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Blog Riflessioni   -   Sara

Archivio 2007

Ritorna


Venerdi 28 Settembre:

Alberto è tornato a casa: il gip Giulia Pravon ha deciso di non convalidare la richiesta di fermo formulata dal pm Rosa Muscio che si sta occupando delle indagini preliminari perché non ci sarebbero a suo carico gravi indizi di colpevolezza.

E adesso quelli che gli gridavano assassino, cosa faranno ?
 


Il giallo dell’estate. Se fosse riservata a un libro questa espressione la troverei adeguata, ma siccome non è di un romanzo che stiamo parlando, mi sta discretamente dando ai nervi!!!

Perché il giallo dell’estate che mi fa tanto pensare ai tormentoni dell’estate, ai balli latino americani dell’estate, insomma, a qualsiasi frivolezza che riguardi la calda stagione, è un omicidio vero e proprio e i media, a partire dai telegiornali, si divertono un mondo a trasformare in reality show persino la peggiore delle tragedie.

E spesso e volentieri la gente si diverte ancora di più a seguire queste vicende proprio come se fosse l’ennesimo gioco televisivo arrivato sugli schermi.

Chiara Poggi. Una ragazza come tante.

La descrivono come la classica figlia perfetta ma non è di questo che voglio parlare, per i telegiornali sembra quasi che se così non fosse, cambi la gravità della situazione.

Chiara Poggi poteva anche non essere la brava ragazza che descrivono, poteva essere diversa ma di certo il dolore,  la tragedia, l’odio, la rabbia e tutti i sentimenti più controversi che la famiglia di questa ragazza sta vivendo, non sarebbero diversi se Chiara avesse avuto un’altra personalità.

La famiglia piange e soffre a prescindere, perché una figlia, quando muore, lascerà per sempre un vuoto incolmabile, indipendentemente dalla sua carriera universitaria o lavorativa. Dopo l’uccisione di questa ragazza tutti si sono sbizzarriti a fare i detective. L’unico indagato è Alberto, il fidanzato. Pochi giorni fa è stato arrestato con l’accusa di omicidio, i giornali esultano perché non hanno aspettato neanche 24 ore dalla morte della ragazza, per sbattere il mostro in prima pagina.

Per loro era lui a prescindere. Il punto è che mentre chi indagava rimaneva sul vago, loro erano pronti lì, a lanciare insinuazioni, ad accostarsi fuori dalla sua casa e a esprimere le loro intelligentissime domande del tipo “Alberto, come stai?” “E’ vero che gli inquirenti non ti hanno creduto” “Come ti senti in questo momento?”.

 Io in galera a marcire ci avrei spedito loro. Le vere iene sono loro, i giornalisti e i curiosi

A loro non importa che due famiglie siano distrutte dal dolore. A loro importa solo che l’interesse per la vicenda non diminuisca, ci si può mangiare sopra per molto tempo.

Io non voglio difendere Alberto Stasi. Non posso farlo, non posso sapere la verità. In realtà non credo molto al fatto che sia lui il colpevole, a volte mi dà l’impressione di essere un ragazzo che stia nascondendo qualcuno. Non so, è una mia sensazione.

Sarà che non ho ben capito quale sia la causa scatenante che l’abbia fatto mandare in carcere. Prima sospettavano di lui perché aveva le scarpe pulite e ora perché dovrebbero aver lasciato segni di sangue sui pedali della bici. Mah. A parte il fatto che per quanto ne sappiamo, quella bici potrebbe averla presa chiunque e lasciata appositamente a casa di Alberto, non voglio né dilungarmi, né dare luogo a tutte le mie fantasie da investigatrice da strapazzo.

A me questo ragazzo fa una compassione indescrivibile. Vedo la sua foto e penso a quello che sta passando la sua famiglia. Penso ai suoi genitori che, comunque vadano le cose, non potranno più uscire di casa senza essere, per un motivo o per un altro, additati dalla curiosità generale della gente.

Penso alla folla di curiosi che è talmente pettegola da non perdersi d’animo e di andare a seguire ogni mossa davanti alla caserma dei Carabinieri o al Palazzo di Gustizia, non sia mai che se ne perdano una. 

Se è stato lui a compiere l’assassinio di Chiara è giusto che paghi. Ma bisogna esserne certi.

E se anche il colpevole fosse veramente lui, ci penserei dieci, cento e mille volte, prima di andare a gridargli “bastardo” e “assassino”. E la gente che è andata a insultarlo dovrebbe fare la stessa cosa.

Per risolvere questi casi c’è il giudice. E la folla non lo è.



Certe volte mi capita di fare delle riflessioni miste tra serietà è stupidaggine. Molto più la seconda della prima, eppure spesso sono accompagnate. Ultimamente sogno spessissimo Flavio Insinna.

Non chiedetemi il motivo. E non insistete, tanto non ve lo dico che è uno di quei personaggi che amo alla follia e che farei di tutto o quasi per lui. La mia nonna sognava sempre Fabrizio Frizzi. Beh, deve essere un fattore ereditario, quello di sognare personaggi che con me hanno a che fare poco. Molto poco. Praticamente niente. Sigh, aggiungo.

Eppure, tutte le volte che mi capitano questi sogni, le mie giornate si rallegrano. È vero, è solo un sogno, ma cavoli, mi sveglio con l’agitazione di aver provato una sensazione bellissima…è vero che dormivo, ma io ho provato tutto, ho sentito tutto, ogni minimo respiro, ogni battito del mio cuore. Forse sembra un discorso stupido, magari lo è veramente, oppure sarà che mi identifico in chi “sogna un po’ più forte quando è sveglio”, tanto per dirla con le parole di Luciano Ligabue, altro personaggio molto ricorrente nei miei sogni, a occhi chiusi e non.

Io credo che il bagaglio personale di ciascuno di noi debba essere formato anche dai sogni, dalle immagini che prendono forma appena chiudiamo gli occhi, quando ci addormentiamo, magari dopo aver avuto una giornata pesante.

Dopo esserci scornati tutto il giorno sul lavoro, a casa, a scuola. Non mi puoi liquidare una sensazione meravigliosa dicendo che tanto “è solo un sogno”. O meglio, lo è un sogno, ma non per questo deve essere escluso dai nostri pensieri quotidiani, quelli concreti diciamo, tipo quando ci mettiamo a pianificare tutto e non ci accorgiamo neanche che il passo da sentirci da persone a computer è brevissimo.

E poi un sogno non è una cosa che nasce e muore subito, è una cosa che rimane. È una cosa che quando meno te lo aspetti ti lega a delle persone che magari non ci sono più e che ti mancano, anche se sembra che non ci pensi mai.

La mia amica Ramona è un asso nel creare sogni assurdi. Una volta ha sognato di aver vinto 1.000.000 di euro che le hanno consegnato in monete da un centesimo. Ma il suo sogno più fantascientifico è stato quello in cui aveva sognato lei, me e altre amiche in gita scolastica al Monte Bianco. Sembrava un sogno quasi normale, se non fosse che tutte siamo cadute in un burrone sotto la neve e ci siamo ritrovate nello scantinato del suo vicino di casa. Un genio. La mia amica Ramona merita un premio come mente più allucinata in piena attività.

Io sono rimasta legata a un sogno che ho fatto circa 8 anni fa. Ed è strano, perché il tutto è partito da una storia tristissima. Un ragazzo del mio paese era caduto in una profonda depressione. Non trovava un lavoro, problema comune purtroppo, ma che per lui sembrava insormontabile. E quando non ha resistito più, ha deciso di farla finita. Paese sgomento. Ogni commento superfluo. Era solo un ragazzino. Troppo giovane per soffrire così tanto. Troppo giovane per non esserci più.

Lo dico sempre, in un paese piccolo come il mio, ci si conosce quasi tutti, quindi queste situazioni colpiscono tutti, ti scuotono l’anima. Ecco…ci si conosce quasi tutti. Quasi. Io infatti non lo conoscevo. Poi ho fatto un sogno. Ho sognato solo che gli portavo dei fiori. Così glieli ho portati sul serio. Poi l’ ho sognato di nuovo. Ho sognato di essere in una camera, con tanti ragazzi che suonavano e cantavano per lui, perché erano suoi amici. Era un modo per sentirlo sempre vicino.

Poi ho girato lo sguardo e ho visto che lui era davvero in quella stanza, nascosto tra le tende della finestra, che guardava il suo basso. Era un musicista lui. E quando mi sono svegliata ho deciso di portargli degli altri fiori. Che erano i suoi preferiti. Ma l’ ho scoperto dopo. Lo so, sembra la sceneggiatura di un filmetto da quattro soldi, basato sulle coincidenze banali, su sentimenti che nascono dal niente ma diventano comunque profondi, anche se sembrano strani.

Rimango molto legata ai miei sogni, non intesi come sogni nel cassetto, ma proprio intesi come quelle visioni che abbiamo mentre dormiamo, quando la mente si rilassa del tutto e certe volte sembra dare il meglio di sé. A volte alla tv o nei giornali, mi capita di sentire parlare degli esperti o pseudo tali, che cercano di spiegarti da cosa nasca un sogno, da cosa derivi e che significato possa avere.

A me invece piace pensare che arrivino così, all’improvviso e che non è detto che debbano avere un significato. Possono anche non averlo. Soprattutto quando hanno a che fare con dei sentimenti, perché tutti dovrebbero nascere dal nulla e continuare a vivere svisceratamente, senza pretendere né un significato, né nessun altra contropartita.

Anche io ho provato ad analizzare i miei sogni. È vero, ci ho provato, a volte ci provo ancora, ci ho pensato e ho cercato di dargli un senso. Ma proprio non ci sono riuscita.

Proprio non riesco a dare un senso ai miei sogni .

Sono troppo impegnata a sognarli.   -    Raccontaci i Tuoi Sogni ( anche quelli ad occhi aperti )



Quanti saranno al mondo i fans club? Ce ne saranno a migliaia.

A milioni forse!! Ognuno ha qualche passione che vogliono condividere con più gente possibile, il modo migliore per farlo è dare vita a un fans club. E a tanti altri, ad aderire.

Io non ho mai fatto parte di nessun fans club. Anche per quello che riguarda i miei gruppi preferiti, non so, non mi è mai venuto in mente, anche se spesso e volentieri proprio i membri di questi club hanno svariati vantaggi.

Io però la vivo diversamente, è come se perdessi qualcosa nel voler condividere una passione con tante persone. Una cosa che è solo mia da un giorno all’altro diventa roba di tutti… no, questo proprio mi fa paura!!

Perderebbe la bellezza e il fascino del sogno che ho costruito intorno a una passione, anche se si tratta solo di un gruppo musicale. I Placebo, tanto per fare un nome a caso. 


Non so, poi magari un giorno cambio idea, ma al momento sento questo. Una specie di gelosia. È una cosa strana, forse pure un po’ stupida, ma è così. Quando vado a vedere i Placebo, ma anche qualche altro gruppo che mi piace, sono lì per loro e non mi va di ostentare la mia passione davanti ad altra gente.

Non mi metto a gridare il nome del gruppo quando sono per strada o quando suona qualcun altro che magari non è di mio gradimento. Ecco fatto. Mi soffermo in quest’ultima frase.

Fatto realmente accaduto. Non c’entrano i Placebo, non c’entra nessun gruppo famoso. Due gruppi della mia zona suonano in un localino. Li vado a vedere. Il primo gruppo che si esibisce fa un rock melodico, mette in risalto i testi e pian pianino si appresta a creare qualcosa che abbia sul pubblico un impatto emotivo. Appena arrivo al locale noto con piacere che è gremito di gente. “Bello” penso “finalmente qualcuno esce per sentire un po’ di musica”. Pensiero inutile.

Il secondo gruppo che si deve esibire fa musica punk. Punk da due soldi. Non è un offesa, il termine punk nasce proprio per esprimere questo concetto. Strumenti suonati un po’ alla cavolo, voce del cantante assolutamente anonima, testi che non finiranno di certo pubblicati sull’enciclopedia delle canzoni più belle del mondo. Ma la cosa divertente è che spesso, o almeno questo gruppo in questione, i punk salgono sul palco soprattutto per divertire e divertirsi, l’unica proposta è quella. Senza nessuna pretesa. Sono molto incuriosita e anche contenta che nascano nuove piccole band.

Lo spettacolo comincia. E a breve pure la delusione. E a meno breve un senso di fastidio misto a irritazione. Perché vengo a scoprire che tutte le persone che si sono accaparrati il posto davanti della musica non gliene importa un accidenti di niente, sono semplicemente amici del chitarrista punk e sono lì per lui. E basta.

Quando il gruppo rock melodico comincia la sua scaletta, l’esibizione è disturbata dai fan del gruppo punk che oltre a gridare il nome della band cui sono interessati, li inneggiano tramite coretti da fans di boy band in stile “Siamo qui solo per voi”. Passa una volta, passano due e passano anche tre, ma quando l’entusiasmo degli amici è talmente insistente da rendere inseguibile lo spettacolo dell’altro gruppo e gli stessi membri sono visibilmente innervositi dall’atteggiamento ostile, la voglia di lanciare addosso una sedia a chi occupa i primi posti per disturbare, c’è eccome.

Mi soffermo a guardarli. Ora li vedo bene. È gente che non si è mai mossa da casa per vedere un gruppo suonare, è gente che magari adora le discoteche, i locali alla moda, altri le partite di calcio e si spostano solo per questi motivi. Niente da dire sui gusti, ma forse bisognerebbe imparare a comportarsi.

 L’urlatrice principale altro non è che una Britney Spears versione paesana, con tutto il rispetto per Britney Spears. Una che è da elogiare solo per i migliaia di modi che si inventa pur di mettersi in mostra, oltre che per la voce stridula che la contraddistingue. Quando il gruppo punk comincia l’esibizione per questi qui è l’apoteosi. Grida, inni e ragazze che chiedono all’adulato chitarrista “Ma tu da che parte ti metti a suonare?”, perché quello è l’interesse principale.

Più l’esibizione va avanti e più mi chiedo come sia possibile. Una band che nasce per gioco, che si esibisce per gioco e che va presa per gioco, la apprezzi anche per lo stesso motivo. Per gioco. La mia domanda più ricorrente è come faccia il chitarrista, che è un ragazzo davvero molto simpatico, ad aver come amici una serie di persone a dir poco insopportabili e urtanti come l’orticaria.

Mentre il primo gruppo si mette da parte con l’amaro in bocca i punk si godono la loro serata con un pubblico talmente entusiasta che neanche gli U2 in un concerto gratuito. Più questi gridavano, più pensavo alle volte che sono andata a vedere i Placebo, quando suonavano i gruppi spalla che molti non sopportano e che invece sono lì solo per renderti l’attesa più lieta.

Questi pensieri durano per tutta la serata, poi vabbè, al diavolo, non è il caso di pensarci così tanto. Fino a quando una sera che cambi posto e vai al mare nel locale sulla spiaggia dove la sera suonano i romani Fleurs du Mal e torna lei, la copia sfigata e sguaiata di Britney Spears che da dietro inneggia ancora al gruppetto punk di tre sere prima e non smette finchè il gruppo non se ne va .

Non lascio ulteriori commenti. E comunque si, sto diventando intollerante a certe persone. .... Qui Vita da Fan



Mi rivolgo al Governo. Dice sempre che bisogna tenere conto di quello che la gente pensa e dice. Esigo un nuovo decreto legge. Lo pretendo e non avrò pace finché questo non sarà varato approvato.

Concedo anche di usare il mio nome per riconoscerlo. Il decreto Sara 2007. Sono sicura che potrete aiutarmi e con me, anche tantissime altre persone gioveranno di questa nuova legge.

Cari politici, state tranquilli, non è niente di complicato e sono certa che potrete cavarvela al massimo con qualche giorno di lavoro.

Brevemente: qualcuno impedisca alle compagnie telefoniche, ai rappresentanti di vino e olio, ai venditori di arredamento, di prendere in mano un elenco telefonico e chiamare numeri a caso per proporre le loro vantaggiosissime offerte.

Ve lo chiedo col cuore: basta!!! Non se ne può più. Qui la situazione è drastica.


Un giorno si e l’altro pure il telefono squilla ed è panico. I miei genitori hanno comprato il cordless in modo da vedere a chi appartiene il numero che sta chiamando. Ma questi aggirano l’ostacolo. Perché nel telefono appare semplicemente “numero privato” quindi non sai mai che fare.

Pensi “oddio, cosa vorranno stavolta?? Ma magari non è nessuno di pericoloso, magari è il cugino Deboroh che vuole farci sapere come procedono le sue giornate…” e allora ci caschi e rispondi.

 “Pronto?”. E dall’altra parte è sempre qualcuno di allegrissimo che ti risponde: “Pronto? Buongiorno e complimenti, è stato selezionato per provare gratuitamente per 2 mesi la nostra nuova promozione telefonica”. “Ehm…grazie, ma non mi interessa…” “Ma non le ho ancora spiegato nulla!! Lei potrà telefonare a dei costi bassissimi, chiamate urbane e interurbane e in esclusiva per lei, il pacchetto gratuito per le chiamate in Australia, chi è che oggi non chiama in Australia?”

 “Io … perché non conosco nessuno in Australia…” “Oh ma via, che dice!!! Le mando una copia del contratto, va bene?” “Ma veramente io non mi occupo del telefono e i miei sono fuori casa” “Nessun problema!! Il contratto si può rescindere in ogni momento!!” …..Che ansia!!!! E che rottura di scatole!!! Ma senti un po’ centralinista super allegra, se ti ho detto di NO cosa ti fa pensare che in realtà intendessi un SI??? La mia risposta è no!!

In realtà io non rispondo mai così … non ne sono tanto capace… lo dico gentilmente. Solo che mi prendono per cretina e cercano di farmi accettare qualunque cosa, allora ribadisco ribadisco e ribadisco. È la mia strategia. Puntare sullo sfinimento dell’avversario. I vietnamiti hanno vinto una guerra con gli americani in questo modo, vuoi che non funzioni su una sola centralinista lontana mille miglia da qui?

E infatti. E per salutarti cosa fanno le infami? Si strappano dalla bocca un arrivederci stretto come un laccio emostatico e ti lasciano presagire che appena chiuderanno il telefono ci sputeranno sopra e te ne diranno di tutti i colori.

Per questo caro Governo ti chiedo di evitare questi inconvenienti. Anche perché io, che sono tanto buona e pure un po’ fessa, provo persino dispiacere. Scriverei una lettera di scuse a tutte le centraliniste d’Italia per farmi perdonare per non aver mai accettato una loro offerta. Loro fanno il loro lavoro, ma io non posso farci niente se uno dei lavori più fastidiosi della terra.

Patisco un po’ meno se c'è un nastro registrato. Perché è appurato che non c’è nessuno dall’altra parte e posso chiudere il telefono senza sentirmi in colpa con nessuno.

Invece trovo divertenti le interviste. Il fatto che a qualcuno interessi la mia opinione mi diverte. Non dimenticherò mai una centralinista che tempo fa mi ha chiesto cosa pensavo dei nuovi personaggi televisivi. Troppo divertente, anche perché non sapeva pronunciare il nome di Sarah Felberbaum (per chi non la conoscesse: ex conduttrice di Top of the pops, ex conduttrice di uno mattina, ex ragazza di uno spot per un telefonino assieme a Sergio Castellito, ora attrice impegnata sul set del seguito di Elisa di Rivombrosa) e ci metteva minimo un quarto d’ora per farmi una domanda che la riguardasse.

