peccato che fuori i mafiosi e i politici che sono più o meno la stessa cosa, a messa alla domenica ci vanno e fanno la sfilata fino all’altare per far vedere a tutti come ci tengono ad avere l’anima purificata. Poi che siano mandanti di un omicidio o sfruttatori di prostitute, passa in secondo piano.
Che incazzo. Ma ora la smetto qui. Chiudo con tutti questi miei dubbi e una certezza.
Ho finalmente capito perché si dice “Povero Cristo”.
Povero Cristo non è solo uno qualunque. Povero Cristo è proprio Gesù, che dopo tutto quello che ha passato per fondare una religione basata sui concetti del tipo “Ama il prossimo tuo come te stesso” e “Chi non ha mai peccato, scagli la prima pietra”, vede contrariato tutti i suoi insegnamenti proprio da coloro che si definiscono i suoi primi seguaci, formando una chiesa basata sui miliardi e sulla non uguaglianza, impiastricciata d’oro fino alla nausea, con il Papa che si gira il mondo a bordo del suo aereo personale ma che quando si affaccia alla finestra dice a noi di fare qualcosa contro la povertà.

Sei anni. Sei anni sono
decisamente tanti. In sei anni un bambino fa in tempo a nascere e ad andare in
prima elementare. In sei anni un ragazzino fa in tempo a diventare maggiorenne.
In sei anni, una donna nelle mani dei guerriglieri, fa in tempo a perdere le speranze un migliaio di volte. Ma lei, non lo ha mai fatto. In nome dei suoi figli che non l’hanno più vista per tutto questo tempo, se non per via di filmati mandati in tv dagli stessi guerriglieri.
I guerriglieri sono noti col nome di FARC, Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. E lei, lei che ha sacrificato la possibilità di una vita agiata e tranquilla per aiutare la Colombia, suo paese natale, si chiama Ingrid Betancourt.
Dopo ben sei anni passati nelle mani dei guerriglieri, ha potuto riabbracciare nello stesso istante i suoi figli, la sua libertà, la sua vita. Ci sono stati momenti in cui negli ultimi mesi sembrava imminente il suo rilascio, altri momenti in cui tutto era nuovamente campato per aria.
Ora si susseguono le notizie, si è trattato di un blitz, senza pagamento di riscatto. Ma l’importante è che sia libera. Le FARC lottano per svariati motivi: tra gli altri lottano per i diritti dei contadini e contro l’ingerenza degli Stati Uniti d’America.
Non elenchiamo la storia delle FARC e ora non siamo qui a decidere o meno se questi motivi siano degni di una lotta, ma per l’ennesima volta abbiamo avuto modo di vedere che la violenza, non porta a nient’altro, se non alla stessa violenza. E che il fine non giustifica i mezzi. Le armi, il sangue, il dolore, non potranno mai portare a niente di buono.
Per fortuna, almeno a Ingrid è andata bene. Bene, per modo di dire. Sei anni di sequestro non sono di certo un bene, ma ci ritroviamo a dover ringraziare che questo incubo sia finito.
Una donna straordinaria ha di nuovo in possesso la sua vita.
Bentornata Ingrid!

In questo periodo sento
spessissimo parlare dei giovani e dire la fatidica frase “I giovani d’oggi”.
Frase che, sinceramente, prima ancora della cerchia che vuole descrivere, mi fa ripensare a quella canzone degli Afterhours dove in tutta tranquillità dichiaravano che loro, sui giovani d’oggi ci avrebbero volentieri scatarrato su.
Oggi voglio parlare anche io dei giovani d’oggi. Ho 24 anni e credo di farne ancora parte. Il bello è proprio questo.
A regola dovrei ben descrivere che cosa proviamo noi gggiovani, ma io di questo tipo di regole non so che farmene, dire la frase noi ggggiovani mi fa pensare al terribile linguaggio ggggiovanile in pieno stile MTV e mi fa rabbrividire.
Noi giovani una mazza. Noi chi? Io al massimo parlo per me e per qualche persona che a grandi linee può avere le mie stesse idee, ma non mi va di essere nascosta dalla massa, né tanto meno dai soliti sondaggi d’opinione.
Spesso non mi ci ritrovo e quando li esprimono, nessuno spiega mai in che modo si arrivi a una determinata espressione.
L’esempio più tipico è quando ci dicono che “i giovani d’oggi sognano di diventare tutti calciatori e veline”, intendendo così una gioventù priva di valori e vuota da ogni profondità d’animo. Ecco, io a volte ci penso. In un’epoca in cui l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro precario, mi sembra il minimo che l’idea della velina e del calciatore, sembri una proposta allietante.
Anziché lavorare mi diverto come una pazza, divento pure un pochino famosa e soprattutto guadagno benissimo. Aiuto la mia famiglia a finire la mansarda che sono 8 anni che vorremo trasformarla in appartamento e non ci siamo ancora riusciti. Magari apro una mia attività in paese, porto lavoro lì e assumo solo gente del posto. La farei sì la velina, avendo i requisiti fisici!!!
Non è il sognare di fare la velina che deve scandalizzare. Alla fine è un mestiere. Decisamente meglio di alcuni mestieri. Dell’avvocato per esempio, di quegli avvocati che vanno nelle aule di tribunale a difendere i pedofili che hanno violentato decine di bambini. Con tutto il rispetto per gli avvocati, so che non sono tutti così. So che non bisogna generalizzare.
Io sì che lo so, che non bisogna generalizzare. Perché se così fosse sui giovani d’oggi ci sputerei su pure io. Ma non su me stessa, non su tanti giovani che conosco. Quindi evito. Mi riferisco a quel genere di giovani che piace tanto ai media. E che esistono, per carità, esistono. Quelli descritti nei film di Moccia, ma molto meno romantici.
Conosco ragazzi che quando vengono invitati a una festa, il primo pensiero che hanno è “speriamo che ci sia qualche bella gnocca, così concludo”. Notare la pretesa della bella gnocca, loro magari sono dei cessi immondi ma su questo punto non si soffermano.
Conosco ragazze che non vogliono guardarsi allo specchio perché non sanno apprezzarsi, ma che cedono completamente quando a loro si avvicina il primo sbarbatello in vena di complimenti. Capito? Un complimento e tempo zero sono già a farsi due giri di lenzuola. Per poi scoprire che l’uomo dei loro sogni di questo mese è già felicemente fidanzato, che non intende assolutamente lasciare la sua amatissima compagna e che mai e poi mai lo farebbe per quella ragazza-diversivo che frequenta.
Io tempo fa ho detto di essere stata definita una cinghialotta per il carattere poco aperto. E tengo a precisare che è mia madre a definirmi così. Ma mi è stato anche detto di essere “ermetica come una cassaforte”. Ed è vero. Confermo appieno. Ecco perché spesso mi stupisco, quando sento le delusioni di queste ragazze. Che si concedono in tutto e per tutto al primo che gli capita davanti, si accompagnano a qualunque tamarro pur di dimostrare a sé stesse che sono desiderabili. Ah, neanche a dirlo, ovviamente non ce la fanno a convincersi.
Più che altro mi stupisco di come facciano in fretta a credere di essere innamorate. Potete accusarmi di non saper vivere le passioni, fatelo, sarà anche vero.
Solo che mi sento decisamente più sicura a non mettermi nelle mani del primo che cerca di addolcirmi con un complimento o con una battuta. Aspetto. Ho pazienza io. Se si stanca, vuol dire che l’interesse non era poi così forte. E a me non serve uno che si stufi di me senza neanche conoscermi. È il mio modo.
Non dico di essere tutte così, come me, sempre sulla difensiva. Non dico neanche che il mio modo di comportarmi sia corretto. Ma vedo troppe ragazze che temono il giudizio altrui, che pensano di non contare niente se non si accompagnano di volta in volta a un ragazzo differente, consapevoli che anche lui, presto o tardi, le spezzerà il cuore.
Vedo ragazze che non si ricordano più di tutti i loro bellissimi pregi e preferiscono farsi apprezzare nel peggior modo possibile, piuttosto che guardarsi allo specchio e riconoscere di essere la cosa più bella del mondo.
È troppo facile nascondere tutto dietro un sondaggio o dietro un’aspirazione di mestiere, che sia calciare un pallone o ballare su una scrivania. Che male c’è in questo? È una cosa che va oltre. I giovani escono dalle scuole che magari sono ferratissimi sulla storia moderna, ma ignorano ad esempio chi siano i politici di oggi, ignorano ogni genere di informazione e soprattutto di controinformazione, si basano esclusivamente sull’apparenza e sempre più raramente sul contenuto.
È un sentimento contrastante che ho verso i giovani come me. Alcuni li adoro, altri non li sopporto.
Non sopporto quelli che mettono da parte i loro sogni, ma non perché qualcuno li costringe, perché non hanno più la voglia di inseguirli. Non li sopporto quando diventano superficiali, quando non credono più a niente e si costruiscono una faccia finta da mostrare in pubblico e mentre si lanciano in sorrisi a perfetti sconosciuti per un po’ di notorietà in più.
Non li sopporto quando cominciano a sentirsi oppressi dai loro familiari, ma quando questi si lacerano dal dolore perché guardano in faccia le loro creature e non sanno più chi si trovano davanti. Ma non ci pensano, è solo perché secondo loro, i genitori non capiranno mai niente. Non sanno che in realtà hanno già capito tutto, ecco perché sono disperati.
Non li sopporto quando vorrebbero sentirsi dire a ogni costo che nessuno li capisce, perché diciamolo chiaramente, tutti capiscono benissimo. I momenti difficili ci sono sempre stati per tutti e vissuti con meno megalomania forse sarebbe un po’ più semplice.
Invece adoro quelli che esprimono tutto il loro essere, li adoro quando credono nei loro ideali e nei loro sogni. Adoro quelli che vanno avanti in silenzio, in modo magari non brillante, ma ci sono sempre per Dio, ci sono, lottano senza perdere mai il sorriso. Senza voler apparire a ogni costo, senza mettersi in mostra. Quelli che preferiscono stare in famiglia anziché frequentare tutte le sere il locale alla moda, quello in vista.
Quelli che vivono ogni giornata nel modo più semplice del mondo perché è così che una vita diventa straordinaria. Quelli che si alzano la mattina col sorriso e se ne vanno a letto la sera con lo stesso sorriso, perché non l’hanno mai abbandonato, nonostante tutto, nonostante non sia facile.
Sembra una descrizione fuori dal mondo, ma non è così. I giovani che non appaiono nei sondaggi sono sopratutto questo, per fortuna.
Lo so che ci siete.

Se c’è una cosa che mi piace fare, è visitare i blog su internet. Ce ne sono di svariati tipi. Pochi giorni fa ho visitato l’Urban blog di Palermo. E ho trovato una bellissima iniziativa. Il tutto partiva da una domanda.
23 maggio 1992, ore 17.58. Tu dov’eri?
Come tutti sappiamo, è da poco passato il sedicesimo anniversario dell’assassinio del giudice Giovanni Falcone, assieme alla moglie, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco di Cillo e Antonio Montinaro.
L’iniziativa mi ha subito
incuriosita.
E mi sono così posta la domanda. Dov’ero?
Eh. Dov’ero? In realtà, non mi ricordo assolutamente. Avevo 8 anni, probabilmente ero a casa, a fare i compiti o a giocare in strada con gli amichetti o forse ero con la mia mamma… non ne ho la più pallida idea. Così, anche quando al tg della sera, ho sentito la notizia di ciò che era successo, non capivo. Ricordo solo che ero rimasta a guardare quell’autostrada saltata in aria… avevo capito che era una brutta notizia, dal tono di voce dei giornalisti, dalle immagini che erano brutte, per me, da quel che potevo capire.
Non lo so, forse ne abbiamo parlato anche a scuola, ma non ricordo nemmeno questo.
Ho cominciato a realizzare dopo. Molto dopo. Forse è da pochissimo che mi sono veramente resa conto di quello che è successo.
Non mi sono scandalizzata all’epoca, ma sto recuperando adesso. Di giorno in giorno. Quella rabbia e quel dolore che non potevo sentire allora, non si leva più di dosso.
E poi, quello che proprio non mi piace è che non c’è ancora chiarezza. Perchè se io vado in giro a domandare “chi è che ha ucciso il giudice Falcone?” mi sento rispondere “la mafia”. Va bene, è giusto. Ma la mafia chi? Ci sarà qualcuno che questo omicidio l’ha pensato, al di là di chi ha avuto l’ordine di eseguirlo. E perché non è stato fatto niente per impedirlo? Non è possibile che uno scempio simile si sia potuto compiere senza che nessuno ne sapesse nulla. Un tratto di autostrada è letteralmente saltato in aria con 500 kg di tritolo. I cinque esecutori ci sono. I nomi si sanno.
Ma i mandanti? Dove sono i mandanti? Le indagini effettuate per scoprire questi nomi, non hanno mai prodotto risultati e a quanto si dice, e chissà perché, io ci credo, molti indizi sono stati tenuti segreti perché se diventati di dominio pubblico, dicono, avrebbero reso instabile la democrazia italiana.
Quindi è meglio tacere, prima che vada tutto a rotoli con la possibilità di un nuovo inizio? Ma quanto vorrei che un giorno qualcuno che sa, perché ce ne sono di persone che lo sanno, vada in diretta televisiva a raccontare tutto. Ma proprio tutto. Si, il mandante è il signor X, di professione…. Un mestiere in mente ce l’ho, ma non lo dico.
Sarebbe l’unico modo di fare pulizia. E che nervoso, quando l’argomento torna di moda vedere tutti i signori elegantoni che ci dicono che la mafia si può combattere. Che buffoni.
Ma certo che si può combattere e tu, politico dei miei stivali, sei il primo che potrebbe parlare per combatterla e eliminarla.
Su youtube c’è un video molto commuovente a riguardo. Si vedono le immagini della strage di Capaci, con l’autostrada andata in pezzi, le ambulanze e la polizia che accorrono sul posto per estrarre i corpi. Subito dopo le immagini del funerale, scandite dall’indimenticabile appello di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, che si rivolge agli uomini della mafia che non sono nient’altro che gli uomini in giacca e cravatta che si trova davanti in quel terribile momento, gli stessi che sono corsi a stringerle la mano e a darle le condoglianze, gli stessi che oggi ci fanno i loro bei sorrisi e ci ribadiscono davanti alle telecamere che “Si, la mafia si può combattere”.
Il video finisce con le immagini di una fiaccolata commemorativa guidata da Paolo Borsellino, per lasciare il posto all’ultima immagine, quella della strage di Via Amelio, dove proprio quest’ultimo, collega e amico di Giovanni Falcone, perse la vita in un attentato. Assieme a lui, gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cusina e Claudio Traina.
Se fossimo in un paese che funziona, dal momento di questa tragedia, da quando io avevo 8 anni e non capivo la gravità, fino a oggi, che di anni ne ho 24 e la gravità l’ho capita eccome, la giustizia avrebbe dovuto da tempo fare il suo corso.
E invece non è stata fatta né chiarezza, né tanto meno, giustizia. I manovali dell’esecuzione di Capaci sono in carcere. E anche con tanti giorni di libertà per andare a visitare le loro famiglie.
I mandanti, deduco che siano belli comodi in poltrona.
Il video di cui ho parlato ha una
colonna sonora eccellente, una splendida canzone dei Pearl Jam, dal titolo Given
to fly, che a un certo punto dice così:
(…)“Ma prima venne spogliato e poi pugnalato
Da uomini senza volto, come dire, bastardi
È ancora in piedi
E ancora dà il suo amore, ancora lo regala
L'amore che riceve è l'amore che viene salvato
E qualche volta si vede uno strano punto nel cielo,
Un essere umano a cui è concesso di volare
Alto, volando,
Alto, volando, sta volando”
Concludo con l’urlo delle persone che hanno sofferto, continuano a soffrire e che soffriranno, quando sapranno di cosa il marcio dello stato italiano è stato capace di fare per non dare fastidio ai potenti e a quella che chiamano “democrazia”.
Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe.
E io
adesso ho veramente paura.
Di emergenza sicurezza ne parlano. Spero solo che l’argomento regga e che non si
sia trattato solo di una strategia pre-elettorale. Cosa che non mi stupirebbe
affatto, anzi. Comunque.
Questa “emergenza”, per quanto mi riguarda, va allargata. Perché per emergenza
sicurezza mi parlano dei clandestini.
Degli immigrati. Delle persone che arrivano da lontano.
Ma io non ho paura dei rumeni.
Non ho paura dei rumeni, quelli che vedo tutti i giorni scendere dai ponteggi
sporchi di calcestruzzo, quelli che lavorano in Italia irregolarmente perché il
loro datore di lavoro italiano non li vuole regolarizzare.
Non ho paura dei rumeni che vanno a fare la spesa al discount, che hanno il
carrello pieno e mi fanno passare se ho in mano un solo prodotto.
Non ho paura dei rumeni che dopo averli ringraziati per avermi fatto saltare un
pezzettino di fila mi sorridono la volta successiva che mi vedono.
E io non ho neanche paura di
coloro che hanno una pelle di diverso colore. Non ho paura di quelli un po’ più
scuri di me che abitano in dieci in un appartamento per due. Non ho paura di
quelli che vanno in giro a vendere i braccialetti. Io li guardo attentamente e
vedo nei loro occhi una nostalgia immensa. Un miliardo di volte più grande della
mia, che in confronto è solo uno stupido capriccio.
Hanno uno sguardo malinconico che porta a paesaggi lontani, a familiari che
laggiù tirano avanti come possono. Sarà anche per questo che ho legati al polso
dodici braccialetti. Sarà anche per questo che ho mollette per capelli di ogni
forma e colore. Sarà anche per questo che ho portachiavi e portacellulari
ovunque. Io mi sento in colpa per loro. Perché loro lottano per mangiare e io
no. Perché loro non possono tornare a casa quando vogliono e io si.
Io ho paura degli italiani. Che se fossi avvezza a generalizzare dovrei dire “ho paura dei veronesi”. E invece. Guarda caso adoro Verona. Io ho paura di quel tipo di italiano che denigra i musulmani perché credono in qualcosa in cui non crediamo qui. Ho paura di quegli italiani che inneggiano al razzismo. Ho paura dei ragazzi come quei tre che hanno tolto la vita a Nicola.
Scusa, hai una sigaretta?
No.
Bene. Siccome non so cosa fare e sono nazi, ti uccido.
I naziskin. Ci sono, hanno 18 anni
e il viso d’angelo. Vanno a scuola e sono ricchi. Hanno bei vestiti. Gli
italiani hanno la memoria corta? No, gli italiani non hanno memoria!! Perché
tutto quello che ha portato il nazismo, ce l’hai stampato in testa ogni santo
giorno. Ma non per dovere. Perché non puoi dimenticare uno scempio.
E io lo vorrei sapere che cosa frulla nella testa di quei tre sbarbatelli e di
tutti i loro simili. Perché lo sappiamo vero, che non sono soli. Lo sappiamo
vero, che c’è gente che oggi rinnega i campi di concentramento ma inneggia alla
violenza che Hitler usava contro gli ebrei. Bel controsenso.
Ma di certo, una cosa sensata, da beduini come questi non me l’aspetto.
Intanto le elezioni sono passate, ci hanno eletto i ministri e i tg ci informano che continuano le indagini dell’episodio veronese. Tutti si domandano come sia possibile che da una sigaretta rifiutata scaturisca un comportamento simile. E io penso che porsi questa domanda sia il modo migliore per non arrivare a niente.
Sigaretta rifiutata?
Quelli non hanno massacrato Nicola per la sigaretta, l’hanno ucciso perché sono dei naziskin!! Ma non è terrorismo questo? Perché siamo tanto convinti che il terrorismo debbano averlo in mano gli islamici? Perché andiamo in giro a parlare di “terrorismo islamico” sapendo che il terrorismo non ha una nazionalità, non una religione?
Vogliamo rinnovarci anche noi? Bene. Nel pessimo modo in cui lo facciamo verso gli altri, oggi comincio io a fare il mea culpa interno.
Io mi rammarico di vivere in una nazione dove il terrorismo italiano è il nuovo passatempo dei giovani senza problemi.
Io mi rammarico di vivere in una nazione dove il giorno dopo di una qualunque tragedia, tutti prenderanno seri provvedimenti e intanto questi tre scapestrati hanno il tempo e il denaro di pagarsi il migliore avvocato che di lì a breve eviterà loro il carcere.
Io mi rammarico di vivere in una nazione dove se un assassino confessa di aver ucciso un uomo, il giorno dopo il suo avvocato va al tg1 a dire che “le contusioni rilevate sul corpo della vittima non corrispondono con la ricostruzioni dei sospettati”. Perché ieri erano assassini, oggi presunti colpevoli. Domani dovremo chiedere loro scusa. Dopodomani aspettare di incontrarli per strada, lasciarci massacrare di botte e regalargli venti euro, perché chissà cos’ha passato per arrivare a questo…
Io mi rammarico di dover pensare a una mamma e a un papà che non hanno più un figlio e di non poter dire niente, sapendo che anche il silenzio più rispettoso non farà altro che aumentare il dolore di minuto in minuto.
Io
mi rammarico di tutto.
In primo luogo di essere così poco importante da non poter fare niente.
Non so
voi, ma ultimamente non sento che parlare di Alitalia.
Siccome viaggio spesso e anche in aereo, anche io vorrei dire la mia. Tanto nei
media sproloquiano tutti, non vedo perché non posso unirmi anche io.
Premetto che parlo da persona non
informata dei fatti e che deduco le mie ipotesi da quello che vedo e sento.
Dunque. Tanto tempo fa, sentivo sempre parlare di continuità territoriale.
Ed erano delle bellissime parole, perché nascondevano un concetto bellissimo per
noi sardi. E cioè che non era giusto che abitando in un isola un po’ più lontana
rispetto al resto dell’Italia, il continente dovesse essere per noi così
inaccessibile. Visto che, piaccia o no, anche le isole fanno parte dell’Italia e
ne sono ben felice, è ingiusto penalizzare chi vive più lontano.
Questo è il concetto di base della continuità.
In sostanza, doveva essere più semplice per tutti muoversi.
La prima compagnia ad accettare questa offerta era proprio la povera Alitalia.
Io ero tanto contenta. Mi è sempre piaciuto viaggiare. Vedere posti nuovi per
poi tornare nella mia Sardegna e custodirli dentro di me. Immaginate che
meraviglia di significato possono avere le parole “continuità territoriale” per
una ragazzina, piccola e pure tanto ingenua.
In teoria la continuità territoriale è attiva da tantissimo tempo. E in pratica?
Ve lo dico io. In pratica non c’è mai stata. Si trattava solo dell’ennesima
presa per i fondelli, ma io ero ingenua e non lo sapevo. Pensavo che avesse
bisogno di tempo. Solo che gli anni passavano e non cambiava niente.
Poi, quando ho deciso di frequentare l’università fuori mi sono trovata a contatto con gli aerei veri e propri, con quei velivoli che a volte racchiudono dei sogni e altre degli incubi.
E ho provato la Meridiana. Tante volte. E ho provato la Air One. Tante volte. E ho provato la Ryan Air. Tante volte e spero che la serie sia lunga. Ho provato tante compagnie. Ma una mi manca. E dirò che un po’ mi dispiace, perché dovrebbe essere una di quei servizi che dovrebbe far piacere utilizzare perché è della tua terra. Per quello spirito patriottico che continua a dirci che l’Italia c’è, è una e guai a chi la vorrebbe vedere divisa e spezzettata.
Insomma, l’Alitalia non l’ho mai provata. Perché? No, non è una scelta personale. Non è una questione di principio. È una questione di portafoglio!!! L’Alitalia è la compagnia più cara d’Italia!!! Un biglietto da Cagliari per Pisa costa 300 euro!!! E con quel tanto ci mangio tre mesi!! Con Ryan Air non spendo neanche 50 euro!!! E certo che me ne frego allora del patriottismo! E certo che me ne frego della compagnia di bandiera e salgo dalle compagnie inglesi, dove gli steward non parlano neanche una parola di italiano ma almeno sono sicura che parto e arrivo dove avevo stabilito di arrivare!!!
Che poi… volevano darla a Air France. Che secondo me era l’unica soluzione possibile. E Spinetta, presidente della compagnia francese, facendosi due conti ha stabilito che nell’Alitalia c’è un esubero di 2100 posti. Duemilacento posti, ci rendiamo conto??
A me dispiace solo per i dipendenti. Intesi come hostess, steward, addetti all’aeroporto e piloti. Praticamente quelli di cui i politici non si interessano minimamente.
Dei manager pluripagati non me ne importa un accidenti, anzi, secondo me è proprio per questo che è fallita. Quante persone si concedono tutti i lussi del mondo mangiando sull’Alitalia? Quanti sono i dirigenti pagati per non fare niente? Io li prenderei a calci nel sedere dalla mattina alla sera.
Ora la voglio vedere come va a finire questa telenovela. Secondo me sarà un disastro.
La mia solidarietà a coloro che rischiano di perdere il lavoro.
Come se i disoccupati non fossero già abbastanza.
Allora. Troviamo un accordo.
Abbiate pietà di me, ma confesso che quest’anno il Grande Fratello mi ha proprio
flashato!!! Condannatemi. Riempitemi di insulti. Intasatemi la mail con allegate
tutte le puntate di Superquark per farmi capire cosa è giusto seguire alla tv.
Ma prima ascoltatemi!
Dunque. Ieri sera un concorrente è stato squalificato per bestemmia. Aridagli.
Certo che sono recidivi questi concorrenti che non stanno attenti. Vabbè. Gli
autori l’hanno beccato ed è automaticamente scattato l’allontanamento dal gioco.
Allora. Premetto che io sono credente e a modo mio, anche cattolica. A modo mio perché ho una visione un po’ differente dalla più classica che la Chiesa ci insegna, ma siccome ne ho già parlato tante volte, vi rimando ai miei post precedenti (che così mi faccio anche un po’ di pubblicità).
Detto ciò, sentire una bestemmia non è mai bello. Anzi. È proprio brutta la bestemmia, è orribile e il più delle volte la si dice senza motivo. Ora, non so se è un modo per diventare infinitamente buona, o perché passando del tempo in Toscana (saluto tutti i toscani), dove qui è utilizzata da tante persone proprio come intercalare, ma comincio a sentirla un po’ meno grave. Anche se continua a darmi fastidio.
Voglio dire. Il mafioso va a messa tutte le domeniche e prega tutte le mattine e tutte le sere e non bestemmia, mentre a Mario, camionista di 37 anni, cade una lastra di marmo su un piede e gli scappa una stramaledizione. Chi è che va punito?
Non è la prima volta che succede in televisione e chi l’ha pronunciata ha pagato. Ed è anche giusto, se vogliamo. Anche se vorrei sapere perché se una persona in diretta televisiva dice ottocento miliardi di volte “cazzo” non si sbalordisce nessuno mentre se a qualcuno scappa il bestemmione scatta subito la morale.
Ribadisco che sono la prima ad infastidirmi se sento pronunciare una simile brutalità, solo che non capisco tutte le persone che dicono di “sentirsi offese”. Io non mi sono sentita offesa quando a Ceccherini è sfuggito quello che gli è sfuggito all’isola dei famosi, o ieri, a Mirko, il concorrente del grande fratello, o anche a Mario il camionista, o Franco il barista e potrei andare avanti all’infinito. Perché io sono sicura di ciò in cui credo e so bene che la stupidaggine l’hanno detta loro. Che non se ne sono neanche accorti. Hanno parlato male di una persona (perché per me Dio è una persona), una persona che è talmente grande, talmente perfetta, che una baggianata simile non gli fa né caldo né freddo. Lui sa bene quali sono le cose importanti a cui badare. Noi invece no.
Però, se si tratta di tv e c’è un regolamento, allora va rispettato e non ci sono scuse. Le regole dicono che è un comportamento offensivo e ciò va punito. Anche se secondo me questo provvedimento va esteso e deve andare oltre i reality. Ci sono cose che si dicono che anche se non hanno una bestemmia di mezzo, sono ugualmente molto gravi.
Ad esempio quei rimbambiti che chiamano le persone del Sud con l’appellativo di “terrone”… non è offensivo questo? Quando dicono che loro con i terroni non hanno niente a che fare, che i terroni non sanno che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro e quindi di darsi da fare come se passassero il tempo a rigirarsi i pollici, che sarebbe il caso di costruire un muro dal Po in giù per rinchiuderci dentro gli italiani che vivono al sud… quando pregano Dio che i terroni li faccia sparire per sempre…
Non è offensivo tutto questo??
Oh si che lo è. Lo è, eccome.
E perché nessuno li punisce? E perché non fanno neanche più notizia?
Povera ignoranza.
--------------------------------------------------------------------------
on Friday, April 11, 2008 at
00:40:32
---------------------------------------------------------------------------
citta: Pesaro
nome: Gufo Cattivo
oggetto: Rispondo a Sara
testo: Ciao Sara!
Le bestemmie non le tollero, indipendentemente dalla fede e dal contesto.
Chi bestemmia in tv spesso lo fà per scena, credendo di dar peso ad un
personaggio misero. Chi bestemmia nella vita reale è misero e basta, un
vigliacco che si crede di essere più forte o più uomo.
Sul mio lavoro devo passare sopra a tante cose, ma sull'imprecazione gratuita,
sono intollerante. Non mi importa chi ho davanti.
Un giovane dimostra di essere idiota, mentre un vecchio dimostra di non valere
un cazzo, se alla sua età si riduce a riempirsi la bocca di schifezze.
Sono cattolico ma ce l'ho tantissimo con l'attuale clero, ma la bestemmia rimane
un atto di maleducazione e di vigliaccheria.
Ciao Sara!
submit: Invia
---------------------------------------------------------------------------