Quelle mi divertono. Solo le interviste dove mi trattano come una persona normale e non mi fanno sentire neanche un po’ ebete. Ma siccome le telefonate che ti costringono ad accettare qualcosa le fa sempre qualcuno che ti odia a prescindere e che non vede l’ora che anche solo per stanchezza tu accetti la loro offerta che tempo due secondi scopri che è una cazzata, quelle non le reggo e non le voglio ricevere.

Non voglio, non voglio, non voglio!!!

 



Certe volte capita che io senta parlare di anarchia. Spesso dai ragazzi giovani, come me. Io, per non saper né leggere né scrivere, prendo un dizionario e leggo la definizione della parola anarchismo.

“Dottrina politica che propugna la soppressione di ogni forma di autorità istituzionalizzata che limiti la libertà dell’individuo”. Beh, non è una definizione di poco conto. Sono parole importanti.

Se non ho capito male l’obiettivo principale sarebbe quello di mettere tutti gli individui allo stesso piano. E se questo fosse possibile anche solo per un giorno sarebbe veramente bellissimo.


Quello che mi fa riflettere e spesso rabbrividire è il pensiero che tante persone hanno in proposito.

Se l’anarchia diradasse qui non esisterebbe più né uno stato, né un governo. Giusto?

Saremo solo in mano a noi stessi. Ecco, è proprio questo che mi fa pensare. Non riusciamo a comportarci a modo ora che siamo controllati dallo stato, figuriamoci se lo stato non ci fosse. Ora ci lamentiamo che è il grande a mangiare il debole, se non ci fosse il minimo controllo il grande se ne mangerebbe mille di più deboli, di certo non si limiterebbe a uno solo.

In quarta superiore il mio insegnante di diritto gettò la classe nel panico facendoci fare un compito in classe dal titolo “Il mio rapporto con lo Stato”. E io invece ero contenta, perché per una volta, anche in una materia così piena di regole e con cui non sono mai andata tanto d’accordo, avevo modo di dire la mia opinione.

Il fatto che il mio compito fosse stato giudicato il migliore è del tutto irrilevante, ma io lo dico lo stesso, me lo impone il mio ego che ogni tanto viene fuori. Avevo parlato dell’Italia in generale, di cosa pensavo del mondo corrente e del fatto che è vero che le cose non funzionano.

Perché va sempre avanti chi ha un nome o un bel gruzzolo di soldi per potersi comprare una posizione importante, mentre la gente normale deve stare a guardare senza muoversi, senza poter fare niente. Che i problemi lo Stato sa benissimo quali sono, hanno a che fare con lo Stato, sono dentro lo Stato. Eppure, sembra che tutti vogliano nasconderli accuratamente e cercare di passare per finti tonti.

La mafia, la camorra, la ndrangheta e tutte le associazioni simili esistono perché è evidente che a qualcuno conviene tenerle in vita. Ma è un discorso molto lungo e molto complesso, perché al dì fuori dei diretti interessati che si camuffano egregiamente tra la folla, non ci sono altri in grado di eliminare questo scempio e chi ci ha provato è stato letteralmente fatto fuori. Avevo parlato della corruzione, altra piaga sociale.

Insomma, avevo parlato di un sacco di cose e avevo messo in mezzo anche l’anarchia. Avevo detto che io nell’anarchia ci credevo, ma nell’anarchia quella vera, dove tutti sono veramente uguali e dove l’unica regola vigente è il rispetto per gli altri. L’anarchia che elimina le barriere, che distrugge l’intolleranza, dove tutti si aiutano e non esistono forti e deboli.

Dove esistono individui che lottano per il mantenimento della pace e dell’uguaglianza. Ecco, io in questo concetto ci credo per davvero. Basterebbe così poco, oh, come sarebbe bello se l’uomo non fosse così imperfetto. Se non volesse sempre sovrastare, sempre avere ragione e soprattutto, sempre imporre la propria ragione.

Siamo individui talmente diversi l’uno dall’altro dal risultare tutti uguali. E non lo capiamo. Abbiamo la pretesa di sentirci meglio di qualcun altro, soprattutto se si tratta di qualcuno che la pensa diversamente da noi. Io nell’anarchia così, come l’ ho descritta continuo a crederci anche se so che è impossibile da realizzare. Perché?

Proprio perché prima o poi, qualcuno che si approfitta della bontà della gente salterà fuori. Anche se fosse d’accordo tutta l’Italia ci sarà qualcuno che prima o poi si sveglia con una sete di potere che lo spingerà a volersi impossessare di quella bella popolazione.

Sempre a scuola ho letto in lingua originale il libro “La fattoria degli animali” di George Orwell. Parla degli animali che un giorno decidono di ribellarsi ai soprusi del loro padrone e organizzano una rivoluzione capitanata dai maiali. Dopo svariati tentativi riescono a cacciare il loro fattore e festeggiano perché non dovranno più subire i suoi maltrattamenti.

Ma a questo punto, il posto lasciato dal fattore è vacante e i maiali, senza accorgersene, piano piano assumono gli atteggiamenti, i vizi e i difetti del fattore, sfruttando gli altri animali e arrivando a rinnegare tutti gli ideali che hanno dato vita alla rivoluzione pur di non rinunciare al posto di comando che forse, inconsapevolmente, è da sempre stato tanto ambito.

L’uomo non è diverso dai maiali descritti da Orwell.

Per questo l’anarchia è (quasi) impossibile da raggiungere. Ciò non toglie che in fondo al mio cuore di inguaribile sognatrice, c’è sempre posto per una piccola speranza per questo sogno collettivo.

Nella mia anarchia ci credo. Invece non credo a coloro che si spacciano per anarchici, quelli che vedono il pericolo più grande nel poliziotto di quartiere come rappresentante di tutto lo Stato, quelli che per far valere la loro idea sono pronti solamente a sperare nell’estinzione delle forze dell’ordine, non rendendosi conto che stanno già imponendo al resto delle persone una realtà in cui solo loro credono, una realtà in cui regnerebbe il caos e gli sciacalli, i delinquenti, i malviventi in generale avrebbero il via libera nell’imporre il loro regime di violenza.

Ce ne sono tante di persone che la pensano così, quelli che darebbero fuoco a ogni camionetta dei carabinieri e invece, l’unica che sono capaci di accendere è quella che scorrazza nei palinsesti di canale 5, nelle loro sere d’inverno. Per fortuna.



A volte mi vengono i dubbi. Riguardano me stessa. Mmm… partendo così dovrei riformulare la frase. Sempre, mi vengono i dubbi. Tutti i giorni mi vengono i dubbi.

Arrivano e cominciano a farmi domande. Si ma io metto la musica e alzo il volume. Così non li sento. Però, me n’è rimasto uno. Qual è l’idea generale dell’essere una donna.

A chi mi tira fuori la Tatangelo arriva un ceffone, sia chiaro. Certe volte mi fermo a pensare e a guardarmi intorno a vedere come funziona il mondo femminile secondo le altre persone.

Ciò che a volte è scoraggiante viene proprio dalle donne stesse, ma andiamo con ordine. Secondo me non esiste una regola generale, ognuno deve trovare il proprio modo di essere. Se si sta bene con sé stessi, allora è quello giusto.

A me viene da pensarci quando incontro persone che non vedo da tempo. Dalle domande che loro mi pongono io me ne pongo delle altre.

“L’università va bene?” Risposta:  “…ehm…siii!!!” “bene, brava, tanto ora senza un titolo di studio non si va da nessuna parte, vero?” Risposta:“ehm…siii!!”

Ma in realtà non importa poi molto, il punto cardine è un altro. “E il fidanzato ce l’hai?” Risposta: “No.” Replica “Oooh ma come mai, ci sono tanti ragazzi in giro, non ne trovi uno che ti piace? È importante trovarne uno!! Non credi?” Risposta: “…ehm…siii…nooo…forse…io non lo so…” “Ma certo che è importante, prima ti sistemi con qualcuno meglio è, almeno hai sempre qualcuno accanto su cui poter contare e poi adesso le donne sole non stanno bene, vedi, quella tua coetanea è già sposata e quell’altra è incinta del terzo figlio!! Anche a te succederanno queste cose!”

“O mio Dio, smettila di pianificarmi la vita!!!” grida il mio cervello, solo che le parole si rifiutano di uscire e si nascondono dietro i denti che stanno lì a improvvisare un sorriso inebetito.

Se per puro caso o per pura sfiga, a seconda dei casi, la coetanea sposata è pure la figlia della donna che ti riempie di domande allora è la fine!! E pure la coetanea, quando la incontri vedi che è uguale identica a sua madre, nonostante abbia quasi 25 anni di differenza!!

A me è capitato di incontrare questa mia coetanea sposata in un negozio di abbigliamento. Quando lei mi ha domandato cosa avevo combinato di bello in quel periodo io da fissata le ho risposto “Oh, sono andata a vedere i Placebo!” “Chi?” “I Placebo, un gruppo inglese che adoro!!” “Ah…e poi?” “E poi ho visto anche gli Afterhours!” “Sono inglesi?” “No, italiani

…e poi anche i Marlene Kuntz…niente, lascia perdere…e tu che fai di bello?” “Oh, sto comprando una camicia per mio marito, ho deciso di prendergliela rosa, anche se a lui in realtà non piace questo colore ma io quando è vestito di chiaro lo preferisco, così sto cercando di fargli cambiare i gusti!” “Ma certo…ti va di fare un giro?” “No guarda, non posso proprio, sono già le 18 e alle 21 mio marito torna a casa e devo preparargli la cena”

…. “E domani? Ti va, ci vediamo insieme alle altre!” “No guarda, accidenti, proprio domani è venerdì e oltre alle pulizie generali ho programmato di lavare tutti i vetri e le fughe delle pianelle del muro dello sgabuzzino…ora è tardissimo, devo andare, non ho idee per la cena, dammi qualche consiglio, tu cosa sai cucinare??”

….io non so cucinare niente!!! Santo cielo, lo so che io esagero nell’essere menefreghista, ma per un attimo mi è sembrato di assistere a una scena del film “La donna perfetta”, quello con Nicole Kidman. Quel film dove tutte le donne diventano talmente perfette da essere dei veri e propri robot. Annientate pur di pulire il pavimento sotto i piedi del marito. E quando sento questi discorsi sapete qual è il dubbio che mi viene in mente? Se per caso io non sia un uomo mancato.

Io a fare le pulizie sono pessima, certo, non me ne vado in giro con il sozzo addosso ma se un giorno il pavimento non brilla e non ho voglia di pulirlo mollo tutto e lo pulisco il giorno dopo. E in cucina? Cosa so cucinare? Panino, prosciutto e formaggio. Il mio piatto forte.

O magari non è che non so cucinare, è proprio che non mi ci metto. E quando mi dicono che una donna queste doti casalinghe ce le ha dentro, che le viene naturale fare tutte queste cose e che non può permettersi di restare ferma in casa neanche per 5 minuti, io mi immagino la domenica pomeriggio d’inverno, quando mi butto sul divano a guardare le partite di calcio e non ci sono per nessuno fino alle 17…

Sarò mica un uomo? Qui l'opinione di Sally



E’ arrivata in Italia Betty la brutta, Ugly Betty. E io sono contenta come una Pasqua.

Ne hanno trasmesso una puntata fino a ora ma è già in lista per diventare il mio nuovo telefilm preferito, dopo Friends e Ally McBeal che sono finiti ormai tre anni fa.

Hanno lasciato un vuoto incolmabile. Ma non voglio riaprire ferite del passato. Voglio parlare di Betty. Betty Suarez trova lavoro per la popolare rivista Mode.

In sostanza. Il requisito principale delle dipendenti del superficiale Daniel, nuovo direttore della rivista, ruolo donatogli dal padre, è quello di essere strafighe. Betty non lo è.

Poi si scoprirà che il padre del capo ha premuto per far assumere Betty proprio perché il figlio non fosse tentato di portarsi a letto anche la segretaria.

Tralasciamo pure il commento che Daniel si classifica in quella numerosissima categoria maschile denominata “stronzi”.

Io Betty la adoro. Perché è umana. È vera. È reale. Non è bella, è vero, ma dotata di una dolcezza e di un’intelligenza indubitabile. Io mi trovo molto in lei, quando ero ragazzina le assomigliavo pure.

Abbiamo molte cose in comune. Gli occhiali ce li avevo anche io (ce li ho ancora a dire il vero, ma l’avvento delle lenti a contatto ha cominciato il suo corso), l’apparecchio ce l’avevo anche io, sopra e sotto.

In più di Betty avevo pure il busto alla schiena per una forma di scoliosi. Si, pensatelo pure a voce alta. Una discarica umana! Avevo un sacco di piccoli problemi. L’ho capito dopo che erano problemi piccoli, ma all’epoca non è stato facile.

Per me e ancora meno per mia madre. Lei faceva tutto per il mio bene e io non capivo. Non la ringrazierò mai abbastanza. Poi mi sono ripresa. Via gli occhiali. Via l’apparecchio. Per la cronaca, ho dei denti drittissimi. Via pure il busto. Sono tornata alla normalità. Io penso spessissimo a quando assomigliavo a Betty. Tutti i giorni.

Naturalmente non ero felice, mi guardavo intorno e vedevo le mie coetanee sempre perfette che sembravano fossero appena uscite da un’ospitata a Buona Domenica. In più avevo un carattere che non era il massimo della socievolezza. Ma quello ce l’ho ancora.

Mia mamma mi ha soprannominato “Zribonazza”. Traduco: “Cinghialotta”. Tutti conosciamo la simpatia e la disponibilità del cinghiale. Guardando la puntata di Betty è come se mi fossi rivista. Con l’insicurezza dovuta anche all’aspetto e con la più sbagliata delle idee in testa, quella che se non appari non sei nessuno.

Poi il tempo passa. E il cervello comincia a funzionare un po’ meglio, dato che nel periodo dell’adolescenza va completamente in vacanza.

Ieri giravo per i siti internet. Ho letto che l’attrice Keira Knightley non si piace e sogna di essere come la Bellucci. Io le consiglierei di cominciare a mangiare. Poi ho trovato le foto di Pamela Anderson senza trucco. E anche quelle di Alicia Silverstone. E anche quelle di un migliaio di altre dive di Hollywood. Cercatele su internet e poi ditemi pure che ne pensate.

Ora ho capito. L’apparenza conta ma solo in quella parte di mondo dove le persone che ci abitano hanno il cervello marcio. E se non c’è la bellezza un buon visagista non è poi difficile da trovare.

Io faccio il tifo per Betty, per tutte quelle come lei e anche per me che le assomigliavo. Faccio il tifo per le persone normali, che non passano le ore a truccarsi anche per andare a comprare il pane pur di non sfigurare.

Faccio il tifo per le persone reali insomma.

Quelle che nelle foto non vengono ritoccate e che sono bellissime così. Alla faccia delle dive.

Qui America Ferrera Interprete di Ugly Betty



 


A volte mi sento egoista. Ma non è per cattiveria, lo giuro. Il male non lo auguro a nessuno, è che a volte, quando anche ad altre persone succedono le cose più normali del mondo, mi sento meno aliena.

Cerco di spiegarmi. Mi riferisco a un atteggiamento tipico dei genitori. Anzi, a dire il vero, questa è la mia lettera a tutti i genitori.

Tutti quei genitori che stravedono per i loro figli. Detta così suona strano, ma purtroppo ci sono anche genitori che fanno i figli e poi se li dimenticano. Io voglio parlare ai genitori che sono sempre vicini ai figli, che li aiutano e li sostengono, e che nonostante gli sbagli, sono sempre i genitori migliori del mondo.

I miei per esempio. Anche se alle volte ci scontriamo o discutiamo animatamente, so che non avrei potuto avere di meglio in casa. Per me, loro sono il meglio. Sempre e comunque.

Questa ultima settimana è stata un po’ strana. Un po’ difficile, anche se le cose si stanno ristagnando. Non voglio essere seria, anche perché non ce la faccio. Voglio scherzare, essere un po’ ironica, sugli atteggiamenti che i genitori hanno sui figli. E siccome credo che in tutte le case sia più o meno la stessa storia, prendo me come esempio.

Ci sono quei giorni in cui tutti si svegliano già incazzati. Per tutto. Perché fa freddo e non caldo, perché alla posta c’è la fila, perché in negozio i prodotti in sconto erano finiti e si è dovuto ripiegare sugli altri. Perché il centrotavola è spostato più a destra anziché a sinistra. Insomma, per qualunque cosa. E su chi ricade la colpa di tutto? Ovvio. Su chi c’è in casa. Tipico.

E poi, dalle stupidaggini, si passa alle parole più pesanti e si rovina la quiete familiare. E perché? Perché vogliamo sempre avere ragione. Perché certe volte ci interessa più avere ragione che essere felici. Che stupidi che siamo.

Comunque. Si parte dalla scopa che non è stata riportata a posto e si arriva ai “Ecco, sempre la solita che non fa mai niente e non combinerà mai niente di buono”. Alè. Ora. Io in quanto figlia so che quando una madre, in quanto madre, dice certe cose perché è arrabbiata e che non le pensa.

Ma al momento, garantisco per me e per tutte le figlie on line, che non fa affatto piacere sentirsi una cosa simile. Lo fanno per spronare, dicono. Già, ma forse non è il modo migliore. O almeno, non è un modo che vale per tutti.

Io ho un carattere difficilissimo, lo ammetto. Bisogna sapermi prendere. Ad esempio, se la mia mamma viene da me e mi dice “E vedi di metterti a studiare!!!” con tono sprezzante, io piuttosto mi accendo il computer e mi gioco l’intero torneo di Unreal Tournament. E sono 41 incontri.

Se invece non mi dice niente, io magari mi comporto pure da brava figlia. Ma questo vale per chiunque. Se tu, essere umano come me, ti rivolgi a me in tono supponente chiedendomi qualcosa, sappi che io farò l’esatto contrario. Lo so, è un caratteraccio.

Però se invece ti avvicini e ti rivolgi a me gentilmente, sappi che ti sorriderò dal primo momento in cui ti vedo e non smetterò, che avrò sempre un occhio di riguardo per te e se mi chiedi garbatamente un favore io te lo faccio nel giro di un nanosecondo.

Genitori vi prego, evitate di seminare il panico con rasoiate del calibro “Io alla tua età già facevo…” ma soprattutto, basta con i laceranti paragoni con altri figli iper-perfetti che dall’esatto momento in cui combinano una cazzata, misteriosamente spariscono anche dal grande circolo delle comparazioni!!!

Vi prego in ginocchio!!! Non ficcateci nella testa le azioni impeccabili di altre persone, ci nutrite addosso solamente un odio sconfinato verso l’individuo continuamente citato da voi!!

Prendeteci con tutti i nostri difetti, vi stupiremo, perché anche noi abbiamo i nostri pregi e li tiriamo fuori quando meno ve lo immaginate. Quando è davvero utile, quando lo vogliamo dimostrare a noi stessi e non agli altri.