Un diciannovenne milanese ha
perso la vita dopo aver partecipato ad un rave party e aver assunto sostanze
alcoliche e stupefacenti.
Diciannovenne mio, tu non sai quanto mi dispiace per te ma soprattutto per la tua famiglia. Mi dispiace davvero tanto, ma se sei un cretino, io non ci posso fare niente.
Sono troppo dura? Si, credo di si. Ma è l’unica vera reazione che ho in corpo. Che già la vita certe volte è piena di sfighe e dobbiamo ringraziare il cielo giorno e notte quando abbiamo la salute e uno straccio di serenità, se tu hai tutto questo e fai il possibile per rovinarti, beh, forse il mio dolore per te è sovrastato da una rabbia enorme e dalla voglia di prenderti a calci nel sedere.
Ci sono situazioni e situazioni. Ci sono ragazzi che hanno famiglie disastrate alle spalle, non un lavoro, la difficoltà a legarsi affettivamente a qualcuno e per disperazione, si buttano nella droga, alla ricerca di un mondo tutto nuovo, alla ricerca di qualcosa che li allontani dalla loro terribile realtà.
Consapevoli di quello che fanno, certe volte si fanno del male proprio per arrivare alla fine dei loro giorni. L’ultimo buco, lo chiamano. Lo agognano. Lo desiderano. Perché non vogliono più avere niente a che far con questa terra.
Ecco, io per queste persone, soffro. E pure tanto. Proprio perché mi ritengo fortunata e non è giusto che loro non siano come me.
E poi ci sono i pischelli. I ragazzini, quelli che a 19 anni hanno la mercedes regalata da papà, che le loro massime aspirazioni sono i vestiti firmati e gli occhiali all’ultima moda, quelli che ti guardano dall’alto del loro metro e venti, ma soprattutto dalla loro boria che li fanno camminare a molto più dei famosi tre metri sopra il cielo.
Beh, loro sono alternativi e hanno il piercing e il tatuaggio alla moda, loro fanno gli originali e hanno i pantaloni a vita bassa con l’elastico dei mutandoni in bella vista con su stampato “Dolce e Gabbana”. Quelli che Manuel Agnelli definisce i “giovani d’oggi” e dove volentieri ci “scatarra su”, come dice in una delle più famose canzoni degli Afterhours.
Quelli che a 18 anni hanno tutto quello che gli altri desiderano, hanno quello che io, che mi ritengo fortunata, probabilmente non avrò mai. Avranno già la loro terza automobile nuova quando io potrò comprarmi la mia prima macchina di seconda mano. Avranno un conto in banca da favola quando io probabilmente riceverò la mia prima mensilità lavorativa.
Avranno tutto quello che noi gente comune desideriamo, eppure saranno così vuoti, saranno così brutti, saranno così vergognosamente osceni nella loro noia perenne causata dal loro invidiabile benessere. Saranno delle persone orribili, ma talmente orribili che neanche se ne accorgeranno. Avranno portafogli colmi d’oro e cuori di pietra, dove i sentimenti non hanno spazio e al posto loro si stabiliranno le lunghe serie di provini per il prossimo tronista di Uomini e Donne.
Voglio specificare che del diciannovenne milanese non so niente, quindi non è direttamente a lui che mi riferisco. Ma sabato sera ho fatto un giro nel mio microscopico paese e la situazione che mi si è presentata davanti era esattamente questa.
Io soffro quando la gente soffre. Io sono felice e forse anche un po’ invidiosa, quando vedo la gente che è felice e non deve più preoccuparsi di niente.
Io mi arrabbio quando la gente felice e che non deve più preoccuparsi di niente prende la sua vita e la butta nel cesso di spontanea volontà. Solo per noia o per divertimento.
E nel momento in cui la disgrazia succede, il mio dispiacere si rimpicciolisce mentre i nervi salgono a fior di pelle.
Avrei preferito essere meno dura
e più buona, ma non ci sono proprio riuscita.
Alla famiglia del giovane, tutto
il mio cordoglio.
Ai giovani che rappresentano la
mia descrizione, un calcio nel sedere con tutta la mia forza.
Svegliatevi, siete ancora in tempo.

Proprio ieri al telegiornale, ho sentito una notizia che riguarda il gioco
d’azzardo. Dicevano che la percentuale degli uomini italiani che giocano
d’azzardo è il 55%, le donne si fermano al 45%.
Tra questi, ci sono moltissimi minorenni. Per gioco d’azzardo non si intende quello di rinchiudersi al casinò a scialare tutti i soldi che si hanno a disposizione, ma anche giocare con le macchinette che stanno nei bar, nei locali pubblici. C’è gente che arriva a perdere decine di migliaia di euro.
Non so voi, ma io rimango basita. La notizia precedente a questa parlava dell’aumento dei prezzi, della gente che si lamenta e subito dopo mi dai questi dati agghiaccianti. Non ci capisco più niente.
Capisco che il gioco è un vizio terribile, come il bere, e cerco di prendere seriamente l’argomento. È solo che non capisco lo stesso. Non lo so, non ne capisco il senso. Sarà che nonostante quelle macchinette le veda praticamente tutti i giorni in tutti i bar non ho mai avuto la tentazione di giocare.
O sarà che fondamentalmente sono un po’ tirchia e spendere dei soldi per una motivazione simile mi sembra impensabile. Però il 55% è tanto. Più della metà degli italiani.
E la cosa che mi fa rimanere male è sentire le interviste di giocatori disperati. “Ho perso al gioco 100.000 euro”. Centomila euro??? Ma io con centomila euro compro la casa sotto casa mia, finisco la mansarda e do tutto in affitto l’estate, vedi come tento di aprirmi un giro di affari che possa permettere me e la mia famiglia di stare tranquillissimi!!!
Cioè, centomila euro sono tantissimi. Come fai a spenderli in un batter d’occhio e soprattutto in un modo simile? Senza accorgerti di quello che stai facendo? Non lo so… non capisco.
E non voglio attaccare ovviamente chi è finito in questo turbine, ho avuto modo di vedere da vicino persone che appena qualcosa non andava si buttavano nell’alcool e non riuscivano a capire che il problema principale per sé stessi e per i loro cari, era proprio quella maledetta bottiglia. Immagino che per il gioco sia lo stesso.
Non voglio trattare questo argomento seriamente. Ci sono troppe cose che non capisco e rischierei di offendere i sentimenti di quelle persone che hanno combattuto e ne sono uscite. E anche di quelli che ci sono dentro fino al collo, purtroppo.
E proprio perché non voglio essere seria, mi affido alla mia demenza.
Io però, se fossi il gestore di un bar, la soluzione ce l’avrei. Le macchinette le tengo. I premi sono consumazioni. Alla prima vincita, una lattina di the verde. Alla seconda, una bottiglia da litro. Alla terza una da un litro e mezzo e via dicendo.
Solo che la vincita deve essere consumata immediatamente. E se vuoi la chiave del bagno, il patto è che almeno per una settimana non ti avvicini alla macchinetta.
Sarebbe un beneficio per tutti!!!

E come tutti gli anni è
ricominciato il grande fratello. Il programma che tutti gli anni viene dato per
spacciato, puntualmente riappare e fa il pienone di ascolti. Misteri.
Come lo stesso mistero che avvolge coloro che affermano fortemente che “Io i programmi così non li guardo”, salvo poi svelarti ogni minimo particolare di tutti i concorrenti di tutte le edizioni se per caso la chiacchiera va a finire sul discorso.
Ma lo sanno non perché lo guardano, lo sanno perché una volta, mentre facevano zapping, sono finiti lì per caso e ne hanno sbirciato un minuto perché le batterie del telecomando si erano momentaneamente scaricate e non riuscivano più a usarlo.
Poi sono tornati a guardare qualche altro programma solitamente culturale, di cui sono appassionati. Solo che guarda caso, per qualche altro motivo astruso, non si ricordano una cippa di quello che dicono di aver seguito.
Ma certo, ci credo tantissimo.
Comunque non è di questo che voglio parlare. Io confesso che le prime due puntate le ho guardate e per mia volontà, le pile del mio telecomando funzionano benissimo e nessuno mi ha costretto a seguire la puntata. Pur sapendo che è trash e che è una fesseria enorme, ma consapevole anche del fatto che nessuno dice di prendere esempio da quello che passa davanti a quelle telecamere.
Anche se per me, questa volta, uno spunto da lì, dovremo prenderlo.
E mi spiego. Tra i concorrenti c’è una ragazza che si chiama Silvia. Ha 29 anni ed è di Gallarate. Normale no? La concorrente quando è nata, era un maschietto.
È dunque un transessuale? No, è una donna. È operata. È donna.
Per una volta, sono voluta andare oltre l’esplicito meccanismo televisivo che si occupa di strumentalizzare qualunque cosa, pur di fare audience. Non ci ho voluto pensare. Ho voluto guardare solo la parte più semplice di questa storia, cioè che oggi, quella ragazza, è in gara insieme a degli altri ragazzi per concorrere al premio di 500.000 euro.
Quello che non riesce a fare la società di tutti i giorni, lo fa un reality show: dare uguale spazio a tutti.
L’Italia è indietro persino ai programmi televisivi che trasmette. C’è stata bagarre per far entrare in Parlamento Vladimir Luxuria.
C’è stata bagarre per Sircana che è stato beccato mentre scambiava due parole con una prostituta transessuale, che a differenza di quello che molti pensano, è ben diverso dal concetto reale di transessuale. Esistono avvocati transessuali, esistono ingegneri transessuali, e ne esistono anche prostitute. Normale no? Certo. Perché non sono niente di diverso da quello che siamo noi che ci consideriamo normali.
Da ragazzina ero molto più prevenuta. Non accettavo l’idea che ci potessero essere delle persone diverse da quelle sempre viste nella normalità. Solo dopo ho capito che non potevo e non dovevo essere io a decidere cosa era la normalità e che potevo avere tutte le idee di questo mondo che non sarebbero mai state abbastanza per precludere la felicità di altre persone che in ciò che consideravo strano, hanno trovato la loro dimensione.
Adesso quella ragazza è lì a rappresentare tante altre ragazze che vivono la sua stessa situazione, o tanti altri ragazzi che vorrebbero diventare come lei ma hanno troppa paura, perché la società bacchettona in cui viviamo non tarderà a puntargli contro il dito, a identificarlo nei peggiori modi possibili e immaginabili e a schernirlo con battute di pessimo gusto.
E Dio solo sa quanto soffrano o hanno sofferto queste persone.
Ci sono donne che alle soglie dei 70 anni si rinchiudono nelle cliniche di bellezza a sottoporsi a ogni forma di chirurgia estetica. Si rifanno labbra, zigomi, contorno occhi, fanno la liposuzione, pur di sembrare ventenni. Poi escono che sono completamente mummificate e come si fa a considerare donna una maschera di plastica?
E come si fa allora a non considerare donna un ex transessuale?
Prima che il programma cominciasse, la storia di Silvia veniva quasi documentata come uno scandalo.
Poi abbiamo visto che belle scene ci sono state in Parlamento, dove onorevoli e senatori che vorrebbero comandarci si portano appresso le bottiglie di spumante come si fa nelle osterie, e si mettono a mangiare la mortadella per festeggiare o è pronto a grida “Pezzo di merda”, se qualcuno osa accennare a una riflessione contraria.
Non so voi, ma tra le due vicende, quella che mi fa rabbrividire dalla vergogna, è proprio la seconda.