E comunque, genitori di tutto il mondo, sappiate che anche quando non vi parliamo, quando vi teniamo il broncio, quando vi rispondiamo sgarbati, non facciamo altro che amarvi ogni momento  di più. Non saremo niente senza di voi.

Oh no!!! Quasi dimenticavo. Mi sono voluta lanciare in una dichiarazione d’amore per i miei genitori e ho dimenticato di concludere il mio discorso iniziale. Quello sull’egoismo.

Volete sapere il perché? In breve: come studentessa valgo poco e si sa. In famiglia se la cavano come me o leggermente meglio. La scorsa settimana mio cugino Luca si è ritirato dall’università e ha abbandonato gli studi. 

Evvai, non sono più la pecora nera!!! A parte le stupidaggini. In bocca al lupo Luca, io sono certa che troverai la tua strada.



Oggi sono seria. L’ ho deciso dieci secondi fa. Ecco, va sempre a finire così, decido di guardare alla tv un programma serio e poi non ci dormo la notte!!! E proprio con la notte, abbiamo a che fare. Domenica sera su Rai Tre ho guardato Blunotte. Si, lo so. Rifacendomi al mio penultimo post riguardante i sogni ho addirittura tradito Flavio Insinna per guardare Carlo Lucarelli. Blunotte mi ha sempre incuriosito.

A parte che la prima volta che l’ ho sentito nominare non ho potuto non pensare a una splendida canzone di Carmen Consoli che porta lo stesso titolo e che dalla prima volta che la senti ti lascia la pelle d‘oca per minimo 15 minuti.

In secondo luogo mi affascina lo studio da cui il programma viene trasmesso. Buio, come la notte appunto, un luogo che spaventa e intriga allo stesso modo. In tutta sincerità risparmierei le sagome alle spalle di Lucarelli, un po’ perché mi inquietano (ma è lo scopo del programma), un po’ perché mi ricordano l’interpretazione che ne facevano Aldo, Giovanni e Giacomo, quindi scoppio a ridere e si perde il senso di tutta la situazione.

Ma torniamo seri. Domenica sera a Blunotte, parlavano del G8 di Genova. Proprio un argomento rilassante. L’anno prossimo il G8 lo fanno a La Maddalena e già la cosa mi spaventa, anche se è sicuramente un posto più difficile da raggiungere. Io sul G8 mi sono fatta un’idea precisa. O lo fai senza dire niente (tanto per le grandi riflessioni che ne saltano fuori) oppure lo fai su una nave e chi vuole protestare violentemente ci va a nuoto.

Perché io è proprio di questi che ho paura. Allora. Se tu sei membro di un corteo pacifista, che cammina, scrive gli striscioni, canta slogan, suona e ogni tanto si fuma uno spinello, io, anche in quanto non fumatrice, sono assolutamente d’accordo con te. Sono d’accordo con chi sa bene contro cosa sta manifestando, sono d’accordo con quelli che a manifestare ci vanno avvolti in una grandissima bandiera della pace, sono sempre d’accordo su chi punta sulla non-violenza.

Quando questi concetti si perdono, allora comincio a odiare quelli che si definiscono manifestanti e vanno in giro solo per fare bordello. E a Blunotte, ho visto che gente è andata a fare bordello ...ce n’era eccome.

Quelli che si immischiano nei cortei. Che prima gridano “No alle guerre” e poi trovano una macchina ferma e gli danno fuoco. Oppure trovano una pattuglia dei carabinieri e cominciano con la sassaiola. Di gente che esagera, che perde il controllo, ce n’è troppa. A volte vestita da comunemente, altre volte portano una divisa. Ed è terribile, in entrambi i casi.

La violenza, l’odio sono gli unici sentimenti che riescono a essere universali. Di tutti. I poeti ci narravano che doveva essere l’amore ad avere questo primato, e tutti quelli che sono inguaribili sognatori, sperano in cuor loro che un giorno possa realmente essere così.

Le scene del G8, quella violenza gratuita, quella Genova martoriata. I ragazzi violenti, quelli insanguinati, quelli feriti. Uno spettacolo orribile. Genova rimarrà per sempre uno degli incubi peggiori d’Italia.

Oltre allo sgomento, allo shock, alla rabbia, alla compassione mi è rimasto però un angolino di cervello e di cuore per porre una domanda. Ma chi diamine sono i black block? Vi prego, aiutatemi a capire. Chi sono? Che cosa vogliono? Cosa sperano di ottenere?

Io non capisco. Io non capisco chi siano e cosa vogliano rappresentare questi che vanno a una manifestazione coperti dalla testa ai piedi, con l’unico scopo di distruggere tutto quello che trovano. Io un’idea me la sono fatta. Sono teppisti da stadio che vivono per seminare il panico, persone che fanno finta di avere un ideale corretto ma che lo tengono nascosto veramente molto bene. Perché se voglio protestare contro qualcuno o contro qualcosa, non vedo quale senso possa avere dare fuoco a un cassonetto.

Da quello che ho visto i black block non sono stupidi. Non solo almeno. Sono più che altro stronzi. Entrano nel corteo, aizzano lo scontro tra manifestanti e forze dell’ordine e poi spariscono nel nulla. E quando le forze dell’ordine cercano di fermarli, compiendo una vera e propria retata, di loro nessuna traccia, ma solo qualche persona che ha avuto la sfiga di finire nel posto sbagliato e al momento sbagliato.

E ultimo pensiero. Quando si parla di G8, la mente non può che correre verso Carlo Giuliani. Gli anarchici o pseudo tali ne hanno fatto un eroe. Altri non lo sopportano.

A me solo una cosa viene da pensare. Che il modo migliore per protestare di certo non è lanciare un estintore in testa a un ragazzino che fa il carabiniere. Che il carabiniere deve aver avuto davvero molta paura a vedersi un oggetto simile arrivargli addosso. Dagli anche torto.

E che comunque siano andate le cose, Carlo Giuliani era troppo giovane e troppo inesperto per una fine del genere.

 



Santo cielo!!! Ci mancava solo la Barbie tossica!!! Una certezza avevamo che era la forza e la sicurezza della Barbie e adesso la ritirano dal mercato perché dicono che sia pericolosa.

No no, sono sicura che c’è una spiegazione anche a questo. Io Barbie la stimo e la rispetto, ha sempre avuto tutta la mia approvazione, deve essere stato tutto un inganno.

Magari orchestrato da quelle quattro zoccole delle Bratz che sognano da quando sono nate di fregarle il posto nel cuore delle bambine, proprio loro che, trassate ...ops volevo dire conciate ( scusate il sardo ) come cubiste del night più truzzo e tamarro esistente sulla terra, raffigurano il must della ragazza da evitare. Ne avete di strada da fare!!

Tralasciamo pure il fatto che Barbie ha 48 anni e se li porta egregiamente. Sembra sempre una ragazza.

Mentre voi  48 anni non li fate neanche tutte e quattro complessivamente e ve li portate di un male indescrivibile. Barbie è alta e snella mentre voi basse e larghe, ricordate un comodino in stile Luigi XIV.

E pur sempre vestite da letterine da passaparola con una panza che non sta né nella maglietta né nei pantaloni a vita bassa e che per ogni passo che fate, non c’è nulla da fare, balla sempre il mambo number 5. Il merito di aver osato ve lo riconosco, forse anche quello di aver fatto sentire più carine tante ragazze, visto che voi siete abbastanza cessetti, ma il sentirsi belle non è dato dal fatto di mettersi i pantaloni a vita bassa e le magliette corte, soprattutto quando sei alta 1.40 centimetri e pesi 80 chili.

La bellezza e l’eleganza non hanno a che fare con l’abbigliamento e il trucco pesante, talvolta neanche con l’aspetto fisico, proprio per questo è inutile agghindarsi come fate voi. La bellezza e l’eleganza riguardano il portamento e il modo di presentarsi. E qui di maestra del genere c’è solo lei e sarà insostituibile. Io solo per lei oserei il per sempre. Per Barbie.


Barbie non potrà mai essere sostituita con nessuno. E’ bella e intelligente. È una persona iperattiva. Non avrebbe cambiato diecimila lavori altrimenti.

È stata dentista, paleontologa, ballerina, baby sitter, bagnina, ambasciatrice dell’Unicef, commessa, benzinaia, spazzina, dirigente di una casa di moda, giornalista, scrittrice, fantino, contorsionista, circense, parrucchiera, salumiera e avvocato. Il tutto per mantenere la sua famiglia, che se vogliamo analizzarla, è davvero strana.

Barbie ha una serie indefinita di fratelli e sorelle che variano da un’età di 42 a 4 anni. Vorrei conoscere i suoi genitori. Ecco perché la madre non si vede mai, chissà com’è ridotta con tutti quei parti. E chissà chi è suo padre.

Barbie è tanto impegnata che dopo 500 anni di fidanzamento non ha ancora sposato Ken, quel bellimbusto che le sbava dietro dalla prima elementare e va in giro a dire che sono fidanzati, quando lei ha messo in chiaro le cose da subito:

 “Senti bello, posso tollerare il fidanzamento purché io rimanga a vivere nella mia megavilla a 4 piani e tu nel tuo monolocale di periferia”. Barbie è una tutta d’un pezzo, nel vero senso della parola e le cose non le manda di certo a dire. E poi ha anche aggiunto a Ken che mai e poi mai l’avrebbe sposato. Però si è comprata una quindicina di abiti da sposa. Così, per gioco. Magari li ha rivenduti dopo poco tempo, almeno ci ha fatto un business.

Io la Barbie la adoravo. E la adoro tutt’ora. Mia madre me l’ ha letteralmente strappata di mano quando avevo 12 anni, altrimenti sarei ancora lì a giocarci. Adesso sedimenta nella mia cantina ma io qualche giorno senza dirlo a nessuno, vado e me la riprendo. Di Barbie originale ne avevo una sola, anche perché non è che costavano proprio pochissimo.

Le altre erano bambole normalissime, si chiamavano Nancy, Stephanie, Kim. Il massimo che avevo era Lady Lovely, personaggio che diventò pure un cartone animato. Ma avevo pure un Ken, Ken sciatore per la precisione, che andava in giro con stivali e tavola da sci anche a Ferragosto. Ma la preferita era sempre lei.

Se le bambole impersonavano delle studentesse la prima della classe era lei, se impersonavano i bagnini (ero patita di Baywatch) chi è che ti salvava 40 vittime immaginarie (non avevo così tanti bambocci) in un minuto e mezzo? Ovviamente lei. Qualche volte ho sognato di avere la Tania Miss Italia per detronizzarla e dare corona, scettro e fascia a Barbie. Quell’obbiettivo non è stato raggiunto, così ho dovuto fare tutto di carta.

Cavoli, che bello!!! La Barbie ti apre un mondo meraviglioso!! Dove la vita che sogni te la vedi realizzata davanti, perché sei tu che decidi tutto. Dove tutte le bambine sognano di essere bellissime e si accorgono di esserlo per davvero. Un mondo ideale. Stupido? Niente affatto.

Perché anche quando non ci giochi più la Barbie ti rimane nel cuore, grazie anche al fatto che è un gioco talmente longevo che te lo ritrovi sempre in mezzo. A 10, 20, 30, 40 anni. E ti ricordi com’era bello quel mondo che creavi ogni pomeriggio, dopo che uscivi da scuola e finivi i compiti per casa, ti ricordi che quello che ti circondava non era solo una cameretta, ma a volte una megavilla, una spiaggia, un parco. A seconda di quello che avevi in testa.

Ti ricordi che eri tu a decidere tutto e la cosa ti fa stare così bene che basta chiudere gli occhi un secondo per capire che è ancora così, che la bambola ti ha fatto capire che il tuo mondo dipende tutto da te.

E adesso mi vengono a dire che è tossica? Ma fatemi il piacere!! E prima di perlustrare i laboratori della Mattel bussate a casa delle Bratz, sono certa che hanno ancora sul tavolo la bomboletta spray di vernice tossica che per invidia hanno spruzzato in faccia alla povera Barbie!!  Qui Ancora Barbie



Ci ho messo un po’ a decidere se scrivere o meno questa riflessione.

Perché è un argomento difficile, ha a che fare con tante cose, tutte molto grandi. E perché è una riflessione seria, come di solito non mi capita. Non così, almeno.

Solo che alle volte succedono delle cose che ti fanno rimettere in discussione tutto. Delle situazioni che ti fanno… anzi…

Delle situazioni che mi fanno capire quanto io sia fortunata e allo stesso tempo mi fanno temere il peggio, perché basta che mi affacci fuori da casa mia per vedere quanto sia facile perdere tutto. O se non tutto, tanto. Troppo. E troppo in fretta.


La perdita di una persona cara è sempre un dolore enorme. La perdita di tre persone care nel giro di poco tempo, non voglio nemmeno osare immaginarlo. Se poi questo dolore immenso colpisce una delle tue amiche più care, cui sei legata da sempre e cui le famiglie sono legate da sempre, diventa una cosa sconvolgente.

Mia nonna e sua nonna hanno le case adiacenti. Mia madre e suo padre hanno sempre vissuto vicini. La famiglia di mia madre e la famiglia di suo padre sono sempre stati vicini. Di casa, ma non solo. Di cuore. Si, di cuore si, decisamente.

La mia amica ha un anno in meno di me. Per farla breve. A gennaio perde la nonna materna. La capisco. Le mie nonne le ho perse entrambe. Dolore fortissimo, con la magra consolazione che la vita hanno avuto modo di viverla.

Poco tempo prima, scopre che un suo cugino da parte paterna soffre di una malattia terribile.

Passando del tempo fuori dalla Sardegna, mi sono accorta di molte differenze. È come se un po’ più a nord ci fosse per il sud lo stereotipo della famiglia numerosissima e sempre riunita. Avete presente il film “Il mio grosso grasso matrimonio greco”, quando tutti i parenti della sposa si riuniscono? Beh, anche qui è realmente così. Ma è una festa vera e propria, un pranzo dove si riuniscono tutti, diventa un evento. Ho notato che i rapporti tra nord e sud, sono diversi, che spesso tra cugini neanche ci si saluta, talvolta neanche ci si conosce. Qui un parente lo tratti come un fratello, la differenza sta solo nel fatto che abita in un’altra casa.

Mentre il cugino lotta con tutte le sue forze, una zia, sempre dalla parte paterna, dal dispiacere e dal forte stress, si ammala gravemente e nel giro di due settimane, se ne va . Un’altra botta. Che però ti fa pregare. Quasi ti consola. Conoscendo questa zia, caratterizzata da una fede grande quanto il mondo e di una bontà assolutamente fuori dagli schemi, ti viene quasi da credere che sia stata lei a chiedere a Dio di fare uno scambio. Prendere lei e lasciare qui il nipote.

L’ ho creduto io. E i familiari hanno creduto la stessa identica cosa. I medici non sono rassicuranti eppure è la fede a dare la forza. Spesso si fraintende. Quando si parla di una persona con una fede molto forte si pensa subito a una persona bigotta. Invece no . In questo caso, si tratta solo di persone buone.

Venerdì ero al mare con i miei genitori, con mio cugino che proprio oggi compie due anni e con un suo cugino di 8. Sono una specie di baby sitter marittima! È quasi ora di rientrare, i bambini però giocano ancora e io gioco con loro. Poi squilla il telefono. Risponde mia madre. Il tono di voce pacato cambia. Ho già capito.

La certezza arriva definitivamente quando mia madre pronuncia un nome. Il nome del cugino della mia amica. La sua lotta non è riuscito a vincerla. Se n’è andato anche lui. Neanche un mese dopo la zia. Mia madre è incredula, mio padre rimane immobile, io dico ai bambini che dobbiamo andare via.

Il bimbo di 8 anni ha capito dal tono di voce e dal cambio di atteggiamento che si trattava di una cosa grave, prima ancora che finissi di dirgli di preparasi, mi accorgo che aveva già fatto tutto. Ha messo a posto tutta la sua roba, l’ ha presa in spalla e ha sussurrato “Io sono pronto”. 

Qui ti viene proprio da pensare. Nello specifico. Ti viene da pensare a una famiglia che ha avuto 4 figli. E che adesso, ne ha solo una. Ti viene da pensare alla prima figlia che è morta subito dopo il parto. A un’altra figlia che a 17 anni è stata sconfitta da un ischemia. E adesso a quest’altro figlio. Di 39 anni. Ti viene da pensare alla moglie che ha da crescere due gemellini che a giorni compiranno 3 anni.

Mi viene da pensare a questo ritratto di famiglia e mi sale il cuore in gola.

Io in Dio ci credo, ci ho sempre creduto. Vedo il mare, il sole, le stelle, la luna e sono una prova inconfutabile della sua esistenza. Eppure in questi casi mi fa una paura tremenda. Più che una sua decisione, mi sembra una sua distrazione. Non lo so, forse non ci è concesso capirlo, forse siamo troppo imperfetti per farlo. O forse lassù si sta davvero bene e si possono fare molte più cose di quante non se ne possano fare quaggiù.

Forse dovremo pensare che è meglio così, ma al momento, per quanto mi riguarda, mi viene molto difficile crederlo. Io sono rimasta sconvolta, non riesco nemmeno a immaginare alla famiglia. A suo padre che sabato l’ ha accompagnato in cimitero e domenica mattina ha trovato la forza di tornare in chiesa.

Dicono che il tempo sia un gentiluomo, che sappia ricucire le ferite. Al momento però, si tratta solo di giorni. Ciò non toglie il fatto che le persone colpite da questo grave lutto troveranno la forza di andare avanti ma, per dirla in musica, con le parole di Luciano Ligabue, “Non è il male, né la botta, ma purtroppo il livido”.

 La vita è bella. Si. E’ vero. Ma in questi casi, il solo pensare una frase simile, non so bene come mai, mi fa sentire ridicola.

on Wednesday, August 8, 2007 at 00:35:23
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citta: Messina

nome: Francesco

oggetto: per Sara

testo: Cara Sara.
Se c'è un dio, io penso che a nulla valga pregarlo perché succeda o non succeda qualcosa, o perché ci faccia accadere cose belle e positive e mai cose brutte.

Dio, se c'è, ha creato questo mondo. Ha creato il nostro corpo umano, la nostra fragile vita.
Ha creato un mondo in cui esiste la possibilità di ammalarsi, di soffrire fisicamente, di soffrire nell'interazione con gli altri. Ha creato un mondo in cui esistono anche l'infelicità, il dolore, la morte.

E ci ha messi qui dentro. E, in una forma o nell'altra, ci ha dato anche i mezzi per lenire queste sofferenze. Ha creato in noi quella molla, quella legge morale (che si è poi tradotta in messagi come ad esempio quello evangelico di Gesù) che ci sollecita a fare ciò che è giusto, ad amare, a lenire le sofferenze degli altri.

Questo è sicuramente poco in confronto a dolori atroci come quello della tua amica. Ma è qualcosa. Pensaci. La tua amica ha te. Tu sei dispiaciuta per lei.
E tu (ne sono sicuro) la aiuterai e la sosterrai in questo momento terribile.
Io stesso sono stato colpito dal tuo sconforto e ti ho scritto queste righe, che testimoniano che, se vogliamo, non siamo soli di fronte alle negatività di cui è fatta questa vita.
Abbiamo questa carta da giocare, la carta dell'amore, dell'amicizia, dell'empatia. Non ci resta che giocarla. E se il dio di cui si parla tanto esiste, approverà.