Adesso qualcuno me lo deve spiegare. Si, io voglio che adesso qualcuno venga qui
e mi spieghi quale sia l’attinenza tra una persona come Giuliano Ferrara e un
argomento come l’aborto.
Torniamo indietro. L’Italia ha proposto una moratoria
contro la pena di morte. Benissimo. Io sono sempre stata contraria alla pena
capitale e mi sembra una cosa giusta. Dopo pochissimo tempo, ecco che ne salta
fuori un’altra. Il giornalista Giuliano Ferrara propone la moratoria contro
l’aborto.
Prima domanda che mi viene in mente: Che cosaaaa????
Seconda domanda che mi viene in mente: ma cosa cavolo gliene frega dell’aborto a
Giuliano Ferrara?
Ora uno qualunque si alza e propone una moratoria. Peccato che se si trattasse
davvero di uno qualunque nessuno lo calcolerebbe. Invece si tratta di un volto
noto. E giù a commentare. Persino la Chiesa che per la pena di morte non ha
espresso parola adesso è tutta felice e contenta.
Non so a voi, ma a me saltano i nervi.
A parte il fatto che se bisogna fare
qualche proposta che riguarda l’aborto, io pretendo che a farla sia una donna.
Cosa può capirne l’uomo dell’aborto? Per quanto possa essere genitore e il padre
migliore del mondo, non vivrà mai le stesse sensazioni che vive la donna in
tutta la sua gravidanza.
Io continuo a stupirmi. Una donna non solo vive in una società che è già
abbastanza maschilista di suo, adesso non può più neanche decidere se
interrompere o no una gravidanza. Persino questa scelta deve essere lasciata in
mano a un manipolo di uomini che decidono cosa sia meglio per lei. Che rabbia.
Ma quello che più mi fa imbestialire è il modo in cui viene trattato
l’argomento. L’aborto è visto quasi come se fosse un hobby. Non lo capiscono
mica che è una decisione sofferta e dolorosa. Non lo capiscono mica che è
l’unico modo che per quanto drastico possa evitare il peggio.
Non lo capiscono mica che l’aborto si deve effettuare quando non c’è altra
soluzione.
No, ne parlano come se fosse naturale, come se un giorno la donna si sveglia e
decide di andare ad abortire.
Perché non si mettono nei panni di chi questa decisione deve prenderla, voglio
vederli poi a trattare l’argomento con leggerezza.
Io mi metto nei panni di una donna incinta. A un certo punto, purtroppo, scopre
che qualcosa non va. Il feto non è sano. Il bambino può nascere, ma cieco, muto
e sordo. E questa scoperta è già un grande dolore. Qual è l’atto di coraggio?
Far nascere un bambino che avrà una vita orribile o interrompere la gravidanza e
risparmiare una vita di sofferenza a una persona che ancora non c’è?
Altro esempio che mi viene in mente. E non è fantascienza, i telegiornali li
vediamo tutti i giorni. Quante donne ci sono che subiscono violenze sessuali?
Ecco, siccome sappiamo bene come funzionano le cose, sappiamo anche quali
potrebbero essere le conseguenze di una violenza, oltre a un trauma
incancellabile.
Una gravidanza indesiderata. Come può, una donna, amare un figlio che ha la
stessa faccia di chi le ha rovinato per sempre la vita?
Concludo così. Io rispetto tutte le opinioni. All’aborto si può essere
favorevoli o contrari. Ma non dimentichiamo mai che non è obbligatorio per
nessuno.
Una gravidanza fa parte della vita della donna. Lasciamo che sia la donna a decidere sulla sua vita.
Abbiamo deciso di pubblicare il materiale raccolto da Sara, il decalogo e la farneticante lettera from Ana, chiaramente e ancora una volta, col solo intento di informare e far riflettere su questo problema troppo spesso sottovalutato o preso in considerazione solo quando muore qualche ragazza.
E' da molto tempo una nostra piccola grande battaglia, che cerchiamo di portare avanti con la speranza che ....
maialino.it

Di anoressia se n’è parlato all’infinito. Ho sempre letto tutto quello che
trovavo scritto a riguardo. Trattasi di curiosità, di voglia di capire.
Però non ho mai parlato di questo argomento. Forse perché è da sempre che se ne sente parlare e anche se i media fanno le crociate per combattere l’anoressia, le modelle scheletriche sono sempre lì, sulle passerelle a indossare abiti lussuriosi e passare per persone glamour.
Eleganti. Con la loro figura filiforme. Ma lo sapevamo, no? Qualche stilista decide di non prenderle troppo magre (anche se io non ne ho ancora viste…) ma tanti altri continuano a pensare a una moda fatta solo per ragazze alte e non al di sopra di una taglia 38.
La voglia di affrontare l’argomento mi è arrivata pochi giorni fa. Mentre giravo per vari siti internet ne trovo uno di una diciottenne. L’aveva appena aperto e nel suo primo post appariva scritto “questo è un blog dichiaratamente pro-Ana”
Così mi sono chiesta cosa diavolo significhi quel pro-Ana… e ho cercato su internet. Ana non è una persona. Ana è il nome con cui viene chiamata l’anoressia, ma attenzione. Ana non è una malattia. Ana è uno stile di vita.
Eh si, perché chi entra a far parte di questa mentalità è già abbastanza fuori di testa da capire che l’anoressia sia qualcosa di cui andare fieri, qualcosa di cui vantarsi, qualcosa di bello da mostrare.
Ana viene vista contemporaneamente come un’amica e come la peggior nemica che possa capitare a una persona.
Diversamente da quanto si possa pensare, Ana non è sola. E ha una valorosa compagna. Si chiama Mia. E se il nome intero di Ana è anoressia, il nome intero di Mia qual è? Bulimia. Perché anche la Bulimia può essere considerato uno stile di vita. Anche se certe volte Ana non sopporta Mia. Perché l’abbuffata per lei è impensabile.
Semplicemente spaventoso.
Capito? Non è una malattia. Una scelta. È una realtà raccapricciante, basta andare su google e digitare “pro Ana”, salteranno fuori centinaia di blog, con fotografie di modelle scheletriche e in alcuni casi, delle stesse titolari del blog. Foto dei loro corpi magrissimi e accanto la tabella di ciò che (non) hanno mangiato il giorno. In alcuni ci sono anche gli obbiettivi del tipo “restare digiuna per almeno 24 ore”.
E girando per bene, sono anche finita nel decalogo delle sostenitrici di Ana e nella lettera, che Ana manda a tutte le sue adepte, dove fa capire loro che non possono più stare senza di lei, che hanno bisogno di non mangiare per essere più felici e più amate dai loro cari.
È agghiacciante. Le seguaci di Ana, spesso si rifanno persino sulla musica, ma alcune di loro non l’hanno ben capita. Prendono come inno una bellissima canzone dei Silverchair che si intitola “Ana’s song”. Il cantante dei Silverchair ha sofferto per anni di anoressia e ha scritto questa canzone con la frase iniziale “Please, die Ana” ovvero “Ti prego, muori Ana”
Io non voglio lasciare giudizi su queste ragazze. Su chi ha inventato questa filosofia e su chi la segue. Sta di fatto che quando mi sono ritrovata davanti quelle parole, quei terribili obiettivi e la gioia di una ragazza alta 1.70 di arrivare a toccare i 38 chili, mi sono sentita inutile davanti a un problema dilagante.
A un problema che non ho mai conosciuto da vicino e che mi fa soffrire lo stesso, come se ad esserne colpita fosse una delle persone a me più care.
Non bastano più quei messaggi televisivi, non sono mai bastati. Non è bastata neanche Isabelle Caro, la modella-scheletro dello spot di Oliviero Toscani. Non basta Miss Italia coi suoi messaggi antimagrezza, in tutto il suo metro e ottanta e i suoi cinquanta chili di peso. Non basta più niente.
Ana vige su tutte. Ana le vuole tutte come dice lei. Ana dice che magro è bello. E Ana vuole che le sue adepte siano belle.
Vuole che siano belle. Che siano
belle. Da morire.
Sara
![]() |
Decalogo pro-Ana
|

Lettera From Ana
Permettimi di presentarmi.
Il mio nome, o quello datomi dai cosiddetti "medici", è Anoressia. "Anoressia Nervosa" è il mio nome per esteso, ma tu puoi chiamarmi Ana.
Possiamo diventare auspicabilmente grandi socie. Nei prossimi tempi, investirò molto tempo con te, e mi aspetto lo stesso da parte tua. In passato avrai appreso che tutti i tuoi insegnanti e i tuoi genitori hanno parlato di te come " così matura ", " intelligente ", con "così tanto potenziale".
Domanda: questo ti basta? Assolutamente no! Non sei perfetta, non fai abbastanza fatica, più avanti non potrai più perdere il tuo tempo a pensare, a parlare con gli amici e a disegnare! Tali atti di indulgenza non saranno permessi in futuro. I tuoi amici non ti capiscono.
Non sono imparziali. In passato, quando l'insicurezza ha rosicchiato tranquillamente la tua mente, e tu hai chiesto loro: " Ti sembro ... grassa?", ti hanno risposto " Oh no, certo che no! " e sapevi benissimo ti stavano mentendo! Solo io dico la verità.
I tuoi genitori figuriamoci! Sai che ti vogliono bene e che a loro importi, ma questo è il loro ruolo, e sono obbligati a svolgerlo.
Ora ti rivelerò un segreto: nel loro io più profondo, sono delusi da te. La loro figlia, quella con tante potenzialità, si è trasformata in una ragazza grassa, pigra e immeritevole. Ma sono qui per cambiare tutto questo. Mi occuperò di far diminuire il tuo apporto calorico e farti aumentare l'esercizio fisico.
Ti spronerò al limite.
Dovrai accettarlo, perchè non puoi sfidarmi! Sto iniziando a introdurmi dentro di te. Ben presto sarò sempre con te. Sono con te quando ti svegli al mattino e quando corri su per le scale. Le persone a dieta diventano sia amiche che nemiche e nei tuoi pensieri frenetici pregherai di essere calata rispetto a ieri, alla scorsa notte, ecc.
Guardati con sgomento nello specchio. Sollecita e scaccia il grasso che è là e sorridi quando sporgeranno le ossa. Sono con te quando formuli il tuo plan quotidiano: 400 calorie, 2 ore di esercizio fisico. Sono io che faccio questo, perché da ora i miei pensieri e i tuoi sono fusi insieme come fossero uno.
Ti seguo durante il giorno.
A scuola, quando la tua mente vaga, ti dò qualcosa a cui pensare. Riconta le
calorie della giornata. Sono troppe. Riempio la tua mente con pensieri sul cibo,
sul peso, sulle calorie e cose che a pensarle danno sicurezza. Perché ora, sono
già dentro di te. Sono nella tua testa, nel tuo cuore e nella tua anima. La fame
dà dolore, e tu fingi di ritenere che io non sia dentro di te.
Ben presto ti dirò che cosa fare non solo col cibo, ma che cosa fare TUTTO il
tempo. Sorridi e annuisci. Presentati in buono stato. Risucchia quel grasso che
hai nello stomaco, maledizione!
Dio, sei una tale vacca grassa!!!
Ti dico cosa fare quando arrivano le ore dei pasti. Faccio sembrare un piatto di lattuga come una festa andata bene ad un re. Rifiuta il cibo. Fai credere di aver mangiato qualcosa. Nessun pezzo di qualsiasi cosa ......se mangi, tutto il controllo verrà spezzato...E' questo che DESIDERI?? Ritornare di nuovo ad essere la VACCA GRASSA che eri una volta??
Io ti costringo a fissarti sulle modelle delle riviste. Quella magrezza perfetta, i denti bianchissimi, quell'oggetto di perfezione che ti fissa da quelle pagine lucide. Ti faccio rendere conto che non potresti mai essere una di loro. Sarai sempre grassa e non sarai mai bella come loro. Quando guarderai nello specchio, distorcerò l'immagine del tuo riflesso. Ti mostrerò obesa e ripugnante. Ti mostrerò un lottatore di sumo dove in realtà c'è un bambino affamato.
Ma tu non lo devi sapere, perché se venissi a sapere la verità, potresti ricominciare a mangiare e il nostro rapporto finirebbe per schiantarsi.
Talvolta ti ribellerai.
Si spera comunque non spesso. Riconoscerai la piccola fibra ribelle lasciata nel tuo corpo e ti avventurerai fino alla cucina oscura. La porta di credenza si aprirà lentamente, cigolando dolcemente. I tuoi occhi si sposteranno sopra il cibo che ho tenuto a una distanza sicura da te Ritroverai le tue mani ad allungarsi, letargicamente, come un incubo, attraverso l'oscurità verso il pacco dei crackers. Li butterai giù, meccanicamente, in realtà non per gustarli, ma semplicemente per godere del fatto che ti opponi a me. Raggiungi un'altra scatola,poi un'altra, e un'altra ancora...
Il tuo stomaco diventerà gonfio e grottesco, ma ancora non ti fermerai. Tutto il tempo ti grido di fermarti, tu vacca grassa, tu realmente non hai nessun controllo di te stessa, tu ingrasserai.
Quando ti sarà addosso ti riaggrapperai a me, mi chiederai consiglio perché in realtà non vuoi ingrassare. Hai infranto una regola cardinale e hai mangiato, e ora mi vuoi. Ti trascinerò in bagno, sulle tue ginocchia, a fissare nel vuoto della tazza del cesso. Le tue dita ti si cacceranno in gola e, non senza un bel po' di sofferenza, la tua festa di cibo risalirà. Questo deve essere ripetuto, fino a quando non sputerai sangue e acqua e ti renderai conto che è tutto andato.
Quando ti rialzerai, avrai una sensazione di vertigine. Non svenire. Alzati immediatamente. Tu vacca grassa questo dolore lo meriti! Forse la scelta di sbarazzarsi della colpa è diversa. Forse ho scelto di farti prendere lassativi, dove ti siedi sul cesso fino alle prime ore del mattino, sentendo le tue viscere rimpicciolirsi. O forse ti faccio fare solo del male da te.
Tirare testate contro il muro fino a quando non ti prendi un'emicrania palpitante. Anche tagliarsi è efficace. Voglio che vedi il tuo sangue, che lo vedi colare giù lungo il tuo braccio e in quell'attimo ti renderai conto di meritare qualunque dolore io ti infligga. Sei depressa, ossessionata, dolorante, ferita, ti protendi, ma qualcuno ascolterà? Chi se ne frega ? !?
Sei meritevole; hai portato questo su te stessa. Oh, tutto ciò è rigido? Non vuoi che questo ti succeda? Sono ingiusta? Io faccio cose che ti aiuteranno. Lo rendo possibile perché tu la smetta di pensare ad emozioni che ti causano tensione. I pensieri di rabbia, di tristezza, di disperazione e di solitudine possono cessare perché li porto via e riempio la tua testa col metodo di contare le calorie.
Porto via la tua lotta da adattarti con chi prende in giro la tua età, la lotta del tentativo soddisfa chiunque. Perché ora, sono la tua unica amica e sono l'unica di cui hai bisogno per piacere. Ho un punto debole. Ma non dobbiamo informarne nessuno. Se decidi di contrastarmi, tenderti verso qualcuno e dirgli come vi rendo vivi, tutto l'inferno si libererà.
Nessuno deve scoprire, che nessuno può rompere questo rivestimento con cui ti ho
coperta. Io ho creato te, questa sottile, perfetta, bambina di successo.
Sei mia e mia e sola. Senza di me, non sei nulla.
Quindi non combattermi così. Quando gli altri commentano, ignorali. Passaci sopra, dimenticati di loro, dimenticati di chiunque provi a portarmi via. Sono il tuo bene più grande e intendo mantenere questa cosa.
Sinceramente, Ana

Finalmente è cominciato lo
zecchino d’oro. Evviva!! L’unico brandello pulito di televisione!! E io sono
felice!!! È un evento che attendo tanto.
Per una settimana sembra che vada tutto ben e che tutti i bambini siano felici. Poi lo so che non è così, ma consentitemi di tenere le fette di prosciutto sugli occhi in modo, una volta tanto, da farmi almeno provare la sensazione. Ed è una bellissima sensazione.
Praticamente accendo la tv e sono in festa. Bambini felici da tutte le parti. Mago Zurlì sempre più in forma. Avrà 80 anni eppure è sempre uguale. Ma senza calzamaglia azzurra, grazie al cielo. Quest’anno manca Topo Gigio. Non è andato perché ha avuto problemi di contratto. Praticamente ha circa 7 groupies che lo seguono e la somma proposta non andava bene per coprire le spese di viaggio.
Me lo immagino mentre alla lettura del contratto esclama “Ma cosa mi dici mai” e se ne va stizzito mollando tutti.
No dai, in realtà tengo ben stretta l’innocenza della bambina che continuo a essere, così penso che Topo Gigio non è potuto andare perché ha fatto indigestione di formaggio e non si può muovere da casa per alcuni giorni. Si, deve essere andata così. Però ieri c’era Scooby Doo e tutti i suoi amici. Che meraviglia.
Lo zecchino d’oro dev’essere l’unico programma al mondo che seguo da 23 anni. Me lo facevano vedere da bambina perché è adatto e piacevole, poi non l’ho più lasciato. Tutti i Natale mi regalavano la cassetta delle canzoni dei bambini. Poi hanno smesso perché insomma, pare che a una certa età certi regali non siano più adatti. Io mi sa che quest’anno li frego tutti e una musicassetta di qualche zecchino me la compro da me.
Da piccola non solo lo guardavo ma volevo proprio andare a cantare. Ho implorato di mandare uno straccio di iscrizione ma in casa mia sono tutti poco avvezzi allo spettacolo. Volevo fare il salto di qualità. Invece niente da fare. Mi è rimasta la punta di esibizionismo che potrebbe persino permettermi di vestirmi da fata turchina e andare a condurre lo zecchino. Senza che nessuno mi chiamo ovviamente. In modo autonomo. Poi se mi rinchiudono in un manicomio bolognese pazienza. Deciderò cosa fare.
Intanto continuo a guardarmelo e non me ne perdo una puntata. Appena imparo una canzone a memoria me la ficco in testa e non me la levo più fino a Natale. Povero chi mi passa accanto. Sono disposta persino ad imparare l’egiziano pur di riuscire nel mio intento.
Ma a parte gli scherzi, lo zecchino d’oro è un vero paradiso per i bambini e quando lo guardiamo dovremo sentirci delle merde solo a pensare a tutti i bambini che soffrono per colpa dei soliti adulti senza scrupoli. Il solo appartenere alla categoria dovrebbe terrificarci.
Ora però non voglio pensarci a fondo. Del mondo che va male posso pensarci domani, come tra una settimana. Come tra un mese. Come sempre.
Invece dei bambini felici ne approfitto, proprio in concomitanza con lo zecchino d’oro, perché con lo zecchino ci sono cresciuta e continuo a guardarlo ancora oggi.
È sempre un piacere intonare l’inizio del valzer del moscerino e tutti intorno cominciano felici a farti “Uh la la la uh la la la uh la la la”… ci vuole così poco per sentirsi bene.

Calcio violento. Ne parliamo un
po’? Di nuovo? Si, ne ho voglia. Solo che stavolta, la prima parola, quella che
racchiude lo sport, non c’entra. O io ho una mentalità ottusa, oppure non mi
hanno detto che in realtà in un autogrill non è successo niente, ma il fatto è
avvenuto in un campo di calcio, durante una partita.
O forse è più bello dire quelle due parole, il nome dello sport associato al peggiore degli aggettivi perché tanto oramai è inutile negarlo, sembra un fatto caratteristico dell’Italia. Eppure a mio parere, quel termine “calcio” risulta molto, molto inappropriato. Che succede in breve? Arezzo. Piccola rissa tra alcuni tifosi della Lazio e della Juventus. Interviene la polizia a sedare la rissa. Solo che anziché sedarla, un agente impugna la sua pistola e spara ad altezza d’uomo. E ne elimina uno. E Gabriele non c’è più. È volato via col la sciarpa della sua Lazio e con le sue cuffie da dj. Le sue passioni. E parte la lotta.
Roma. Preso d’assalto un commissariato di polizia, parte la guerriglia, agenti feriti da parte di beduini in cerca di giustizia. Milano, stessa storia. Bergamo, stessa storia. Guerriglia anche a Sassari contro un commissariato. Domanda doverosa: cosa cavolo c’entrano i commissariati delle città italiane? Queste storie mi danno ai nervi.
Non basta il dolore per un giovane che adesso non c’è più? No, è meglio riparare a quella violenza con un’altra violenza!! E la cosa peggiore è che i guerriglieri da strapazzo, sono i primi a inneggiare alla pace, ma solo dopo aver distrutto con una bomba a mano ogni forma di commissariato o caserma. Ma per favore. Il male parte dal basso stavolta. Ostilità represse tra individui e forze dell’ordine. Individui che si definiscono come anarchici, sovversivi, ribelli… insomma, le trovano tutte pur di non accettare di definirsi per quello che sono: delinquenti.
Lo so. Passo per quella che difende sempre le forze dell’ordine. Ma cosa c’entra tutto questo con Gabriele? Perché la sua morte passa in secondo piano per lasciare il posto ad altra violenza?
Principalmente si tratta di un uomo che ha ucciso un altro uomo. Ed è giusto che paghi. Al di là del fatto che uno sia un agente di polizia e l’altro no. Concordo con i provvedimenti che sono stati presi, col fatto che sia indagato per omicidio colposo. È giusto. Se vai a sedare una rissa principalmente non ci vai impugnando una pistola e in secondo luogo, se proprio non puoi farne a meno, spari in aria. Eviti di puntarla ad altezza d’uomo.
Su questo siamo tutti d’accordo, mi sbaglio?
Tanto non cambierà niente nemmeno stavolta, anziché fare chiarezza si prendono altri provvedimenti senza senso, tipo fermare i campionati di serie B e C, ma non quello di serie A. E certo, troppi interessi. Si parla di evitare le trasferte organizzate… peccato che sembrava già cosa fatta quando è morto Filippo Raciti. Invece niente, una giornata di stop e poi tutto uguale.
Ma questo già si sapeva.
Quello che mi fa più male è che a nessuno importerà niente di rispettare Gabriele. Useranno il suo nome per inneggiare all’ennesima lotta contro la polizia. Lo citeranno quando non sarà il caso di farlo, anziché lasciarlo in pace, almeno adesso.
Per concludere lascio un mio pensiero personale al Gabbo, come veniva chiamato. Credo che lassù certe sere ci si annoia, adesso però ci sei tu e la tua consolle a ravvivare tutto. Magari aiuterai a rilassare l’ambiente, si sa che quando si è rilassati si lavora meglio.
Pink cantava che Dio è un d.j. ma forse in questo deve ancora imparare, mica si può far bene tutto. Così ha chiamato te.
Anche se noi qui ci struggiamo, anche se per noi è impensabile tutto quello che è successo. Credo che quello che si decida da sopra per noi sia incomprensibile eppure sa comunque di ingiustizia.
Mi piace pensarti felice adesso. Niente potrà più farti del male, adesso ci sei davvero solo tu, la tua musica e la tua Lazio.
Un pensiero speciale per la famiglia che soffre