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“Bin Laden potrebbe essere morto”

“Bin Laden è ancora vivo”

“Abbiamo raddoppiato la taglia su di lui”.

Toglietemi una curiosità. Esiste ancora una sola persona al mondo che creda che nessuno sappia dove sia Bin Laden? Ditemelo, perché nel caso proverò per loro una pietà infinita.

Quanti anni sono passati da quell’11 settembre? Sei? Sette anni? In tutta verità non lo ricordo, mi pare comunque fosse il 2001.

Mancava circa una settimana all’apertura delle scuole e ovviamente ero già depressa per questo. Faceva caldo e l’idea di dover tirare fuori quello zaino mi faceva già venire il magone.

 Il diario non l’avevo ancora comprato. Insomma, non ero affatto impaziente del ritorno a scuola. Comunque. Quel pomeriggio me lo ricordo. Una mia cara amica mi aveva fatto uno squillo al cellulare. Niente di strano, ma era presto e siccome la mia amica ha più o meno le mie stesse abitudini, il pomeriggio dormicchia parecchio. Così, questo gesto insolito mi ha incuriosito, forse era successo qualcosa e mi è venuto l’istinto di accendere la tv.

“Oh cavoli!” esclamo. Certo che non mi sarei immaginata una simile visione. Le torri gemelle crollano come un castello di carte, la gente che ci sta dentro perde la vita e chi non l’ ha ancora persa per l’attentato decide di gettarsi dalle finestre del palazzo. Per avere una fine diversa, di certo non hanno pensato al miracolo gettandosi dal centesimo piano. Mi ricordo che stavo lì, incantata, a guardare quelle immagini e non capivo.

 “Ma perché?” era la domanda ricorrente. Solo che, diciamola tutta, a quell’epoca guardavo un po’ di televisione, ma non troppa, e non ero neanche tanto sveglia da scavare nella mia mente e provare a darmi una spiegazione. Stavo là davanti allo schermo, inebetita a bere tutte le notizie che passavano alla tv. A partire dall’aereo al Pentagono. Che di quell’aereo non si sa né dove sia finito, né chi ci fosse a bordo, né chi siano le vittime, niente di niente. Ma vabbè, beviamoci anche quella.

Più passavano le ore, più non riuscivo a staccarmi dalla tv. Poi ricordo un servizio che avevano fatto in un paese mediorientale che però non ricordo con precisione quale fosse. Era un servizio fatto in una strada e si vedevano tutti i civili che esultavano, bambini felici che sorridevano e saltavano davanti alle telecamere, uomini che facevano i vari gesti di vittoria, insomma, sembrava il posto più felice del mondo.

E io: “Ma com’è possibile? Ma che bastardi!!! Ma chi può essere così felice di un simile atto di violenza?”

Semplice. Chi la violenza la subisce da quando è nato. Chi si sveglia con un carro armato sulla porta di casa, tutti i giorni, per tantissimo tempo.

Ma ribadisco, non ero tanto sveglia all’epoca, forse neanche adesso.

E da quell’11 settembre che di violenza è entrato nelle nostre menti, sia per l’atrocità dell’attentato, sia perché gli americani questo 11 settembre l’ hanno messo addirittura dentro alle soap opera, con battute del calibro “Non posso credere che mio marito sia andato a letto con altre 15 donne. Certo dopo l’11 settembre niente è più come prima”, da quell’11 settembre dicevo, è cominciata una vera e propria caccia all’uomo.

 “E’ stato Bin Laden!!!” “Lo prenderemo subito!!!”. Quest’ultima deve essere la frase più divertente che lo stesso Bin Laden abbia mai sentito in tutta la sua vita.

E all’inizio ci credevo pure che questo Bin Laden si nascondesse chissà dove e che realmente era introvabile. Solo che alla lunga, qualcosa ha cominciato a cigolare. Gli Stati Uniti si vantano di avere i satelliti più potenti del mondo, di poter vedere anche mentre una persona normale si taglia le unghie dei piedi e non mi trovano quest’ometto barbuto che si nasconde beatamente da 7 anni? Ma dov’è allora? L’ ha fatto sparire il maestro Do Nascimento .. quello di Wanna Marchi ?

Certo che è strano questo mondo. Se io faccio la minima stupidaggine sono pronti a lanciarmi addosso migliaia di satelliti che mi trovano persino nel Supramonte (e vi garantisco che trovare qualcosa o qualcuno lassù non è affatto facile) e Bin Laden non lo hanno intravisto neanche da lontano? Forse dovrebbero affidare il caso alla troupe di “Chi l’ ha visto?”.

Io Bin Laden me l’immagino i giorni dopo l’attentato, secondo me è andato a New York a farsi la fotografia con dietro e macerie delle torri gemelle.

Il fatto che secondo me Bush e Bin Laden siano colpevoli allo stesso modo è irrilevante.

E lo è anche il fatto che secondo me Bush sappia e abbia sempre saputo dove si nasconda il suo nemico-amico.

Invece non è più irrilevante il fatto che vogliono farci credere che queste indagini siano sempre al punto di partenza e che ogni tanto ai telegiornali ci diano la notizia che Bin Laden sia ancora vivo e a chi lo trova va una ricompensa che non deve più preoccuparsi di niente per tutta la vita.

Mi sa di presa per il culo.

 



Che il mondo andasse al rovescio l’avevamo capito da tempo. È che ogni tanto la quotidianità non smette mai di ricordarcelo.

Di solito, se commetti un crimine, dovresti pagare. Per le persone normali funziona così, anche se tra queste ci sono delle belle eccezioni.

Invece, quando la persona non è una persona qualunque, ma è molto peggio, il trattamento cambia.

Prendi un ragazzo che ha problemi di tossicodipendenza. Prima lo sbatti in galera perché lo beccano con la roba. Poi in comunità. A volte, per fortuna, c’è il lieto fine, il ragazzo si disintossica e ne esce pulito. Deve adesso reinserirsi nella vita normale. Facile? Per niente. “Ma è un drogato, porterà solo guai”.
Questo è il pensiero generale.


Hai voglia a far capire che una seconda possibilità bisogna dargliela, tenendo sempre gli occhi bene aperti certo, ma questo vale per tutti.

Insomma, ce ne passa prima che uno si ambienti di nuovo.

Ma questo non succede per il mitico mondo dei vip!!! Avete visto!! Mentre quella maschera di cera è stata sostituita da una ben più brillante Luciana Littizzetto in tutti gli spot pubblicitari, la Paris Hilton si appresta a uscire dal carcere più nuova che mai.

Quanto tempo passerà prima che ricominci a girarci tra i piedi? Dieci secondi. Sono già pronti tantissimi programmi televisivi per intervistarla sulla sua dura permanenza in carcere. Talmente dura che non ha fatto altro che ricevere lettere dei fans per passare meglio il tempo.

Non stiamo a sottolineare quanto sia grave il fatto che ci siano suoi fans al mondo.

Sarah Silverman, attrice e conduttrice degli MTV Movie Awards ha raccontato, anche davanti alla diretta interessata, come il carcere si apprestava ad accogliere Paris Hilton. “Per farla sentire più a suo agio le sbarre saranno a forma di pene. Speriamo non si faccia male ai denti.”

Ma ora la reclusione è finita, fioccano le interviste, le ospitate e i miliardi, come se non ne avesse già abbastanza. E suo padre ha organizzato un party a Las Vegas per festeggiare la scarcerazione.

Cosa che fanno tutti i padri di coloro che almeno una volta nella vita sono stati in galera.

In Italia la situazione non è diversa. Hanno scarcerato Corona, visto? Sembra deperito? Certo, come al rientro da un mese di vacanze. Non solo ma ha affermato che adesso è anche più ricco di prima, fioccano i nuovi contratti.

È pure riuscito a riciclarsi come modello, nonostante la sua andatura abbia lo stesso stile di quella di una mucca al pascolo. I due giorni di domiciliari li ha passati al balcone di casa sua a salutare i fans.

E a proposito, ...vedi quanto ho detto per i fans di Paris Hilton.

Adesso per loro è tutto in discesa, da qui al processo di beatificazione il passo è breve.



Ultimamente sento spesso parlare della sindrome di Peter Pan. Allora ho cercato la definizione esatta di questa che è definita una sindrome. Eccola.

“Simbolizza la voglia di rimanere bambini pur di non entrare in una realtà che si considera ostile. Si tratta del rinvio dell’assunzione di responsabilità (oggi a risolvere i problemi ci pensano i genitori). Il soggetto si rifugia in comportamenti ludici, spesso in gruppo, con l’utilizzo di codici e comportamenti diversi da quelli degli adulti (linguaggio, modo di vestire, consuetudini, orari, ecc.)”

Oddio, ho la sindrome di Peter Pan!!! E ancora:

“Spesso ad una crescita fisiologica precoce si accompagna la paura di crescere; di qui nasce il conflitto che può portare ad atteggiamenti regressivi. A volte non si tratta di una vera sindrome, ma di un specie di limbo tra realtà ed evasione presente anche negli adulti.

Anche l’adulto può avere qualche sprazzo in cui gli ritorna la voglia di ridiventare bambino, cioè sopravvive in lui una specie di limbo, il mondo della sua fanciullezza. Questo atteggiamento degli adulti ha un riscontro anche nella favola di Peter Pan. Quando Peter Pan, dopo aver portato i fratellini a vivere avventure fiabesche sull’isola che non c’è, torna a casa , racconta l’avventura ai genitori. Il padre dice che crede di aver visto anche lui il vascello che porta i bambini nell’isola che non c’è.”

La prima fase forse mi riguarda meno. La crescita fisiologica precoce non mi ha mai riguardato… a me dicono ancora che dimostro 14 anni. Ma la paura di crescere… beh, dipende. A volte mi viene lo scoramento. Perché sento un sacco di storie intorno a me… a volte mi sgridano perché non vado bene all’università e vado un po’ a rilento e poi subito dopo se si parla di vita in generale mi dicono che tanto anche con un titolo di studio non si ottiene niente.

E allora io penso “Beh, tanto vale che me la prenda con comodo, almeno mi tengo impegnata”. Lo so che è un modo sbagliato di ragionare… ma io la penso così per davvero.

Sono troppo infantile?

La definizione di sindrome di Peter Pan dice che magari può anche non essere una vera sindrome ma è come vivere in una specie di limbo tra realtà ed evasione…. Eccomi!!! Questa sono io!!! Io sogno la notte e il giorno e spesso e volentieri tra i miei ricordi ci sono anche quelli che non si sono avverati per davvero, ma solo dentro di me. Io penso anche a queste tracce seminate nella mia mente, mi rendono felice. Se ho sognato un motivo ci sarà.

È che quando si parla di sindrome di Peter Pan sembra che si abbia a che fare con degli irresponsabili cronici. E io invece non credo sia così. o almeno, non sempre. Sarà mica che sono anche io così e non lo voglio ammettere?

Sono troppo infantile?

A volte mi perdo tra le nuvole. Anche la mattina, mentre aspetto che il latte della colazione sia tiepido al punto giusto e sono talmente assorta che non mi rendo conto che sta già uscendo dal pentolino e arrivando al fornello o a volte mentre aspetto un autobus o un treno e magari è proprio lì e me ne accorgo all’ultimo momento così devo fare le corse anche se sono già sul posto.

Non lo so, sarà che mi fa paura il mondo degli adulti, ma non tutti, solo quelli che hanno dimenticato di essere stati dei bambini e che sono così presi dalla frenesia del quotidiano che non riescono neanche più ad avere 5 minuti per sé stessi. O quelli che non hanno più l’interesse o la voglia di interessarsi al mondo fuori. Quelli che non hanno più il tempo di sognare, altrimenti fanno tardi a lavoro.

Sono troppo infantile? Si, forse lo sono. Però ti prego Peter, non abbandonarmi.



Nella mia carriera di studentessa (si, come affermazione fa abbastanza ridere) ho sempre sentito parlare di riforme scolastiche. Tutte queste riforme che ho visto fare avevano in comune una sola caratteristica. Quella di essere incomprensibili.

Che spesso e volentieri una riforma eliminava quel poco di buono che era rimasto dalla riforma precedente. Non sono mai riuscita a spiegarmelo. Alla fine l’unica cosa che cambiava era il nome. Della scuola e anche di chi ci lavorava dentro.

Mi ricordo che un giorno, dovevo essere in seconda superiore, il preside aveva fatto girare una circolare in cui spiegava che non potevamo rivolgerci ai bidelli chiamandolo appunto bidelli, ma collaboratori scolastici.

Molto comodo. “Scusi collaboratore scolastico, mi è caduta la coca cola sul banco, non è che mi porta uno straccio?”. Chi ha avuto questa brillante idea, ignora che nella maggior parte dei casi i bidelli sono sempre molto più disponibili degli insegnati e con gli alunni si forma quasi un rapporto di complicità.

E infatti: “Dino, me lo porti uno straccio?”. Ecco come si trasforma la frase citata prima.


La riforma che più mi aveva scosso era quella dei crediti formativi. E soprattutto dei debiti. A parte che non capivo una mazza di cosa significasse e già questo mi spaventava, ma quando mi hanno spiegato per bene il funzionamento, l’ho presa pure peggio. Se hai un bel voto ti lascio un tot di crediti, se invece non hai la sufficienza di prendi un bel debito. Bah.

Più che andare a scuola sembrava di essere al mercato. Il baratto non è mai stato così vicino. Che poi il debito formativo era il programma dell’anno passato da portarti avanti pure l’anno successivo, mentre la solita insegnante andava avanti col programma. Fatemi capire com’è possibile.

Un alunno che è in seconda non ottiene la sufficienza in economia. A fine anno gli lasciano il debito formativo. Quando va in terza, non solo non ha capito niente del programma di seconda che deve recuperare, ma deve anche seguire quello di terza e che se tanto mi dà tanto, non capirà ugualmente. Io ho fatto la ragioneria, che si chiama “Istituto tecnico per geometri”.

Quindi di economia ne ho seguito eccome. La mia insegnante non veniva mai a lezione. A scuola, inteso come edificio, c’era sempre, ma al momento di venire a lezione spariva nel nulla. Uccel di bosco. Per farsi perdonare ci diceva che si assentava perché stava preparando per noi una gita bellissima. Infatti la mia classe è l’unica a non essere andata da nessuna parte in tutti e cinque gli anni di scuole superiori. In terza avremo fatto si e no 5 ore di lezione durante tutto l’anno.

Io mi domando una cosa. Ma anziché fare le riforme insensate, perché non controllano davvero come vanno le cose? Ma cosa cambia se un bidello lo chiamo bidello o collaboratore scolastico? Che bisogno c’è?

La propongo io la riforma scolastica. Mandate un ispettore a controllare come funzionano le cose. Ma ovviamente non è che passa la circolare con scritto “tale giorno passa l’ispettore”, che pure i prof uccel di bosco tornano in classe e come loro non-abitudine si mettono anche a fare lezione. E pure per gli alunni propongo lo stesso.

Tanto c’è sempre il furbo che si fa sempre passare i compiti da qualcun altro che magari è timido e visto che sono furbi e si fanno sempre notare riuscivano a prendersi un voto più alto rispetto al timido che gliel’aveva passato. Io, da cinghialotta quale ero non passavo mai niente. O meglio, mi chiedevano le cose assurde. Visto che andavo bene nei temi mi chiedevano di passare loro un tema. Ma voi siete scemi. Mica lo capivano che non potevano pensarla come me. Poi andavo bene in inglese. Lì però ero più buona e i compiti li passavo.

Secondo me alla base di tutto, quello che manca nelle scuole è il rapporto con gli insegnanti. Il rapporto bello intendo. C’è sempre questo muro di competizione, dove lo studente vuole avere sempre ragione, è adolescente ed è fatto così. Solo che l’insegnate si comporta di conseguenza, ha ragione a prescindere perché è un insegnante. Le riforme scolastiche dovrebbero occuparsi anche di questo.

Quando ero in seconda avevo una professoressa bravissima, che prima di insegnarti le materie faceva di tutto per conoscerti e per aiutarti se eri in difficoltà. Era di una gentilezza unica, aveva interesse da vendere per quello che faceva e per chi aveva davanti. Forse dipendeva anche dal fatto della sua giovane età, alla faccia di quelli che dicono che serve un’esperienza decennale a tutti i costi.

Quell’anno in italiano e storia andavamo tutti bene perché era riuscita a farci appassionare alle sue materie. E’ stata l’unica insegnante a farci capire che andare a scuola e imparare tante cose serve per avere un bagaglio culturale sempre appresso e non unicamente per non ripetere un anno scolastico.

Ovviamente con noi è rimasta solo un anno, perché nel triennio gli insegnati dovevano cambiare.
Lo prevedeva una riforma. ...Appunto.


 


Un po’ di tempo fa io e la mia amica Silvia abbiamo deciso di far un giro per Cagliari. Decidiamo di utilizzare i mezzi pubblici.

 Qui la scelta si restringe notevolmente perché dovete saper che in Sardegna c’è un solo treno che ovviamente non passa dal mio paese e a parte pullman, in giro non si vede altro. Decidiamo così per il pullman! Chi l’avrebbe mai detto.

Postilla. Dal mio paese a Cagliari sono 60 km. Il pullman impiega due ore per percorrerli. Siamo così costrette a prendere l’autobus delle 8 della mattina. Autobus che conosciamo benissimo, è lo stesso che prendevamo per andare a scuola quando frequentavamo le superiori.

L’idea di prendere lo stesso autobus e di fare parte di percorso con gli studenti attuali di quella scuola mi fa uno strano effetto. Sembra di tornare indietro nel tempo. Salgo sull’autobus e effettivamente la mia sensazione rimane. Ma diversamente.

Nel senso che, io che ho 23 anni, sembravo una 13enne e le ragazzine che stavano sul pullman per andare a scuola ne dimostravano 25!!! Più mi guardavo intorno e più pensavo “Mio Dio, i tempi stanno cambiando davvero!!”.

Non c’era una 14enne spettinata neanche a pagarla!! Erano perfette! Capelli sciolti e piastrati di prima mattina, chi li aveva raccolti aveva una coda di cavallo talmente perfetta che anche solo l’associazione col puledro sembra fuori luogo.

Tutte col lucidalabbra alla moda, con la matita negli occhi, il fard, l’ombretto e le unghie smaltate. “Azz. Per andare a scuola?” mi domandavo io. E ho cominciato a pensare. Ho pensato ai miei preparativi. In quegli anni non mi sono mai truccata. A parte il fatto che non è che dimostrassi particolare femminilità, ma il problema era un altro.

Visto che la mattina non ero proprio velocissima le cose erano due. O mi truccavo o andavo a scuola. I capelli? Lasciamo perdere. Se li legavo, avevo una coda di cavallo (a me l’associazione equina stava decisamente meglio) stortissima e se li avevo sciolti peggio che mai. Una testa di capelli che non finiva più, roba che a me Tina Turner appena sveglia mi faceva un baffo.

In più uscivo di casa col freddo che mi assaliva e col cuscino ancora attaccato alla faccia. Me lo ricordo come se fosse ieri. Ero sempre in ritardo. Dovevo sempre rincorrere il pullman e per questo ero anche più spettinata.