E mentre facevamo colazione con latte e biscotti, la
notizia è arrivata. Quasi a sorpresa, visti i miglioramenti degli ultimi giorni.
Ed Enzo Biagi se n’è andato. Non ho voluto scrivere niente appena sentita la
notizia. Non per commentare la sua scomparsa, ma per commentare tutti i commenti
rilasciati davanti alle telecamere da parte di politici, altri giornalisti,
conduttori.
Tutti d’accordo, tutti unanimi. Se n’è andato un grande uomo e un grande giornalista.
Non so voi, ma io sono d’accordo. Solo che tutto questo buonismo, queste lodi, questo surplus di belle parole, ecco, mi sembrano un po’ fuori luogo. Adesso. A mio avviso non c’è niente di sbagliato nella frase che tutti dicono e diranno, in questi giorni.
Ma perché nessuno l’ ha detto in quei famosi cinque anni di esilio forzato? Perché tutte queste belle parole sono rimaste ben nascoste? So bene che lui comunque ha continuato a lavorare, che i suoi colleghi e i suoi veri amici hanno sempre pensato bene, ma io voglio riferirmi a tutti quelli che oggi vogliono approfittarsene un po’, perché è molto facile dire che se n’è andata una grande persona dopo che nessuno ha fatto niente per ridargli il suo posto televisivo.
È stato più facile imbavagliarlo e lì nessuno ha detto che un grande giornalista non aveva più diritto di parola e insieme a lui tutti gli umili che sempre metteva in primo piano.
Nessuno ha detto che si trattava di una brava persona, di un grande professionista, nessuno ha detto niente di niente. Era un argomento tabù, non era il caso parlarne. Perché rischiare il posto per un briciolo di verità?
Il mondo del giornalismo mi ha sempre affascinato e allo stesso tempo mi intimorisce. Non poco. Penso che fare il giornalista, di qualunque tipo, sia uno dei lavori più belli del mondo. È un modo meraviglioso per rendere partecipi il popolo di quello che succede. Questa è la parte affascinante e se il mondo andasse per il verso giusto, dovrebbe essere l’unica peculiarità di questo mestiere. E il mondo ci va per il verso giusto? No, manco a dirlo. E di caratteristica sembra affacciarsene un’altra. Che non è visibile a un primo impatto. Che sembra lì, seminascosta e intimidita per poi rivelarsi forse la più importante.
Osserva tutto quello che ti sta attorno, ma scegli bene quello da scrivere. Perché forse è meglio che la gente non sappia proprio tutto. E mi vengono in mente due esempi. Uno russo. E uno italiano.
O meglio. Una russa. E una italiana. Anna Politoskaia e Ilaria Alpi.
Loro due volevano farlo per davvero il loro mestiere. Due casi su cui bisogna fare chiarezza. Anzi no. Le cose sono già chiare, bisognerebbe avere qualcuno che trovi il coraggio di dirle apertamente.
Chissà cos’ ha scoperto Ilaria Alpi. Chissà chi c’è coinvolto in quel traffico d’armi tra l’Italia e la Somalia.
E la Politoskaia ? Stessa cosa. L’ hanno fatta fuori e adesso chi c’è che dice che se i Ceceni decidono di colpire la Russia e il suo Putin è perché hanno ragione?
Ho citato loro, ma non sono le uniche, sia chiaro. Ce ne sono tanti altri e chissà quanti. Chissà quanti di cui non sapremo mai niente.
Ecco che cosa mi intimorisce. Il prezzo da pagare. Che pare essere molto alto.
Enzo Biagi se n’è andato e secondo me qualcuno è pure contento. Una minaccia in meno.
E noi spettatori perdiamo un’altra occasione per sapere quel briciolo di verità che nessuno vuole dirci. Un’altra occasione, ma non l’unica. Qualcuno c’è che vuole ancora renderci partecipi. Basta trovare i canali giusti, nei momenti giusti. Togli le fiction della domenica e ci trovi un Report da brivido. Togli le gare dei cantanti non professionisti e ci trovi Santoro, un altro ex imbavagliato.
Per fortuna c’è ancora qualcuno che resiste.
Se dai piani alti cominciassero ad ascoltarli, le cose potrebbero andare meglio.

Ecco fatto. È successo ancora. Chi di voi guarda
“Distretto di polizia” potrà capirmi. Non so voi, ma io coi telefilm ho dei
problemi. Ho un rapporto molto articolato. Li amo. Ma quando qualcosa non va
come vorrei, ci soffro. Il fine di un telefilm, qual è? Intrattenere.
Eventualmente far pensare, se il telefilm è fatto bene.
E Distretto è fatto bene e guai a chi dice di no. O almeno, guai a chi lo dice a me. Non posso stare tranquilla. Premesso che non mi sono ancora ripresa dal finale shock di Ugly Betty e per questo in fatto di serial sono molto sensibile. Ho impiegato anni, prima di rassegnarmi alla fine di Friends e Ally Mc Beal.
Ho ricominciato a seguire telefilm proprio con Ugly Betty e naturalmente mi sono appassionata, come avrete capito. Infatti ne approfitto per fare un appello aperto alla sua produttrice, che è Salma Hayek, per dirle di sbrigarsi a lanciare la seconda serie. Di mettere la neonata a tacere e di non farci aspettare.
Voi non lo sapete ma Salma Hayek legge abitualmente il maialino. È anche molto amica di chi ci lavora. Ma non mia, tutte le volte che è venuta non mi sono fatta trovare perché non volevo dirle che non ho potuto regalarle il fiocco rosa da appendere alla porta per la nascita della sua bambina.
Ma basta cianciare. Torniamo a noi.
Parlavo di Distretto di Polizia. Nell’ultima puntata andata in onda, inizialmente tutti eravamo in pensiero per Nina, la ragazza che interpreta una collaboratrice di giustizia. Figlia di un mafioso, decide di aiutare la polizia, perciò costretta a vivere blindata e sotto scorta. I seguaci della serie erano in pensiero perché nella penultima puntata, Nina è caduta dal balcone del suo appartamento. Suicidio? Si certo, ma inscenato.
Cosa succede in breve? Nina resta in casa assieme a un magistrato. Tutto tranquillo. Fino a quando non si capisce che il magistrato altro non è che un uomo corrotto, appartenente anch’egli al mondo della mafia. E profumatamente pagato dal padre di Nina per farla fuori. E lui fa questo. Esegue, nient’altro. La minaccia con una pistola, poi la porta in balcone e la butta di sotto. Arrivano i poliziotti del distretto, la soccorrono e la portano in ospedale, per fortuna sembra essere ancora viva. In condizioni disperate, ma viva. E mentre piano piano le speranze sembrano riaffiorare, nascono delle complicazioni e Nina non ce la fa più. A vent’anni, uccisa da suo padre.
Mi chiedo se sia il caso di chiamare tutto ciò semplicemente “Fiction”. Magari. Significherebbe che è tutto frutto di una fantasia molto ingegnosa. E invece basta aprire un quotidiano, per sentire di queste storie. Non ci sono bravi attori, non registi talentuosi, non produttori dall’occhio attento. Niente di tutto questo.
La mafia. Siamo famosi nel mondo, per la mafia. L’unica organizzazione il cui giro d’affari va sempre bene. E perché proprio lei va bene? Perché per tante persone buone, che si impegnano per cercare di estinguerla, ne basta una che sta al posto giusto per rendere vano ogni tentativo. La gente scende in piazza, ha coraggio, grida, vuole giustizia.
E il magistrato corrotto chiude la porta e le finestre del suo lussuoso ufficio, si tappa le orecchie per non sentire e gli occhi per non vedere e poi ritorna ai suoi loschi affari. Quante sono le persone che la mafia la vogliono? Tante. Molto più di quello che immaginiamo.
E dove sono queste persone? Nelle strade, ma non solo. Vicino alle istituzioni. Ai piedi delle istituzioni. Dentro le istituzioni. La mattina la combattono e finito il turno di lavoro si fanno una bella risata, se ne vanno a casa, si guardano allo specchio e si tolgono la maschera da brava persona che si sforzano di usare.
Magistrati, ma non solo. Persone per bene. Politici. Ma non si può parlare. Uno scrittore ha cercato di fare chiarezza e ora vive sotto scorta. Tanti sanno e nessuno parla. Quando la paura supera il senso dovere.
Quando ti guardano dalle telecamere e ti dicono che la mafia va combattuta e poi non cambia niente.
Faremo l’abitudine anche a questo. Basta fingere di essere ancora dentro all’ennesimo telefilm.

Meno cinque… quattro…tre
…due…uno!!!!
Trattasi di conto alla rovescia. Countdown, se vogliamo sentirci internazionali e diciamolo, un po’ fighi. Quando è utile e piacevole fare un conto alla rovescia? In primis, per capodanno. Dieci secondi, auguri auguri, stappiamo lo spumante e ubriachiamoci, dimentichiamo l’anno passato se non è stato bello come speravamo, o se ci è piaciuto auguriamoci che il prossimo vada, se non meglio, allo stesso modo. In questo caso, il conto alla rovescia è ammesso.
E le altre occasioni? Beh, magari per un evento importante. Una gara di formula uno, per esempio. O una qualunque competizione sportiva. Anche qui è concesso.
E poi? Natale?? No, non ha senso, ci pensa il campanaro a contare la mezzanotte e a suonare le campane a festa. Pasqua? Ma quale conto alla rovescia, figuriamoci.
Elezioni? Beh si. Se ci troviamo nello studio di Porta a Porta e con la compagnia di Bruno Vespa. Ma anche in questo contesto, sembra una motivazione alquanto stupida!!
Quindi?
Niente da fare. Sport e Capodanno. Ragionevolmente, qui possiamo fare il conto alla rovescia.
Tutti d’accordo? Bene. E allora perché in questi giorni Rai e Mediaset si sono sbizzarriti in uno spietato countdown fino all’inizio delle fiction “Guerra e pace” e “Il capo dei capi”???
È utile? Certo, a far venire i nervi agli spettatori.
È conveniente? Ma forse no, visto che lo spettatore tartassato a un certo punto preferirebbe spararsi in vena una puntata di Chi l’ ha visto? piuttosto che avere qualcosa a che fare con le suddette fiction!!!
Ma cosa vi è venuto in mente?? Non è mica capodanno questo!!! Non siamo neanche a novembre, cosa vuoi contare?? Ma perché devi stracciarci l’anima con un conteggio assurdo?? Limitatevi alla pubblicità, diteci data e orario ma non piazzateci, ogni due minuti, la foto di un attore del film con lo sguardo di chi ha alle spalle il fantasma della trisavola di sua bisnonna, con scritto “Meno sette”!!! Non ce ne frega niente!!! Tanto non c’è cristiano al mondo che decida cosa guardare in tv da una settimana prima!!! Lo decide alle 9 di sera, quando sono finiti Striscia la notizia e Affari tuoi. Prende il telecomando e gira tra i canali!!
Se proprio volete contare abbiate pazienza. Dopotutto due mesi non sono tanti, al 31 dicembre potete fare tutti i conteggi che volete. E di buoni propositi per il 2008, rinunciate a queste baggianate che secondo voi crea suspence e invece straccia i maroni.
Dopotutto è sempre e solo di una fiction, che stiamo parlando.