E più guardavo queste ragazzine di oggi o queste teenagers, come preferiscono essere chiamate, e mi sento istante anni luce da loro. Nonostante i quasi 10 anni di differenza, con le mie insicurezze, le mie indecisioni e un filo d’ingenuità che traspariva dal mio sguardo mentre le scrutavo, mi sentivo così infantile e così bambina che la minorenne sembravo io e loro erano già lo stereotipo di studentessa universitaria stile film americano che vediamo alla tv. 

Mi sono quasi sentita spaesata. Erano posate anche nel parlare. E io stavo là in silenzio, temevo quasi di essere notata da loro per la mia normalità quasi banale. Per fortuna dopo 10 minuti sono scese e io ho potuto cominciare a sparare cazzate come mio solito.

Ripenso spesso a quel viaggio in pullman. Ma non ho imparato niente da loro, sono la solita stracciona di sempre. E pure orgogliosa di esserlo.



Non ho fatto neanche in tempo a diventare principessa che già partono i problemi. William è più serio di quanto pensassi.

È proprio principe. Io invece non sono niente e l’unica cosa di regale che posso avere è al massimo il mio cerchietto fatto a mo’ di coroncina che la mia amica Irene mi ha regalato per il compleanno.

William mi ha detto che dopo Kate non vuole perdere altro tempo e vuole fare le cose seriamente. Dice che per lui è ora di sposarsi e spera che io sia la persona giusta. Grazie caro William, ne terrò conto.

Così sono partiti i tentativi di convivenza. Tutta la giornata programmata. Sveglia alle 6. Mio Dio, ma che ci fanno in piedi a quest’ora un futuro re e una futura principessa? Dice William che nonna Betty (siamo già in confidenza) ci tiene a questo comportamento preciso e quindi non si discute. Sigh… mi alzo ma con le lacrime agli occhi.

Poi, siccome qui a Buckingam Palace spazio ce n’è abbastanza abbiamo tutta un’ala di casa in cui possiamo vivere come se fossimo già sposati. Il mio primo compito è quello di alzarmi e preparare la colazione.

Visto che siamo giovani e dobbiamo imparare a cavarcela da soli, nonna Betty ha deciso che per noi, almeno a colazione, niente servitù. E che cavolo, era uno dei principali motivi per cui voglio diventare principessa!! Alle 6.06 William si è già lavato, sbarbato e vestito. Io non sono neanche arrivata in cucina… sto ancora sbadigliando seduta sul letto.

Mi infilo le ciabatte a forma di cane e gli chiedo “Do you prefere milk or eggs?” Il mio inglese migliora di giorno in giorno! Lui puntualmente vuole le “eggs”, così all’alba già un odore di uovo inonda la casa e io che non mi abituerò mai combatto tutte le mattine contro i conati di vomito.

Per me naturalmente preparo il caffelatte che ingurgito con i dolci sardi che la mia mamma mi ha portato. Con la mia solita velocità riesco a vestirmi, infilarmi le scarpe, rifare il letto, lavarmi faccia e denti, mettermi le lenti a contatto che sono appena le 9.30. Sono anche riuscita a guardare la puntata odierna dell’Ape Maya, per fortuna in camera ci hanno messo la tv satellitare e vedo anche un po’ di tv italiana.

A questo punto vorrei fare un giretto per Londra ma non mi è concesso. Mi dicono che non è consono a una quasi principessa uscire per i cavoli suoi. Mi viene di nuovo da piangere. William nel frattempo è andato nella sua caserma per qualche ora, tanto lui visto che è principe entra ed esce quando gli pare. Tornerà nel tardo pomeriggio.

Non ho intenzione di stare in casa, quindi cerco un modo per evadere. Mi rivolgo a Harry che ha sempre dei piani infallibili. Non solo mi aiuta ma decide anche di accompagnarmi in giro. Lui distrae la nonna e io esco da una porta secondaria. Poi dice che ha voglia di leggere un libro da solo e mi raggiunge. Fantastico.

Dietro Buckingam Palace c’è una altro mondo. Harry nasconde qui la sua collezione di motorini truccati, così saliamo su una Vespa e mi porta in giro. I paparazzi non ci urtano minimamente e poi abbiamo i caschi, non ci riconosce nessuno. “This is the Big Ben ” “This is the Globe Theatre” “This is Hyde Park” “This is the London Eye”.

Qui non ho resistito! “Stop Harry!!” Gli ho gridato. Lui ha fermato la vespa e siamo scesi. “Voglio salire lì sopra!!” Il London Eye è una ruota panoramica gigantesca, alta 135 metri!! Harry, che come ho già detto l’altra volta è sempre pronto per divertirsi, non se lo fa chiedere due volte. Va a fare il biglietto e saliamo. E’ stato bellissimo!!!

Harry faceva continuamente lo stupido e si alzava in piedi fingendo di cadere di sotto, ha smesso solo quando gli ho dato un ceffone che per poco non perdeva l’equilibrio e cadeva per davvero! Si insomma, in altre parole se l’è fatta sotto e ha deciso di smettere. Era talmente terrorizzato che al ritorno ho dovuto guidare io. “Fifone” gli dico “e tu vorresti andare in Iraq? Ma resta a casa, ma chi te lo fa fare!

Guarda Harry, tu resta qui e insieme potremo fare grandi cose”. Poi mi sono tappata la bocca, mi sono resa conto di aver detto le parole giuste ma al fratello sbagliato. Tornati a casa dopo 5 ore, parcheggiamo il motorino e rientriamo dalla porta principale. Elisabetta ci chiede dove siamo stati e Harry risponde prontamente “In giardino”. A inventare balle è un talento naturale.

Nonna Elisabetta che ha già una certa età e ogni tanto dà qualche segno di rincoglionimento ci casca in pieno. Harry mi dice di andare ad aspettare William nel nostro appartamento e mi promette che una di queste sere mi porta a vedere il musical di Billy Elliott.

Intanto William torna. Mi saluta e mi chiede cos’ho fatto in tutto il giorno. Harry mi ha insegnato che nelle balle dobbiamo essere complici, quindi rispondo che sono stata a passeggiare in giardino col fratello. Ci casca anche lui. Dopotutto ad attraversare quel giardino ci vuole lo stesso tempo del percorso della Salerno-Reggio Calabria quando è intasata. Per questo la scusa regge.

William mi guarda in modo strano. Mi dice di mettere un abito da sera e di preparargli una serata scoppiettante. Io, che in inglese sto migliorando ma ho ancora qualche difficoltà, fraintendo, così mi metto il pigiama e gli preparo i pop-corn.

Dopo che ritorna in cucina con sguardo assatanato e con indosso solo i suoi boxer con la bandiera inglese ci guardiamo straniti. Io capisco ora quello che lui intendeva. E lui capisce quello che io ho inteso. Mi guarda e ride. Com’è carino. Però non demorde.

Ma io sono tutta d’un pezzo. “E no bello” gli dico “non credere che sia così facile!! Ho capito benissimo quello che vuoi, ma io non ci casco! Prima mi sposi e poi ne riparliamo!!” Sono una persona seria, cosa credete! Inizialmente sembra scocciato ma poi cambia subito espressione quando dal mio zaino gli tiro fuori la nuova playstation che gli ho comprato quando ero in giro con Harry.

Adesso è felicissimo, mi abbraccia e l’unico brivido d’emozione che proveremo stasera sarà quando uno dei due batterà l’altro a suon di giochi!! Principini quanto volete, ma siamo proprio due bambini!!! Adesso, con il joypad in mano mi sento molto più tranquilla e l’idea di alzarmi presto e di affrontare la vita da principessa mi spaventa sempre meno.

Ho avuto qualche dubbio lo ammetto. Ma non è colpa mia. Ho avuto un tentatore.

Brad e Angelina si stanno lasciando. Lui mi ha tartassato di messaggi, dice che non mi ha dimenticato…ah già, manca un particolare che non sapete… non penserete mica che ha lasciato Jennifer Aniston per la Jolie?? Ingenui!! L’ha lasciata per me!!

E poi io l’ho lasciato perché non ho voluto andare in Cambogia ad adottare 7 bambini. Solo dopo si è messo con Angelina. Sta di fatto che non ha cancellato il mio numero e continua a tartassarmi di messaggi “Ripensaci” “Chiamami”.

Ma io sono stata chiara e decisa. Gli ho detto di no, ora voglio pensare solo al mio principe azzurro, ma di continuare a cercarmi.

Metti che con William va male, almeno ho un amante di tutto rispetto!!


Il principe William ha mollato la sua fidanzata Kate dopo 5 anni di relazione. È la notizia che ha infestato i telegiornali di questo fine settimana.

Dicono che le motivazioni siano molteplici. La carriera militare di lui che lo costringe a stare lontano da lei, i paparazzi che non lasciano a Kate nemmeno un attimo di tregua, dicono che William sia stato un po’ marpione con una ragazza brasiliana, insomma, un sacco di spiegazioni.

Balle!! Ebbene, il vero motivo, lo so solo io. Il principe William si è stancato di Kate e di tutte quelle ragazzette che giravano attorno alla sua caserma semplicemente perché si è innamorato di un’altra ragazza: ME. Eh si!

Finalmente ho incontrato qualcuno di decente, qualcuno che non sia troppo mieloso, qualcuno che mi offre sempre qualcosa da bere e mi proibisce di spendere per lui anche solo un centesimo.

Si è accorto di me, non è stato facile ma ho trovato la strategia giusta. Ovviamente sapevo già da tempo che tra lui e Kate non andava bene, me l’ha confidato lui in un sacco di sms. Così ho deciso di prendere in mano la situazione.

Mi ero accorta delle sue attenzioni nei miei confronti, ho capito che per me non provava più una semplice amicizia.

Sono così partita dalla Sardegna per l’Inghilterra. Destinazione: Londra. E più precisamente Buckingam Palace. Ero sempre più decisa a parlare con William. Arrivata lì è stato subito un casino perché Willy più volte mi ha spiegato come muovermi ma non essendoci mai passata non è stato facile. Ho creduto di essere investita da questi pazzi che guidano contromano. In più piovigginava e c’era la nebbia, non si vedeva un tubo.

Per fortuna Buckingam Palace a Londra, tutti sanno dov’è e mi è bastato dire solo quelle due parole affinché la gente capisse. Un autista mi dice di salire nel suo autobus. Mi sono stupita di me medesima e del mio modo di capire immediatamente il suo linguaggio. Solo dopo 2 secondi mi sono accorta che l’autista mi ha risposto in italiano.

Anzi, in sardo, è un signore di Villaspeciosa, (paese a circa 80 chilometri dal mio) che abita a Londra da anni. Ero molto contenta di aver incontrato un conterraneo, ma un po’ dispiaciuta nell’aver avuto l’ennesima conferma che di inglese, non capirò mai una mazza. Arrivo vicino a Buckingam Palace e l’autista mi avvisa e mi  da i consigli per arrivare. Infatti, in men che non si dica mi ritrovo davanti a una guardia. “Senti” gli dico “William è in casa?”. Non percepisco risposta.

Penso che giustamente non ha capito e capisco che non posso fare altro che sfoderare il mio inglese. Prima però devo fare un ripasso mentale. “The book is on the table and the pen is blue”. La guardia mi fissa in modo strano. Ma io non me ne accorgo e continuo imperterrita “Open the door! Close the door!”. Bene. Mi sento pronta ad avere un dialogo con la guardia.

“Escuse me, I’m looking for William”. Non risponde lo stesso. Forse è sordo, ma perché hanno preso una guardia sorda? Willy è proprio strano. Però continua a guardare storto. Non tanto me, quanto i miei bagagli. Da che mondo è mondo è una scortesia presentarsi a casa di qualcuno senza niente in mano, così dalla mia isoletta mi sono permessa di portare qualcosa per il pranzo. Un vassoio di culurgiones (ravioli) e uno di malloreddus (gnocchi). Si, due primi, i nobili mangiano bene, che vi credete.

Un vassoio di maialino allo spiedo decorato e aromatizzato con le foglie di mirto sopra e le sebadas, tipico dolce regionale a base di formaggio, preferibilmente pecorino. Non ho tralasciato neanche le bevande e ho portato così una bella bottiglia di Cannonau, insieme a due di mirto, una da lasciare alla regina, nonna di Willy e l’altra a suo padre Carlo. Meglio farselo amico uno così, è ancora incavolato da quando ha capito che non diventerà mai re.

Sta di fatto che questa guardia non mi fa passare e non mi rivolge parola. Decido di chiamare William sul telefonino, ma non mi risponde. Scoprirò solo dopo che ha lasciato il cellulare nella 189° stanza, mentre lui stava nella sala da pranzo, appena la 36°. Presa dalla stanchezza comincio a gridare “William, William come here!!”.

Le guardie cercano di farmi smettere ma per fortuna Willy si accorge ed esce. In meno di 45 minuti, dopo aver attraversato il giardino di casa sua, è da me. Mi saluta calorosamente e mi invita ad entrare, alla facciaccia della guardia!! Mi dice che si è alzato tardi e se volevo fare colazione con lui, ma io sono un po’ campanilista e non mi abituo subito, così declino, ho già preso il caffelatte.

Lui si prepara le sue uova e pancetta e con uno sguardo dolcissimo mi dice: “Ho lasciato Kate. Ma le motivazioni che hai letto sono tutte false. Io amo te. I love you!! È solo questo il motivo.” Non ci ho pensato due secondi, abbiamo deciso di metterci subito insieme. Lui è dolcissimo, di qui a breve organizzeremo le nozze.

Da coppia vip quale siamo diventati, anche noi abbiamo il nostro contratto. Prima clausola: se lui mi tradisce spacco la faccia prima a lui e poi a lei. Seconda clausola: visto che siamo praticamente a due passi, deve portarmi a tutti i concerti inglesi dei Placebo. Se lui non può venire chiedo a Harry, tanto lui per divertirsi è sempre pronto.

Terza clausola: regalarmi un pc portatile, perché io devo rendere partecipe gli amici del maialino della mia nuova vita da principessa. Quarta clausola: tantissime vacanze in Sardegna.

Oggi mi sono svegliata e William mi ha portato la colazione in camera mostrandomi tre biglietti aerei da mandare ai miei genitori e mio fratello, ovviamente devono vedere dove abiterò. Dormiranno nella stanza accanto alla mia, la 254°.

Il sogno di essere principessa sembra essersi realizzato e la mia gioia è talmente incontenibile che anche in questa Londra, solitamente grigia e nebbiosa, oggi splende un bellissimo sole primaverile.



Basta!! Qualcuno insegni ai giornalisti le regole per non esasperare le loro notizie!!

Ho capito che vi danno quelle da leggere e non potete fare altro, ma qualcuno trovi una soluzione!!! Ad esempio. In questi giorni non si può più sentire l’inizio di un telegiornale che già si parla di foto e di ricatti!!! Non ne posso più!!

È più di un mese che ci dicono gli sviluppi di questa vicenda. Ma non è che ce la raccontano bene, da una settimana a questa parte ci dicono solo chi sono i vip che vanno a parlare dal P.M. di Potenza. E la Moric e la Lecciso e la Hunziker e Raul Bova!!

E poi Sircana che va con i trans. Ora. Ditemi una cosa, in tutta sincerità. Ma a qualcuno gliene frega qualcosa dei giri di Sircana? Ma può anche andarci e buon divertimento, non rompeteci le scatole!!! Ma basta!!!

Non se ne può più, diteci quando questo processo finirà e raccontateci qualcos’altro! I giornalisti in generale devono imparare a non prendersi una passione per ogni notizia.


Succede sempre così. Per mesi ci hanno rotto le scatole con questa storia dell’aviaria. E ora? Più niente. Ci hanno fatto credere il peggio e invece potevamo mangiare tutti i polli che volevamo che tanto non sarebbe successo nulla. Ora nessuno ne parla più. Fateci sapere. Si è estinta nel nulla questa malattia? Non è mai esistita? Si è trattato di uno scherzo messo in atto dal gallo del pollaio? Ditecelo!

Poi. In qualunque periodo dell’anno ti trovi c’è sempre una emergenza maltempo da tenere in conto. “Questo è l’inverno più freddo degli ultimi 150 anni” “questa è l’estate più calda degli ultimi 250 anni”. Quest’anno almeno il meteo ha giocato a loro favore ed è stato l’inverno più caldo da chissà quanto tempo! Originale. Settimane intere per dircelo. Noi non ce n’eravamo accorti.

Altro esempio. Per il rapimento di Daniele Mastrogiacomo la Farnesina ha stabilito il silenzio stampa. Benissimo. Tg delle ore 20. “Per quanto riguarda il rapimento di Daniele Mastrogiacomo dobbiamo rispettare il silenzio stampa. Colleghiamoci sol nostro inviato in Afghanistan per commentare questa giornata”.

Inviato: “E’ stata una giornata movimentata e la Farnesina ha chiesto il silenzio stampa”. Ritorno in studio poco prima della fine del tg: “e per concludere parliamo di nuovo del rapimento di Daniele Mastrogiacomo e ricordiamo che è stato chiesto il silenzio stampa.

Colleghiamoci di nuovo col nostro inviato in Afghanistan per sapere se ci sono novità”. Inviato: “Si…è stata una giornata difficile e la Farnesina ha chiesto il silenzio stampa”

Ma io mi domando: te l’hanno imposto il silenzio stampa? E allora vuol dire che devi cucirti la bocca e ignorare la notizia, perché se la bocca la apri fai solo danni!!! È quello il motivo del silenzio stampa, giornalista dei miei stivali!!!

E concedetemelo, ultimo commento. Donadoni.  Gli hanno rotto le palle praticamente dall’inizio del suo incarico. Motivo? È troppo giovane. Motivo reale? Forse l’invidia è una brutta bestia.

Mercoledì la sua rivincita. L’Italia batte la Scozia due a zero. Ora tutti i giornalisti cominceranno a incolparsi tra loro dicendo che hanno dei colleghi sono sempre prevenuti, scaricandosi le colpe l’un l’altro come i peggiori dei vigliacchi.

Che se fossi stata Donadoni avrei fatto una rassegna stampa solo per umiliarli verbalmente. E avrei avuto tutte le ragioni per farlo.



Un giorno vorrei vedere il mondo al contrario. Non chiedo tanto, solamente un giorno.

Mi piace immaginarlo. Un giorno mi sveglio e sono puntuale, ciò significa che posso fare con calma e non devo fare le corse per non arrivare tardi a lezione.

Mi alzo, preparo il latte ma sono attenta e non straborda dal tazzone in cui lo riscaldo tutte le mattine. Poi accendo la tv e faccio zapping. MTV no, non mi piace la canzone. Canale 5 no, c’è la pubblicità. Rai uno no, comincia il telegiornale, non ho voglia di brutte notizie già di prima mattina.

Ma oggi il mondo funziona al rovescio e al posto del solito studio televisivo tipico da telegiornale, con giornalista assonnato con faccia seria e voce lugubre di chi sta per comunicarti una tragedia c’è una marea di colori, di gente felice che gironzola e salta attorno alla scrivania e un giornalista con un sorriso Durbans che ci dice che per puro caso è scoppiata la pace.

Che non si sa come sia successo ma oggi del petrolio non gliene importa più niente a nessuno, che non esistono più primi, secondi e terzi mondi ma ne esiste uno solo. Uguale. Che siamo tutti bianchi, neri, gialli, rossi, verdi, blu di tutti i colori ma ci rendiamo conto che in fondo non c’è nessuna differenza.

Succede che tutti abbiamo da mangiare e da bere. Succede che le armi adesso non ci sono più in giro, ce le hanno solo le forze dell’ordine solo che anche loro non le usano mai, perché siamo diventati tutti buoni. Poi si viene a sapere che i vari soldati sparsi nel mondo finalmente se ne tornano tutti a casa e ad aspettarli alla porta ci sono mogli, madri, padri, fratelli, sorelle e figli che aspettavano questo momento da un sacco di tempo.

Succede che nell’ultimo week end tutti i ragazzi sono tornati a casa sani e salvi dopo che hanno passato la notte in discoteca e nei locali ed è andato tutto bene, anche perché di spacciatori non ce ne sono più e nessuno ha comprato quella robaccia che era la droga,  e poi gli alcolici e i super alcolici, adesso non ce ne sono quasi più in giro, non li portano più nei locali, visto che la maggioranza delle persone si è accorta che dopo una serata passata a ubriacarsi non si ricordava più niente, ha deciso di smettere.

Succede che alla luce del sole ci sentiamo più sicuri e alla luce della luna anche. Succede che nell’aria si è espansa una voglia di tolleranza che mai si era vista e adesso sì che le persone sono trattate tutte alla stessa maniera. Succede che i giovani possono trovare lavoro, ma per davvero. Tu cosa vuoi fare? Io la giornalista. Benissimo, c’è bisogno di te a tale indirizzo. E tu? Cosa vuoi fare? Organizzatrice di eventi!! Ottimo, siamo pronti ad aiutarti!

Succede che Cupido non sbaglia più una freccia e all’improvviso la persona che amiamo e quella che ci ama corrispondono, sono la stessa persona, è una sola persona. Non succedeva da tempo. Poi succede che tutti i bambini non devono avere paura di niente, era ora che certe bestie si costituissero alle autorità per non fare più loro del male. Adesso quelle bestie sono in cura e lottano anche loro per diventare persone buone.

Si pentiranno ogni giorno, si odieranno e quando avranno capito, tutte le energie spese per attuare le loro cattiverie le utilizzeranno per compiere degli atti d’amore infinito. Succede che il nord e il sud non hanno differenze e ci accorgiamo di essere tutti indistintamente italiani.

Succede che può entrare e uscire chi vuole, nessuno potrà sospettare che qualcuno porti la delinquenza, ora che è la bontà a farla da padrona. Succede che la scienza fa talmente tanti progressi che per tutte le malattie trovano una cura. Succede che non dobbiamo avere paura di morire perché scopriamo che il paradiso è questo.

Succede che Bruno Vespa si ingegna a inventarsi un programma di intrattenimento, non può continuare a sguazzare sulle disgrazie altrui adesso che non ne succedono più. Succede che la domenica possiamo andare a vederci una partita allo stadio senza temere che qualcuno ci aggredisca con una spranga di ferro.

Succede che i bambini scomparsi tornano dalle loro famiglie. Succede che tutti i bambini hanno diritto a giocare con un pallone che non sia stato cucito da loro. Succede che l’arcobaleno c’è tutti i giorni e ha i colori della bandiera della pace.

Succede che a volte credo troppo ai sogni che faccio, soprattutto a quelli che faccio quando ho gli occhi bene aperti. Succede che questo mio sogno vorrei realizzarlo ma per tutti i giorni, adesso ho capito che uno non mi basta più.

E ho capito che ci ho creduto talmente tanto che forse domani sarò triste nel vedere che non si è realizzato.

Succede che io stessa ho capito che questa è una pura illusione ma che in fondo in fondo, quasi segretamente, ci credo.



Ok. Il carnevale è ufficialmente finito. Che tragedia.

Adesso a regola si dovrebbe smettere di pensare a maschere e scherzi e tornare alla vita normale. Mamma mia. E chi ci riesce?

Qualcuno trovi una cura che possa evitare la crisi da fine delle feste perché qui non si può andare avanti. Io per carnevale me ne sono tornata a casa. Strano, vero? Non capita mai.

Ho partecipato alla sfilata che hanno fatto qui al paese e ho visto le altre vicine. Bello. Anche se poi mi prendono tutti per il culo. “E ma tu, studi a Pisa, a due passi da Viareggio e proprio per Carnevale torni qui?”. Già, proprio così.

A Viareggio ci sono andata un anno. Con i miei genitori. Diciamo che non era un bel momento e sono dovuti partire pure loro per venire da me, per evitare un’imminente depressione. Era periodo di carnevale e siamo andati a Viareggio. Bello.

Davvero bello. Ma un casino impressionante. Troppa gente. Troppi carri. Troppo grandi. Troppi colori. Troppo tutto. Sono tornata a casa che avevo mal di schiena.


Da quell’anno ho cominciato a collezionarmi prese per culo proprio perché a Carnevale me ne torno nel mio minuscolo paese, con la sua sfilata, con le sue cose piccole, con le sue cose più a livello umano, mio almeno. E allora puntualmente, rieccomi.

Solo che adesso che è tutto finito pure la mia vacanza deve giungere al termine. Sigh, aggiungerei. Ma me ne faccio una ragione. Poi passa. E poi insomma, non è che il tipico accessorio carnevalesco sia molto d’aiuto. Parlo dei coriandoli.

Ditemi che a voi succede lo stesso vi prego, perché io mi ritrovo coriandoli in casa persino il giorno di ferragosto. In questi giorni ovunque vada perdo coriandoli. Dalle tasche, dalle borse, a volte anche dal cellulare. Il mio letto sembra una macchina fabbricatrice di coriandoli, tutte le volte che lo disfo e lo rifaccio eccoli di nuovo, un altro ennesimo mucchietto depositato da una parte.

Per sentire ancora una sensazione di festa li tiro per aria. Tanto poi a pulire tocca lo stesso a me, non mi sgrida nessuno. È un modo per sentire ancora un po’ di allegria totale, qualche minuto di pazzia ancora. Ma io non mi arrendo.

Io e la mia mamma stiamo facendo le frittelle di carnevale. Le zeppole, conoscete? Quelle frittelle lunghissime. Beh, si, il vostro dubbio è lecito. Perché se STIAMO facendo le frittelle io sono qui a scrivere? Beh dai, io la sto aiutando. Guardate che è vero. Ho portato la bottiglia dell’olio dallo sgabuzzino. E poi ho rimesso l’anice a posto. Ah, ho anche tirato fuori il tegame dal mobile e ho assaggiato la prima frittella per vedere se era ben cotta.

Stasera mi abbuffo, così il ritorno alla normalità sarò meno triste.

Sabato sera al mio paese c’è stata pure una sfilata notturna col rogo del pupazzo di Carnevalone che stava a significare la fine della festa. Che sensazione triste!

Dato che era l’ultimo giorno di festa per non pensarci ho passato la serata a puntare un ragazzo carino. Alla fine ho ricevuto un invito a uscire. Ma non da lui. Da un altro che oltre a non piacermi fisicamente mi è pure antipatico.

Quando si dice la sfortuna.



A volte sento le notizie alla tv o le leggo nei giornali e mi chiedo il perché. Perché la gente anziché trovare una soluzione per le cose importanti si mette a brevettare stupidaggini o a farsi venire idee ridicole spacciandole per geniali.

A volte molti decidono di vendersi qualunque cosa trovino davanti ai loro occhi. Come la luna, per esempio. Già, tra le ultime assurdità che ho sentito c’è anche la messa in vendita della luna.

Innanzitutto vorrei sapere chi è che ha deciso di venderla perché a quanto ne so la luna non ha nessun proprietario. Poi rabbrividisco quando sento personaggi che hanno pure la presunzione di farsi chiamare studiosi e ti descrivono le loro idee in maniera dettagliata.

Puoi comprare un lotto di luna e andare a visitarlo. Probabilmente nel 2850, però vuoi mettere la soddisfazione di andare in giro a dire che hai appena acquistato un pezzo di luna?

Io lo conoscevo uno che diceva robe di questo genere, diceva anche che lui accompagnava le rondini in Africa quando andavano via da qui. Che simpatico, quasi mi dispiace che sia finito in un manicomio. Almeno lui non si spacciava per studioso.

Ma poi a me da fastidio che i giornali parlino di queste stronzate. Come se si trattasse davvero di qualcosa di importante.

Adesso mi metto anche io a fare business di questo tipo. Per i trasporti. Anziché prendere il treno o l’aereo rivolgetevi a me, vi carico tutti sull’orsa maggiore e in men che non si dica vi troverete nel luogo da voi desiderato. Prezzi convenienti. Viaggi nazionali solo 170.000 euro (l’orsa va mantenuta. Che credete!), internazionali 320.000 euro, perché le spese le devo ricoprire, vicino a Saturno c’è un distributore di carburante a prezzi stellari!!

Se poi avete intenzione di fare un giro interrail ne riparliamo. Però la merenda la trovate facilmente, nella via lattea i pan di stelle crescono come funghi!!

Ma la mia offerta speciale è un’altra. Pare che su Marte ci sia l’acqua. Allora propongo tutti i mesi una spedizione su Marte. Armiamoci di bidoni e bottiglie e anziché andare nella sorgente più vicina l’acqua ce la prendiamo da lì!!

Solo 100.000 euro al mese per caricarvi sull’orsa maggiore, guardate che il prezzo è stracciato perché compresa nel costo c’è l’orsa minore che vi trasporta le bottiglie!! Speriamo che la scienza continui i suoi studi, magari su Venere c’è la Coca Cola, sai quanti affari che ci facciamo!!!

Chi fosse interessato mi contatti pure, non deluderò nessuno e prenoterò il posto nell’orsa, ditemi voi se corridoio o finestrino.

E poi se vedi una stella cadente è molto più conveniente, il desiderio te lo realizza all’istante. La prima stella però è la mia, il mio desiderio l’ ho già scelto. Volete sapere qual è? La riapertura dei manicomi, che mi sembra che di pazzi in giro ce ne siano troppi. 



In questi giorni  altro non si parla che di PACS. Che hanno appena ribattezzato DICO. Io ci ho messo circa 6 mesi a capire cosa fossero i PACS.

Ora gli hanno cambiato nome ma credo sia la stessa cosa. Spero che il resto d’Italia sia più sveglio di me e abbia bisogno di meno tempo.

In realtà inizialmente sentivo parlare malissimo dei PACS e presa dalla curiosità ho deciso di capirci qualcosa di più. PACS significa Patti civili di solidarietà. Non mi sembra così spaventoso come nome, anzi, è formato da belle parole. Civile, solidarietà. Mica male.

Poi ho capito più o meno in cosa consistevano. Praticamente, due persone che convivono, pur non essendo sposate hanno gli stessi diritti civili e economici di chi è sposato. E questo vale anche per le persone dello stesso sesso che decidono di vivere insieme. Più o meno dovrebbe essere questo.

E allora ho pensato che, caspita, era proprio un grande passo avanti per l’Italia!!! Garantiva la tutela di molte più persone!! E a questo punto non capivo quale fosse il problema verso questi PACS che sembravano qualcosa di diabolico da come erano bistrattati!!

E poi vedo che la Chiesa si oppone con tutte le sue forze. Alt. Qui sono in seria difficoltà. Ho bisogno di un attimo di riflessione.

Parliamo di Dio. Quando mi chiedono “Credi in Dio?” io rispondo “Si”. E quando mi chiedono “Credi nella Chiesa?” alla fine rispondo comunque di sì, anche se il discorso è un pochino più lungo. A quanto ne so io la Chiesa dovrebbe essere nata per mettere in pratica la parola di Dio. Quindi. Io so che Dio è una persona infinitamente buona, che ci vuole bene e che vuole che siamo felici.

Ci ha insegnato la bontà e l’altruismo. Ci ha detto che dobbiamo rispettare il prossimo e ci ha insegnato di non basarci mai sulle apparenze e di non giudicare dalle differenze delle altre persone. Ecco, se la Chiesa intesa come casa di Dio intende tutto ciò io nella Chiesa ci credo eccome.

È che però i conti non mi tornano affatto. Perché gli uomini della Chiesa non vogliono che le persone che scelgono una strada differente abbiano gli stessi diritti degli altri? Che fastidio possono dare due persone che convivono? Io ne conosco un sacco e mica è gente pericolosa!!! E gli omosessuali? Ma chi se ne importa se sono omosessuali, cosa cambia? Si vogliono bene? E allora lasciamo che vivano la loro vita in quello che loro ritengono il migliore dei modi!!!

Mica ci dobbiamo impicciare!! In un mondo in cui tutti si fanno la guerra con tutti pure quei pochi che pensano solo a vivere in pace vengono bistrattati. Eh no, non va bene e Dio non sarebbe affatto contento di sentire quella orrenda distinzione di famiglie di serie A e di serie B. Una delle discriminazioni più brutte che potessero nascere. 

Le famiglie sono famiglie e basta, poi possono essere basate sul matrimonio o sulla convivenza, ma prima di tutto sono basate sull’amore, non dimentichiamocelo!! E non mi risulta che l’amore abbia mai avuto delle regole di questo tipo. E poi mi mancano dei tasselli. Io vorrei parlarci col Papa. Ma soprattutto col cardinale Ruini che si mette sempre in mezzo.

Senta cardinale, ma perché siete contrari ai PACS che secondo voi rovinano la famiglia e consentite invece gli annullamenti dei matrimoni alla Sacra Rota solo sborsando una quantità sproporzionata di denaro?

E perché a regola i primi cugini non si possono sposare ma se sborsano la stessa esorbitante somma di denaro chiudete un occhio e pure l’altro? Io non ci sto capendo niente cardinale. Guardi che se due persone si vogliono sposare si sposano lo stesso.

E se le unioni gay sono consentite non è che tutto il mondo diventa gay, si tratta solo di una maggiore tutela per tutti e di un abbattimento delle differenze che l’uomo, nelle sue innumerevoli stupidaggini, ha deciso di creare.

Guardi che io queste cose le ho imparate dalla parola di Dio quella vera!! Quella che si impara guardandosi intorno e avendo un minimo di buonsenso. Differenze, ma differenze di che? Dio lo sa benissimo che siamo tutti uguali e tutti diversi!! Ci ha creato lui, probabilmente l’ha fatto apposta per metterci alla prova. Non stiamo facendo una bella figura.

E adesso la prego, non mi faccia scomunicare cardinale, che così sarebbe troppo facile!!



Non ne sono sicurissima ma credo che mi stia succedendo qualcosa di strano. Forse devo preoccuparmi.

Quasi non riesco a dirlo. Insomma. Forse sto diventando razzista. Ma al contrario. Nel senso che io mi sono stufata di questi stupidissimi luoghi comuni su rumeni, albanesi e chiunque venga da lontano che porti solo guai!!!

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la strage di Erba. Un evento di una crudeltà, di una cattiveria e di una ferocia fuori da ogni regola. Insomma.

Appena si è scoperta la tragedia già si parlava di ipotetici responsabili. Solo che a sentire le televisioni, l’ipotetico era già un termine che non aveva alcun senso utilizzare, il colpevole l’avevano già trovato. In Azouz, il marito e padre di due vittime.

Un ragazzo giovane, con un precedente, è vero, ma che aveva già pagato per i suoi errori.

 Facile incolparlo, soprattutto se è un ragazzo tunisino. Tutti a sputare sentenze contro questo ragazzo che soffriva come un cane per aver perso la sua famiglia e tutti pronti a puntare il dito contro di lui. Poi si scopre che lui non era in Italia.

Poi si scopre che i carnefici, le bestie immonde che hanno organizzato quello scempio per filo e per segno erano due italiani. Italiani al 100%, nati e cresciuti in Italia… senza precedenti e italiani.

Questo perché nessuno ha tenuto a sottolinearlo?? Avrebbero dovuto gridarlo a gran voce “Sono italiani gli assassini” nello stesso modo in cui tutti erano pronti a gridare la colpa di Azouz, la colpa che non aveva.

Mi sono vergognata come una ladra, in quanto italiana. Io giuro che non ne posso più. Io mi domando come la gente possa dimenticare così velocemente. Ma negli anni 50 non era pieno zeppo di italiani che andavano a lavorare in Germania??

Mi pare proprio di si e mi è sembrato di capire che non è che gli italiani fossero proprio rispettati… e siccome volevo avere la certezza di questo ho girato un po’ su internet in cerca di notizie  e ho trovato le testimonianze di persone italiane che hanno vissuto e che vivono ancora in Germania.

Ho letto di persone che hanno vissuto in buchi di 50 metri quadri assieme alle loro famiglie magari composte da 7 elementi, ho letto di persone che al lavoro erano sfruttati e che venivano puntualmente soprannominati “Spaghettifresser” e sempre invitati a tornarsene a casa.

Di italiani che pagavano per abitare in uno scantinato senza neanche il bagno, di italiani che vivevano in queste case assieme ad altre famiglie, dove la cucina e il bagno erano in comune. Ho letto che i tedeschi hanno cominciato a rispettare gli italiani alla fine degli anni ’60. Ho letto un sacco di cose, un sacco di cose che oggi sento troppo spesso ripetere alle persone che dai paesi lontani vengono qui in Italia a cercare un lavoro.

Sono stanca di quelli che dicono che tanto sono tutti i malviventi quelli che vengono qui. Che seccatura!! Avrò incontrato un centinaio di rumeni o albanesi che si sono sistemati qui e che lavorano regolarmente.

Poi ne ho incontrati altri che lavorano in nero, perché i datori di lavoro che sono italiani (e ci tengo a sottolinearlo) se ne approfittano.

Ieri guardavo il telegiornale. Una pensionata sessantenne entra in casa di un ragazzo rumeno e gli ruba 800 euro. Una gioielliera viene aggredita da due malviventi che sono “probabilmente dell’est europeo” … e invece guarda un po’, si viene a sapere che sono due balordi italiani purosangue!!!

E sapete qual è la cosa che mi fa sentire strana? Che quasi sono contenta. Che sono contenta proprio perché sono italiani e alle volte mi sembra che troppa gente si sta dimenticando che gli italiani sono tutto fuorché degli stinchi di santo!!!

Devo forse ricordare che il mondo ci conosce soprattutto per la pizza, il mandolino e la mafia?



Sono stata al concerto del primo maggio. È stato bellissimo!!!! La prima volta ci sono stata 4 anni fa e da allora mi ero sempre ripromessa di andarci.

Solo che tutte le volte, per una storia o per un’altra non c’ero più riuscita. E no, quest’anno non ci sono scuse, mi sono detta. E così è stato. Lancio la proposta alle mie amiche che approvano subito. Purtroppo però, per causa forza maggiore, una di loro deve rinunciare. Che peccato.

Avevo già in mente l’immagine di noi Charlie’s Angels (siamo una mora, una bionda e una rossa) che andava all’assalto della città eterna. Sarà per la prossima volta.

Finalmente arriva il giorno tanto atteso. Si parte alle 8.50 e arriviamo nella capitale alle 12.24. Dalla stazione alla piazza San Giovanni è un attimo. Entriamo in piazza che è un’esplosione di colori e di 500.000 persone!!! Gironzoliamo un po’ per la piazza, tentiamo la scalata verso il palco ma è impossibile!