L’argomento di cui si parla tanto in questi giorni sono gli esami di
riparazione. Ieri era certo il loro ritorno, oggi vengono allontanati
nuovamente. Il ministro, a seguito delle proteste degli alunni, ha cambiato
idea.
Quando io ho fatto le superiori gli esami di riparazione sono stati annullati per fare spazio ai debiti e ai crediti. Una mia professoressa, una delle poche che insieme a italiano e storia riusciva a dare delle lezioni di vita non indifferenti, ci aveva esposto le sue perplessità.
Che effettivamente condividevo e di lì a breve mi sarei resa conto che aveva proprio ragione.
“Vogliono trasformare la scuola in un mercato e vogliono trasformare voi in mercenari. Non si parlerà più di meriti, non di materie, non di argomenti, ma solo di debiti e crediti.”
Ci diceva sempre così. E aveva ragione. Lei è una di quelle persone che non aveva problemi a dire quello che pensava, non aveva problemi a dire a qualcuno di stare bene attento a sparare giudizi sempre e comunque, perché era il primo passo verso l’intolleranza.
Ma lo faceva sempre gentilmente.
Comunque. Esami di riparazione.
In quarta superiore io mi sono ritrovata un meraviglioso “debito formativo” in
economia aziendale. Già il nome mette paura. Debito? Formativo? E che cosa mi
deve formare? Mah. Comunque. Come procede la situazione? Durante la quinta
superiore dovevo al pomeriggio tornare a scuola a seguire i corsi di recupero. E
la mattina? Beh, la mattina andavo a scuola regolarmente dove la professoressa
di economia aziendale andava avanti col programma.
Quesito esistenziale: ma se io non ho capito un accidenti del programma di quarta superiore e vado ai corsi di recupero, cosa diamine potrò mai capirci se contemporaneamente devo anche seguire il programma di quinta?
Risposta personale: debiti e crediti formativi sono forse la stronzata più grande, inutile e dannosa che sia mai stata immessa tra le riforme scolastiche. E dire che è ancora lì. E dire che gli studenti la richiedono e lottano perché tutto rimanga così.
Com’è andata poi la mia vicenda? Il debito l’ ho recuperato. Un po’ a culo, come dire. La domanda giusta al momento giusto. Ma tutt’ora non capisco niente di economia aziendale. Niente. Non chiedetemi neanche il titolo del programma che ho fatto in quinta superiore perché non ne ho la più pallida idea. Non so il nome, non so di cosa parla. Niente.
Credo che se ci fossero stati gli esami di riparazione sarei molto più ferrata, molto più preparata e ricorderei meglio anche il programma fatto durante gli anni. Ho avuto una di quelle insegnanti che speri di non ritrovarti mai, l’esatto contrario della prof di lettere di cui ho parlato all’inizio. Questa aveva e ha tutt’ora voglia di insegnare quanta io ne ho di studiare. Molto poca. Solo che se io non studio non penalizzo nessuno, se lei non insegna, qualcuno lo colpisce.
E benché io sia cosciente del fatto che probabilmente, con gli esami di riparazione, le cose sarebbero andate un po’ meglio, sono anche cosciente del fatto che sia stato molto più comodo passarsi l’estate al mare a prendere il sole, piuttosto che a casa a pensare a calcoli e partite doppie. È una cosa sbagliata, lo so. Ma è inutile non dirlo, non sono mai stata una buona studentessa e non lo sarò mai.
A me la scuola non piace. Non mi piace l’eterna rivalità tra insegnante e studente, dove è sempre più raro che un insegnante riesca a conoscere davvero uno studente e a considerarlo una persona che deve imparare principalmente a vivere. Non bastano 50 pagine di un libro al giorno per diventare intelligenti, non bastano a far diventare qualcuno colto. Non basta fare i compiti per casa per essere rispettato. E non basta neanche fare i compiti delle vacanze per avere una buona reputazione.
A volte è l’aspetto più umano a mancare. Dove gli alunni hanno bisogno di un insegnante pronto ad aiutarli. E un insegnante ha bisogno di alunni che sappiano ascoltare.

Ho sentito stamattina l’ennesima stronzata. Un altro provvedimento contro la
prostituzione.
Multe più salate ai clienti che vanno a cercare le prostitute che lavorano nelle strade dove sono presenti luoghi pubblici anche frequentati da minori. Uno dei provvedimenti più inutili che io abbia mai sentito.
In pratica, se una ragazza, alle quattro del mattino, si prostituisce davanti a una scuola, rigorosamente chiusa, la multa per il cliente sarà più salata. Vorranno mica farci credere che la prostituzione, se attuata di fronte a una scuola sia più grave?
Io rimango perplessa. Dicono di voler combattere la prostituzione e poi tirano fuori dei provvedimenti che non stanno né in cielo né in terra. Secondo me sono tutti dei sognatori accaniti e sperano che veramente la prostituzione possa essere un fenomeno in via d’estinzione.
Ma non è multando un cliente che tutto questo finirà,
cosa volete che gli faccia una multa a uno che è disposto a spendere 100 € per
un’ora di compagnia? Il punto è che bisogna fare delle distinzioni. È ovvio che
tutti siamo contrari allo sfruttamento di queste ragazze.
Però è anche vero che ci sono delle donne che per loro scelta decidono di
svolgere questo mestiere. Molte lo vivono proprio così, un lavoro come un altro
e che per assurdo, porta molti guadagni in più. Anche se ci vuole uno stomaco di
ferro.
Eppure, se loro sono contente così, perché bisogna combattere contro di loro? Dopotutto non fanno del male a nessuno. Per noi magari può essere disgustoso, ma non c’è tempo per lanciare giudizi. E poi non serve a niente.
Per quanto riguarda lo sfruttamento della prostituzione, qui il discorso è ben diverso. E il solito provvedimento della multa è pressoché insignificante. Al massimo si scoraggiano uno o due clienti e magari tutto questo altro non comporta che una passata di botte alla ragazza che ha portato meno soldi del previsto al suo protettore.
Non è dalla strada che bisogna combattere, è prima. Molto prima. Prima che queste ragazze siano ingannate, prima che queste ragazze decidano di partire per venire qui in Italia o in chissà quale altra parte del mondo. Prima che abbandonino le loro famiglie per essere letteralmente buttate nella strada. Difficile? Si, tantissimo. Ma sicuramente più utile di una stupidissima contravvenzione.
Non è la prostituta in sé che deve sparire, che come ho detto, ce ne sono tante che sono pure contente di fare questa vita. È il protettore. È chi le compra per poi buttarle in strada. È chi le sfrutta. Loro sì che devono sparire.
E qui tutti fanno finta di non capire. Ma se la pedina principale è il protettore e se è proprio questa a dover sparire, ma non si farebbe un secolo prima se legalizzassimo il tutto? Fino a poco tempo fa pensavo fosse un’idea scandalosa. Ora invece mi sembra la soluzione più accessibile, oltre che l’unica.
Legalizzare. Perché no? Riapri le case chiuse. Ma regolarizzi le ragazze. Ti comporti come se fosse solo il personale. Stipendio fisso. Assicurazione. Età minima richiesta: 18 anni. La maggiore età, che al giorno d’oggi è veramente bassa. Selezione dei clienti, non solo in base al portafogli. Vitto e alloggio, perché no? Almeno vivono al sicuro.
Lo so che l’idea può far storcere il naso a tanti, ma perché è l’esistenza di questa attività che lo fa storcere. E se qualcuno ha un’idea migliore dovrebbe proprio proporla ai politici. Io ci ho pensato e ripensato e non mi è venuto in mente nulla di meglio.
Settimana scorsa. Cagliari. In macchina io e i miei genitori. Passiamo per le vie della città e a un certo punto ci ritroviamo due ragazze sul marciapiede. Anzi. Due ragazzine. La sera prima in tutta Italia hanno incoronato reginetta di bellezza una diciottenne. Loro probabilmente hanno qualche anno in meno. Sedici, forse.
E nonostante gli sforzi per dimostrarne almeno 18, basta guardare sotto il trucco, basta guardare sotto quelle quintalate di ombretto, per vedere che non ci sono altro che gli occhi di due bambine. La macchina prima della nostra si ferma. Un macchinone enorme. Ma poi se ne va. Nel frattempo rimango imbambolata. Forse le ho anche fissate e loro se ne sono accorte perché mi hanno sorriso.
Mai come in quel momento mi sono sentita così impotente. Avrei voluto farle salire in macchina e portarle via, le avrei prese come se fossero state due mie sorelline, visto che data l’età potevano benissimo esserlo. Poi è scattato il semaforo verde e ce ne siamo andati.
Mia madre ha sussurrato un “che il cielo le aiuti” e io per tutto il viaggio di ritorno non ho fatto altro che pensare a loro, a quello che devono vivere tutte le notti. E la mente mi volava a Vasi. Vasi è una ragazza rumena di 19 anni, una ragazza che faceva la prostituta proprio a Cagliari. Una sera come tante, un suo cliente abituale va da lei, la fa salire in macchina. Poi la uccide e dopo la scaraventa dall’auto in movimento davanti al cancello di un cimitero. Poi si uccide a sua volta.
A soccorrerla e a dare l’allarme sono state le sue stesse colleghe. Per Vasi non c’era più niente da fare. La famiglia della ragazza resta per giorni all’oscuro di tutto. E con la morte della figlia, scoprono anche che faceva la prostituta.
Le sue colleghe lasciano una lettera. “Ora che sei lassù prega per noi e proteggici, noi saremo in strada anche stasera”.
E mentre questi pensieri mi dilaniavano la mente, neanche a farlo apposta nel cd che ho nello stereo partono le parole di Luciano Ligabue.
“Cosa ci fai in mezzo a tutta
questa gente?
Sei tu che vuoi? Ma in fin dei
conti
Non ti frega niente, tanti ti
cercano
Spiazzati da una luce senza
futuro
Altri si allungano
Vorrebbero tenerti nel loro
buio”
Fate qualcosa per queste ragazze. Ma qualcosa che le aiuti per davvero.