E intanto ci ripetiamo “l’anno prossimo si viene dalla sera prima!!”. Chiacchierando con altre persone riguardo il concerto mi sento dire “Finire in prima fila è impossibile a meno che non ti accampi lì da prestissimo. E per fare questo o sei pazzo o sei di Roma”. Io infatti sono sarda. Ma questi sono progetti futuri, lasciamoli perdere per ora.

Finalmente alle 15 comincia la musica con Enrico Capuano e il Piotta, inizio che non è andato in onda alla televisione. La folla aumenta sempre di più.  E con l’inizio della musica mi si stampa sulla faccia un sorriso. Amo questo ambiente!!

La cosa strana di questo evento è che dura una giornata intera ma il susseguirsi di gruppi è talmente veloce che passa in un attimo. Gruppo dopo gruppo l’entusiasmo della gente cresce. L’idea iniziale era che se magari qualche gruppo non ci piacesse ci saremo potute sedere in ogni momento.

Effettivamente la situazione era questa, il posto per sedersi c’era, ma siamo rimaste in piedi tutto il tempo, manco a dirlo. Ci sediamo un po’ durante la pausa, ma non troppo, ci sono un sacco di bancarelle e chioschi, così facciamo un giretto sempre all’interno della piazza.

Fino a quando non ci pervade un odore di hot dog che ci costringe a comprarne uno. Io, che a mangiare non sono la persona più veloce di questo mondo, ho praticamente utilizzato quasi tutto il tempo della pausa. No dai, ho impiegato solo mezz’ora. Alle 20, mentre sul palco comincia a smuoversi di nuovo qualcosa, ci riavviciniamo alla gran folla. Sono tanto felice, i gruppi che preferisco li hanno riservati alla sera, chiudo in bellezza. E si parte.

Mauro Pagani e il suo supergruppo, composto tra gli altri da Francesco de “Le Vibrazioni” e Manuel Agnelli degli Afterhours. Io per Manuel Agnelli mi venderei un rene.

Entusiasmo tre metri sopra il cielo, come si usa dire adesso.

Le Vibrazioni. Loro mi piacciono proprio, sono pure andata a vederli a Cagliari qualche anno fa, costringendo mio padre ad accompagnarmi. È finita che lui ha fatto amicizia con Francesco, mentre una sfilza di ragazzine dietro di lui aspettavano la fine della chiacchierata per una foto, un autografo e un bacio.

Carmen Consoli. Semplicemente una grande. La bellezza, il fascino dell’arte e la semplicità in una sola persona.

Poi Chuck Berry. E dire che il rock’n roll veniva spesso additato. E questo 81enne sembra un ragazzino con l’entusiasmo di un debuttante, non lo ferma più nessuno. Non sta fermo due secondi.

Poi ci sono i Tetes de bois, con Paolo Rossi (un genio matto) e Enrico Maria Papes, il cantante dei Giganti. Oddio. Non sapevo ci fosse anche lui e io i Giganti li adoro, quando ero bambina avevo imparato a usare il giradischi e mettevo su il 33 giri di “Proposta (Mettete dei fiori nei vostri cannoni)” che mio padre custodiva gelosamente tra i suoi dischi.

I Tiromancino non li seguo particolarmente ma le canzoni che hanno scelto non erano male e le ho trovate adatte alla situazione.

Daniele Silvestri è proprio bravo e soprattutto con la sua “Paranza” non si riesce a stare fermi.

E poi arrivano loro. E la Gerini li presenta come la più grande rockband italiana e io concordo, ho già capito, sono loro!! Gli Afterhours!! Entusiasmo alle stelle. La scelta delle canzoni è impeccabile, è incredibile, Manuel è sempre perfetto, tutte le volte che lo vedo acquista punteggio. Adesso venderei per lui un rene e una cornea.

Il finale è affidato Riccardo Sinigallia che è di una bravura impressionante, Tullio de Piscopo (che ci tengo a dire, ho visto esibirsi anni fa al mio paese!!). Blues Willis e Après la classe chiudono questa giornata da incorniciare. I conduttori escono e annunciano la fine della manifestazione.

Andiamo alla fermata della metropolitana e torniamo alla stazione Termini, il treno parte alle 6 ed è appena l’una e mezzo. Non riesco a dormire, mi metto così ad osservare le altre persone che oggi dormono qui, tutti reduci dal concerto. Alcuni si sono portati i sacchi a pelo, altri si sono semplicemente buttati per terra, ovunque ci sia posto.

Altri camminano per la stazione. Io guardo fuori, è buio, la strada è illuminata dalle luci dei lampioni. Continuo a guardare fuori ed è come se ringraziassi Roma per avermi ospitato. Il viaggio di ritorno ovviamente l’ho passato a dormire. Invece il pomeriggio a casa l’ho passato allo stesso modo.

All’ora di cena guardo il telegiornale e leggo il titolo di una notizia “Il caos dopo il concerto”. E che mai sarà successo? E vengo a sapere che si è scatenato un putiferio per le parole di Andrea Rivera. E vengo a sapere che i sindacati sono stati velocissimi a dissociarsi dalle sue parole.

E vengo a sapere che la Chiesa ha già gridato al terrorismo. Gli hanno dato del terrorista. Ad Andrea Rivera. Rendiamoci conto. E ciliegina sulla torta, un politico ha dichiarato che “Rivera non può dire quello che vuole se è pagato dalla tv di Stato”. Avevo il sospetto che nessuno possa più esprimere un pensiero, ora ne ho avuto la conferma.

Questi sono i commenti più stupidi, inutili e ignoranti che potessero saltare fuori!! Se si fossero tappati la bocca avrebbero fatto una figura decisamente migliore. Un Andrea Rivera servirebbe tutti i giorni, visto che oltre a non aver detto niente di irrispettoso aveva pienamente ragione!

Questo sarebbe il terrorismo?

Fessa io allora, che là in mezzo, per un giorno intero ho quasi creduto che fosse scoppiata la pace.

 



Specchio specchio delle mie brame, chi è la star più bella e famosa di questo reame? Andiamo a scavare nella nostra tv.

Le fiction fioccano. Madre e figlia che recitano insieme da una parte, sorella di un noto ex politico attuale conduttrice televisiva dall’altra. No, qui non c’è nulla di particolare.

L’occhio del grande fratello sta per chiudersi, le luci della sua grande casa per spegnersi e anche qui non c’è nessun personaggio di spicco. Le vallette studiano agraria e mungono le capre, i contadini insegnano. Anche qui non ci interessa niente.

 

Le mamme e i loro figli allattati fino alla quinta superiore conoscono le eventuali fidanzate per i propri pargoli. E anche qui, di personaggio degno di nota, proprio neanche l’ombra.

E allora. Succede che il personaggio di questo periodo è uno che con la tv non ha nulla a che vedere. Che tutti ne parlano e lui non si fa trovare.

Che tutti lo corteggiano e a lui sembra importargliene meno di zero. Chi è quindi?

Henry John Woodcock. Il pm. Proprio lui!! Lui che scatena il finimondo dove mette le mani, lui che ci fa capire tante cose del mondo delle vallette oggi. Del perché ce ne sono così tante!

Del perché ce ne sono così stupide! Del perché ce ne sono così incapaci e così inutili! Finalmente arriva il giustiziere della notte che trasforma Potenza nel centro del mondo e non ci mette nulla a sbattere in galera il fotografuccio re da quattro soldi col suo scettro e la sua corona.

La modella va a letto col manager e sniffano coca insieme, la ragazza immagine è gentile con i potenti e diventa una soubrette, i personaggi pubblici fanno le scemenze che facciamo tutti, vengono fotografati e ricattati.

Si, è vero, lo sapevamo benissimo già da prima che funziona così, ma c’era il bisogno di sentirlo dire ad alta voce per averne l’ennesima conferma ?

Il mondo di starlette non crolla, ma subisce uno smacco. Di sicuro non cambierà niente, ma solo il fatto che tutti sappiano come funziona, sembra già un passo avanti.

Vai Henry John, continua così. 



A Natale siamo tutti più buoni. E a Pasqua? Dipende. Se serve. Forse a Pasqua siamo più ragionevoli. E allora. Allora ho voglia di ragionare oggi.

Ho sentito la notizia di quel ragazzo che si è suicidato perché i compagni di classe lo prendevano in giro. Forse aveva la colpa di essere bravo, gentile nei modi e carino. Io questo fenomeno del bullismo lo capisco sempre di meno. Ed è proprio per questo che ci voglio ragionare. Per capire.


I giornali ne parlano tutti i giorni. E ovviamente non tutti i casi d’Italia sono citati. Io, l’ ho detto altre volte, abito in un paese di 5000 persone. Non è enorme, almeno di vista ci si conosce quasi tutti e quando succede qualcosa si viene a sapere in un battibaleno. Quando sono cose belle il paese si rallegra. Quando sono brutte notizie il paese si interroga. Normale. Circa due mesi fa, questo fenomeno chiamato bullismo arriva anche qui. In una prima media.

Un teppistello minaccia un altro ragazzino, gli impone di portargli tutti i giorni 10 euro o lo riempirà di botte. Il bambino vittima, terrorizzato da questo coetaneo fisicamente più grosso, mette mano ai suoi piccoli risparmi. Quali possono essere? I soldini che la nonna gli regala la domenica, i soldini del compleanno. Cose di questo genere.

Solo che il bambino teppista ha visto bene di insidiare il bambino più debole, in modo che obbedisse senza dire niente. E via. Si comincia. Ogni giorno 10 euro. Poi? Poi succede che il teppistello, per qualche motivo, perde la testa ancora più di quanto già l’abbia persa e passa alle mani. Pugni e schiaffi? No, troppo banale. Prende di peso il bambino vittima e minaccia di gettarlo dal terzo piano, tenendolo per le gambe e sistemando già parte del corpo del compagno fuori dalla finestra.

Attenzione!!! Segnalazione importante. Il tutto accade durante l’ora di lezione e davanti a un’insegnante che ha ben altro da fare piuttosto che badare a dei bambini da lei definiti “molto vivaci”.

Altra segnalazione. La mamma del bambino che ha subito queste violenze psicologiche è venuta a sapere solo in un secondo momento dell’accaduto. Il bambino non parlava più. Per giorni. E poi, la notte, ha cominciato a fare la pipì a letto. Solo dopo aver incontrato una compagnetta di classe che ha raccontato tutto, ha capito il motivo del repentino cambiamento di carattere del figlio. E ha sporto denuncia. Possiamo dire che in questo caso, il peggio è stato evitato.

Ma non è in questo modo che voglio ragionare, io voglio proprio capire i bulli. Si riconoscono subito. Sono tutti uguali. Sono quelli che a 13 anni vestono firmati dalla testa ai piedi. Sono quelli che il telefonino di ultimo grido con fotocamera e videocamera incorporata non possono non averlo.

Sono quelli che se qualcuno non è come loro, allora lo prendono di mira, lo deridono. E poi lo maltrattano. Sono quelli che la maggior parte delle volte sono figli unici cresciuti come principi. Sono i figli di quei genitori che “al mio piccolo non deve mancare niente”. Sono quelli che conta solo l’apparire. Sono quelli che “non me ne frega niente di niente”.

Sono quelli che bevono alcolici perché fa molto figo ma poi li devi riaccompagnare a casa rovinati perché non si reggono in piedi.

Sono quelli che guardano le persone come fossero tutte al di sotto del loro livello. Sono quelli che giudicano e lo fanno ad alta voce apposta per essere sentiti.

Sono quelli a cui mi rivolgo in questo momento. Perché ho voluto ragionare per conto loro. E perché ho provato a capirli.

C’è qualcuno che corrisponde alla descrizione che ho appena fatto? Voglio dirvi una cosa: SIETE DEI CAZZONI
... e leggete questa pagina relativa al bullismo ( da informagiovani-italia.com )



Oggi voglio dire la mia sulla nuova moda. La moda dei lucchetti. Quei lucchetti che sono appesi a Roma, nel palo del Ponte Milvio e che il libro e il film “Ho voglia di te” hanno fatto diventare un cult.

Da qualche settimana anche a Pisa hanno messo un palo e i ragazzini e le ragazzine vanno e mettono il loro lucchetto. Carini.

Ma adesso arrivo io a fare la guastafeste. Io, che di romantico non ho neanche la punta delle unghie dei piedi, trovo questa moda quasi dannosa. Nel senso. I lucchetti di Ponte Milvio vanno bene e voglio che continuino a esserci.

Poi so che è un’usanza che viene rispettata anche a Firenze, nel ponte vecchio, dove i lucchetti si appendono nella cancellata di un monumento dedicato allo scultore Benvenuto Cellini. E allora, se va avanti già da un po’, mi va bene anche Firenze.

Ma qualcuno faccia qualcosa per evitare  che questa moda dilaghi!!! Sono contraria all’allestimento di pali in ogni dove solo per appenderci un lucchetto con scritto “Gualtiera e Osvaldo per sempre”.

Vi prego, fermatevi!!! Sindaci di tutte le città e paesi, che non vi venga in mente di fare una cosa simile!!

Uno va bene, ma poi la situazione diventa ripetitiva e perde la sua originalità!! E diventa insopportabile! Mi diverte e allo stesso tempo mi terrorizza immaginare la medesima abitudine adibita all’interno del mio paesino. Innanzitutto il primo problema è dove appendere i lucchetti. L’unico ponte che c’è in realtà è un ponticello che passa sopra le fogne.

Romanticissimo. “Ti amo tantissimo, ma sbrigati che c’è una puzza che svengo”. In secondo luogo il ponticello sorge proprio accanto al tipico bar bettolaccia che non può mancare in ogni paese. Mentre uno appende il segno del proprio amore, dall’altro lato della strada potrebbe sentirsi il rimbombo di un’ eruttazione (la chiamo così perché sono una persona fine…) dovuto alla bevuta di una birra. Lo auguro a tutti.

Io sono talmente sfiduciata che non credo riuscirei neanche a fare un gesto del genere. Sono talmente sfiduciata che non parlo mai al futuro e sono talmente sfiduciata che evito di pronunciare le parole “per sempre”. Tralasciamo  il fatto che sono una fan degli Afterhours che cantano che  “Non c’è niente che sia per sempre”, ma ho sempre avuto un timore per quelle che chiamo certezze anticipate.

Sono favorevole anche a cambiare le formule nei matrimoni. E non mi riferisco al cambio “Io ti prendo come mio sposo” a “Io ti accolgo come mio sposo”. Quello è un cambio che poteva anche non avvenire. Io cambierei il finale della frase. Quella che dice “prometto di amarti e onorarti sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute  e nella malattia finché morte non ci separi” …mi vengono i brividi quando ai matrimoni sento pronunciare questa frase e non è di certo per l’emozione.

Ecco, io cambierei in “prometto di amarti e onorarti più che posso fino a quando mi sarà possibile”. Ecco fatto. E che ci vuole! Così è più reale che qui di “vissero per sempre felici e contenti” ci rimangono solo le principesse delle favole.

E prima di appendere un lucchetto che sta a simboleggiare una promessa eterna ci penserei 100 volte. Per poi non appendere niente, ci mancherebbe. Oppure faccio la promessa con le dita incrociate dietro la schiena. Non è un bel gesto ma mi farebbe sentire più leggera.

Poi secondo me si perde troppo il distacco tra film e realtà e si fa un mescolone tra le due cose. Ora senti gli adolescenti che sognano l’amore passionale di Gin e Step. Peccato che non esistano. Gin e Step, intendo.

Me ne rendo conto, potrei risultare particolarmente antipatica, probabilmente qualche fan del film mi starà già mandando a quel paese.

Solo in un’occasione potrei cambiare idea. Nel caso che un bel pezzo di Riccardo Scamarcio mi cada tra le braccia, allora appenderei il lucchetto nel palo e già che ci sono con una manetta mi  lego il ragazzuolo al polso, che coi tempi che corrono, e soprattutto con uno come Scamarcio, non si può mai sapere. Qui foto Riccardo Scamarcio



La festa della donna. A me non sono chiare delle cose.

Innanzitutto perché si chiama festa. Da quanto ne so nel 1908 le operaie di un’industria tessile hanno scioperato per rivendicare le pessime condizioni in cui sono costrette a lavorare. Chi le ascolta? Nessuno.

Il proprietario dell’industria, una bella personcina che sarebbe valsa la pena conoscere solo per avere il piacere di investirlo con la macchina, l’8 marzo fa chiudere le porte di uscita e fa appiccare fuoco allo stabilimento. Con 129 donne all’interno.

Che muoiono. Arse vive.

Questo è lo scopo unico di questa giornata. In seguito l’8 marzo è diventato anche simbolo delle varie rivoluzioni femministe e della posizione della donna che sempre più prendeva piede.

L’incubo risale agli anni tutto sommato recenti. Qualcuno mi chiarisca le idee. Ma come ci siamo arrivati a questo punto? Com’è possibile che con una storia talmente terribile alle spalle milioni di donne aspettano l’8 marzo per andare a vedere uno spogliarello? Io cerco anche di essere magnanima. Quando ero un po’ più piccolina andavo in pizzeria con le mie amiche a mangiare la pizza. Poi basta. Era una scusa per uscire e stare assieme alle amiche, che data fosse non era importante.

 Il giorno successivo, sentivo i racconti di altre ragazze. “E poi si è sfilato i pantaloni e gli ho infilato 10 euro nel perizoma”. E io pensavo che con 10 euro ho pagato pizza e bibita e me ne sono anche avanzati. Ma forse questo è dovuto alla mia parte un po’ più “tirchia”.

E in secondo luogo mi domandavo il perché di tutto questo. Perché la donna per sentirsi festeggiata deve andare in un locale dove ci sono gli spogliarellisti? Perché deve esaltarsi come se un ragazzo non l’avesse mai visto? Io non sono mai stata una persona così detta “alla moda”, forse alle volte sono anche un po’ bacchettona ma perdonatemi, questo evento mi provoca una tristezza infinita.

Innanzitutto perché penso al motivo per cui è nata questa giornata e perché dovrebbe essere realmente importante. E poi penso a quelle donne che sono morte. Chissà cosa pensano quando dal cielo vedono queste scene pietose. Stamattina in facoltà ho visto la foto di due ragazzi bellissimi. Due modelli di non so quale agenzia milanese sono pronti a calarsi le brache per prendere dei soldi, sia da chi li ha chiamati, sia dalle befane insaziabili che pur di toccarli svuotano il portafogli per mettere una banconota nello slip del modello.

Io non sono contraria agli spogliarelli. Nel senso che a me non danno fastidio e ognuno è libero di fare quello che vuole. Ma vi prego, non spacciate per festa della donna questo evento di assoluta tristezza. Fatelo il 9 lo spogliarello. Inventiamo una festa apposita se proprio non se ne può fare a meno. 9 marzo festa dell’uomo ignudo.

La festa (se festa vogliamo chiamarla) lasciamola tranquilla. Un mazzolino di mimose è il simbolo di questa giornata e quelle si, quelle le tollero. E le accetto pure, ma tanto a me non le regala nessuno.  E niente auguri. Tutte le donne dovrebbero sentire le 129 operaie vicine al cuore. In questo caso non vorrei gli auguri. Ma le scuse. Da parte di tutti, donne e uomini. Come? Ok, comincio io.

Chiedo scusa a tutti se questa giornata esiste, chiedo scusa a tutti coloro che a questa giornata ci credono per davvero. Chiedo scusa anche agli spogliarellisti anche se alcuni di loro sono contenti e si arrotondano lo stipendio. Chiedo scusa, anche se ovviamente non ho colpa dei fatti del 1908. Chiedo scusa per questo mondo imperfetto, chiedo scusa per tutto.

L’8 marzo sembra quasi che la donna meriti più rispetto. Dal 9 invece è la solita storia.

La festa della donna è tutti i giorni. La festa degli uomini pure.

È solo che non ce ne siamo accorti. 



In questi giorni si parla soprattutto di moda. Alta moda.

Ci sono le sfilate. Le modelle magre che sono sempre tristi e le modelle più in carne che sono sempre contente. E anche più belle.

Da anni, nel mese di gennaio si svolgono anche le sfilate di moda per bambini. Bambini che vengono selezionati da agenzie di moda e da agenti che quando vedono i bimbi hanno gli occhi a forma di banconota.

Ma in realtà i sogni di celebrità sono quelli mai realizzati dai genitori. E allora le vedi le mamme che trascinano i figlioletti per il braccio e li portano nei set fotografici, li portano alle sfilate di moda, li portano a girare le pubblicità.

Perché oltre una ipotetica fama c’è pure il guadagno, perché se il bambino di 3 anni porta a casa 1000 euro mica fanno schifo. E dire che a volte lo chiamano lavoro minorile.

Ma nessuno in quelle case di moda se ne accorge, loro rinchiusi nei loro gusci di cartapesta sanno bene che è tutto un gioco. È un gioco uguale per tutti, ma forse per alcuni un po’ di più. Perché una smorfia in più alle volte può fare la differenza.


 Prima le spiegazioni, poi partono le sfilate. Escono le bambine vestite da donna in carriera, con tailleur, valigetta e tacchi a spillo. La bambina vestita per la passeggiata pomeridiana, con maglia, minigonna e sotto la gonna i pantaloni fino al ginocchio.

E di nuovo i tacchi a spillo. La bambina che esce la notte con l’abito da sera e truccata coi cosmetici della mamma. Le bambine di 5 anni vestite provocanti, in atteggiamenti ammiccanti come una bambola Bratz e più che una sfilata sembra il materializzarsi del sogno di un pedofilo.

Tutto assolutamente regolare e lecito. Poi va a finire che i bambini non vedono l’ora di tornare a casa coi loro giocattoli mentre i genitori non fanno in tempo a uscire dalla sfilata di moda che sono già in partenza per la prossima agenzia in cerca di baby modelli.

 E poi, chissà come, tutti si preoccupano quando le adolescenti di oggi vogliono fare quasi tutte le veline.
Chiedilo alle mamme delle bambine-modelle di Pitti bimbo!



Sembra fatto apposta. L’ultima volta ho concluso dicendo che gli italiani sono tutto fuorché stinchi di santo e per evitare che venisse fuori qualche dubbio ecco puntuale l’ennesima conferma. Ho visto delle immagini incredibili.

Pensavo si trattasse di un’insurrezione popolare, di una società schiacciata da chissà quale potere, di un inizio di rivoluzione. Invece era solo per una partita di calcio. Mi girano le palle. Ma di brutto. In cinque giorni due morti per motivi che sono accumunati sotto la parola calcio. E io dico che si tratta solo di cretineria acuta.

Sono rimasta sconvolta. Le scene che sono passate ai telegiornali mi hanno ricordato le banlieu parigine e pensare che invece qui era solo per un motivo così banale come una partita di pallone mi lascia senza parole. Solo che poi vedo le immagini di chi ha creato questo scempio e le parole mi tornano, anche se solo per insultare, ovviamente.

E adesso vi prego, non tirate fuori psicologi a dire che si tratta di disagi giovanili perché non ci credo neanche un po’. Perché io sono sicura che il ragazzino minorenne col giubbotto con la firma Dolce e Gabbana grossa così, di disagio non ne ha vissuto neanche uno e forse è proprio per questo che è così stupido.

Chi vive un disagio ha ben altro cui pensare, non ci va allo stadio a lanciare bombe carta agli agenti di polizia. Chi vive un disagio non va neanche a scrivere sui muri inneggiando alla morte dell’ispettore Raciti. Provo un misto di vergogna e frustrazione. Vergogna perché queste scene agghiaccianti rimarranno nella storia dell’Italia.

Frustrazione perché gli artefici di quella specie di guerriglia sono giovani. Della mia età. E soprattutto minorenni. Bambini insomma. Quindicenni che non vedono a un palmo dai loro nasi sono pronti a fare la guerra per un derby e poi magari sono gli stessi che quando fanno i temi a scuola scrivono che sono contro la guerra.

Quindicenni cresciuti coi Pokemon che non sanno quale differenza ci sia tra il reale e l’irreale. Tra la quotidianità e il videogame. Tra la giovinezza e Mtv. I nuovi delinquenti. Vorrei sapere dei loro genitori. Dove sono. Perché perdonatemi ma un bambino di quindici anni allo stadio da solo non ci fa niente.

E quel giubbotto Dolce e Gabbana non riesco a togliermelo dagli occhi. Non riesco a non pensarci. Quel tizio è la dimostrazione di come l’ignoranza, la violenza, la crudeltà e di come tutte le cose peggiori di questo mondo possano convivere in una sola persona. Non hanno neanche pensato che le telecamere erano lì a circondarli, al massimo ci mettono tre giorni a identificarli tutti. Io rifarei fare il derby utilizzando loro come palloni. Sai che onore dare il calcio d’inizio. Che schifo.

E vogliamo parlare delle scritte apparse a Livorno e Piacenza? Ennesima dimostrazione d’ignoranza. Io non ho mai capito l’odio di molti giovani verso le forze dell’ordine. Cosa vedono quei vandali in quella divisa? Cosa vogliono comunicare? Un’offesa allo Stato? Una richiesta di anarchia? Cosa? Vorrei proprio saperlo.

Vorrei parlarci con uno di questi teppistelli da quattro soldi. Vorrei dirgli che se lo Stato non è soddisfacente è anche perché ci sono elementi come lui a complicare le cose. Invece cos’è l’anarchia dovrei spiegarglielo, perché mi sa che gli piace la parola ma ne ignora completamente il significato. Vorrei dirgli che la polizia, l’arma dei carabinieri e tutte le forze dell’ordine, altro non sono che uomini che svolgono un mestiere.

Vorrei chiedere a chi ha ucciso l’ispettore Raciti quali sensazioni prova, adesso che è diventato un assassino a tutti gli effetti. Vorrei chiedere a chi lascia le scritte sui muri che cosa hanno guadagnato, ora che la loro scemenza è palese agli occhi di tutta la Nazione.

Pensavo avessimo toccato il fondo. Stiamo cominciando a scavare.


on Monday, February 5, 2007 at 19:21:19
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citta: CORDIGNANO

nome: PAOLA

oggetto: proposta per la non violenza negli stadi

testo: Ciao sono Paola, e come tanti vorrei chiedere scusa all' Italia, poiche' gli italiani che durante la giornata migliorano o cercano di migliorare la vita per se stessi e per gli altri, attraverso la ricerca, il volontariato, il soccorso, il sorriso e la disponibilita',l'educazione, di Italiani ce ne sono molti, il problema e' che non faranno mai notizia. Fanno notizia quei disgraziati che per non passare inosservati e per non far passare  inosservata la disperazione che hanno dentro per il vuoto di ideali che si ritrovano, vanno in giro ad ammazzare i loro simili senza chiedersi il perche', ma perche' vorrei chiedere a queste persone prima di farlo a gli altri non lo fanno per se stessi, per capire cosa significa agonizzare ed essere impotenti di fronte la morte, forse ci rifletterebbero. Sono stufa della maleducazione in televisione, sono stufa della maleducazione in generale. Avrei una proposta da fare al ministro dello sport, invece di utilizzare i gas lacrimogeni x queste brave persone, provino ad utilizzare gas sonniferi di modo che tutta l'aggressivita' e il nervosismo che si e' vista in questi giorni e che ancora si vedra', perche' limportante e' fare notizia, dicevo per queste brave persone un sonnellino affinche' tutta l'aggressivita' venisse calmata glielo si potrebbe far fare. Pensa che bello tutti questi tifosi disperati accovacciati per terra a riposare come dolci bambini e noi a guardarli in tv, questo sarebbe spettacolo e finalmente un po' di silenzio. Chiedo scusa a quel poliziotto vittima dell'indifferenza dei nostri giorni.

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Io ho un rapporto particolare con la musica. La musica non è una distrazione, la musica fa parte della vita reale e aiuta molto spesso a riflettere, a far rivedere le cose in una maniera diversa da quella che ci siamo imposti. Prima stavo curiosando tra i miei cd e mi è venuta voglia di ascoltare Carmen Consoli. L’ho ascoltata Carmen e mi è venuta in mente una cosa che è successa un po’ di tempo fa.

Premessa: io Carmen Consoli la adoro. Stravedo per lei. Io so che non ci sarà mai un’altra cantante che potrà prendere il suo posto. Nonostante questo purtroppo non sono ancora riuscita a vedere un suo concerto. L’ho vista in una esibizione, alcuni anni fa. Bravissima come sempre. Esibizione breve e intensissima. Lei assieme alla sua band. La sua band che sono la sua seconda famiglia. La sua band che è formata da musicisti geniali.

Succede che a settembre Carmen e la band vengono in Sardegna. Succede che io lo so da mesi prima. Succede che voglio andarci. Succede che devo rinunciare, perché insomma, poco tempo prima sono andata una settimana a Venezia, perché sono andata a vedere i Placebo… e se non ci posso andare non è neanche tanto il caso di insistere, soprattutto se a parlare sono io che non ho un centesimo in tasca e a pagare sono quei santi dei miei genitori. Insomma, per eccesso di spese e per un minimo di giudizio che è venuto in mio soccorso, mi vedo costretta a rinunciare e senza fare storie. Come passare il giorno del concerto? Nel modo peggiore possibile, ascoltando proprio le canzoni di Carmen. Con la consapevolezza che lei non è lontana. Autoinfliggendosi.

 “Perché essere felici per una vita intera, sarebbe quasi insopportabile, forse è meglio dondolarsi tra l’estasi e la noia cercando le risposte più plausibili.”

Ecco quando la musica funge da psicologa. O anche molto meno,ecco come può rincuorare per un momento, perché a 60 chilometri da casa mia lei ci suona e io non la vado a vedere. Roba da uscirne pazzi se solo fosse successo poco tempo fa, con la cocciutaggine di qualche anno in meno e la volontà di volere tutto e subito.

Arriva più tardi la ragione e un po’ di razionalità. Sta di fatto che l’anfiteatro romano di Cagliari sarà senz’altro pieno zeppo quando arriva lei con la sua band inseparabile. E io che non ci posso andare so bene che di occasioni ne avrò altre mille, ma dopo 5 secondi esatti che ho messo su la sua musica preferisco spegnere lo stereo, non guardare i suoi cd e non sentire la sua voce anche se ne ho voglia, perché il dispiacere poi aumenta. Meglio dondolarsi in una indolore e leggerissima noia.

“Non riesco ad avere pazienza, le mie mani sudano al vento quando perdo tempo.”

Basta restare in casa a crogiolarsi, esco e non ci penso più. Non ci penso più, ma chissà cosa sta suonando Carmen adesso, quale canzone intonerà tra poco, con quale avrà aperto e con quale concluderà. Non ci penso più. Tanto la vedrò anche io prima o poi quella cantantessa con la band. Non ho motivo di dispiacermi ancora di più.

 “Già settembre poche voci distanti e un autunno distratto al di là dei vetri”

Il giorno seguente scalpitando dalla voglia di sapere com’è andata attendo impaziente il rientro di mio padre dall’ edicola, è lui l’addetto a comprare il giornale tutti i giorni. Voglio leggere una recensione, un articolo, qualunque cosa la riguardi. Finalmente arriva, prendo subito il giornale, guardo la prima pagina e mi si spezza il cuore. Incredula vado avanti nelle pagine. Non una parola dell’esibizione. Mi viene un groppo in gola. Aleggia una scritta nella prima pagina “Morte dopo il concerto”. Presa dallo sgomento scopro che l’unico ricordo che ci sarà di questa esibizione sarà un dolore terribile. Sarà solo e unicamente la morte di Leandro Misuriello, il suo fedelissimo bassista. Perché dopo l’esibizione voleva divertirsi un po’ in discoteca, assieme ai suoi compagni.

Poco lontano da lui qualcuno spreca la sua serata a ubriacarsi e non rendendosi conto del pericolo pubblico che è diventato si mette ugualmente alla guida della sua auto. Non va piano, ovviamente. Supera i 150 chilometri orari. E senza neanche rendersene conto falcia la vita di Leandro, lasciandolo lì, sull’asfalto, privo di vita.

 Io ho voluto aspettare prima di scrivere il mio pensiero su questa vicenda. Da settembre di mesi ne sono passati. Non ci ripensavo, ma mi è bastato ascoltare oggi una canzone di Carmen per farmi ribollire il sangue di rabbia. Non ho voluto parlarne subito perché mi sarei limitata a elencare una sequela di insulti per quell’ ubriaco che si è messo al volante. I mesi non mi hanno cambiata. La mia opinione su quel ragazzo che quella sera si è trasformato in mostro è sempre la stessa. Ha ucciso un ragazzo. Lui si è sbronzato e un altro ha dovuto morire per colpa sua. Deve pagare.

E dire che si tratta solo di buonsenso, non è poi così difficile.
E dire che si tratta solo di rispetto per la vita. La propria e degli altri.
Ecco cosa succede quando l’alcool preme l’acceleratore.



A volte penso che la maggior parte delle persone sbagli proprio il lavoro.

Non per loro volontà. Mi spiego meglio. Dato che ormai è più di un anno che quando viaggio prendo sempre la nave vorrei sapere come mai tutto il personale di bordo sia arrivato a questa scelta.

Pochi giorni fa ne ho avuto nuovamente la conferma, sono tornata a casa e ho avuto il piacere di passare delle ore in compagnia di queste persone.

Mi domando come sia possibile che tutti loro siano dei cabarettisti mancati. Giuro che è così. Solo l’idea di passare 10 ore in una nave può spaventare …cosa puoi fare in tutto questo tempo?

Le prime volte mi prendevo un libro, leggevo le prime pagine e poi basta. Secondo me il mezzo di trasporto adatto alla lettura è il treno, non la nave.

Poi mi compravo un giornale ma in mezz’ora era finito. Lo sfogliavo e lo risfogliavo, sapevo tutti i programmi televisivi della settimana a memoria. Poi sono passata ai cruciverba. Peccato che sia una frana completa, una rivista di cruciverba mi basta e avanza per minimo 7 viaggi.

 Telefono pure alla mia mamma per farmi dare le risposte alle volte. Per dire l’abilità. Comunque, va sempre a finire che poi qualcuno del personale ne dice o ne combina qualcuna che il tutto si trasforma in uno spettacolo comico.

Il cassiere del bar è un pettegolo e si piazza vicino alle scale mobili per  vedere chi arriva e il barista è costretto a chiamarlo ogni 3 minuti perché si forma una fila da paura. Io che ho sempre il posto in passaggio ponte e mi rifugio nel bar, ho una visione completa di tutto. Alle volte capita che il personale, quando non ha nulla da fare si ferma a chiacchierare coi passeggeri.

Ne avrò conosciuto una ventina in un anno. E notare il metodo di avvicinamento. Una volta mi ero incantata al soffitto. Stavo guardando le luci. E poi mi sento una voce “Guarda questa che per tentare di dormire al posto delle pecore conta le luci del soffitto!!”… la fantasia non manca di certo. Poi ha cominciato a parlare con me, a chiedermi cosa faccio nella vita e quando gli ho detto che sono iscritta alla facoltà di lettere ha risposto prontamente “Certo, per fare la letterina da grande??

Trovata, questa conta le luci del soffitto e vuole fare la letterina!”. Io che non ho proprio la battuta pronta sorrido in silenzio e penso “Ma quando scendiamo da ‘sta nave?”… una volta invece stavo partendo.

Premessa: quando mi sposto da casa sembra che stia partendo a fare la guerra. Solo per far capire con quale reazione dignitosa supero il distacco. In macchina sono già in lacrime e salgo in nave che ho sempre gli occhi gonfi da fare paura. L’addetto al controllo dei biglietti vedendomi in questo stato commenta “La vedo stanca…cerchi di dormire”.

Effettivamente la nottata l’avevo passata a dormire qualche ora e gli occhi hanno fatto a tempo a sgonfiarsi. Al momento di scendere lo stesso addetto era sempre lì e quando mi ha rivisto ha commentato “Già meglio…si vede che ha dormito!”.

Un viaggio in nave diventa tutte le volte un’avventura. A settembre, mentre tornavo in Sardegna mi viene una incontrollabile voglia di gelato. Mi dirigo alla cassa, pago il gelato e poi vado nel bar. Il barista, giovane, carino e parecchio spiritoso, mi guarda e mi dice gentilmente “Posso aiutarti?”. Io, ignara di ciò che poteva succedere rispondo incurante “Si…un cucciolone” riferendomi ovviamente al famoso gelato. Lui mi guarda, mi sorride ed esclama “Un cucciolone? Come me… prendimi allora!! Mangiami!!”

Anche lì ho sorriso ma in cuor mio pensavo “Datemi una scialuppa di salvataggio, ritorno a casa nella barchetta a remi!!”. Il barista va a prendere il gelato e me lo porge dicendomi “Tieni cucciolona”… di certo non mi annoio mai in nave.

L’ultima volta invece, pochi giorni fa, mi metto in fila per salire in nave, ero l’ultima. L’addetto mi guarda e dice “Lei è l’ultima!!” “Così sembrerebbe…probabilmente non troverò mai un posto!” “Non si preoccupi, vada nel bar e dica che la mando io!”. Per fortuna il bar non è pieno di gente e trovo un angolo dove sistemarmi senza dichiarare la mia raccomandazione. Al momento di scendere ritrovo il solito addetto e commenta “L’ ha trovato il posto? E’ stata fortunata, non c’era tanta gente, ma in ogni caso aveva la mia raccomandazione! Arrivederci e buon Natale!!”.

Sorrido di nuovo. E ricambio. Buon Natale. e Buon Anno A tutti.


brian molko
Si, lo devo ammettere. Sono una persona incontentabile. Ma solo per quanto riguarda la musica.

E già. A luglio sono andata a vedere i Placebo a Lucca, ricordate? Ebbene, non contenta, il 25 novembre, sono andata a Jesolo a rivederli.

Una mia carissima amica mi ha ospitato a casa sua per qualche giorno e così non abbiamo mancato il nostro appuntamento. E il giorno successivo sono pure andata a Faenza al meeting delle etichette indipendenti. Si insomma, un’incontentabile, non c’è altra definizione.

I Placebo sono stati meravigliosi come sempre!!! Un concerto fantastico, quasi due ore di musica per 18 canzoni. Adrenalina sempre più presente. Io i Placebo li ho conosciuti quando avevo 15 anni. Otto anni fa. Come passa il tempo.

Mi ricordo benissimo. Avevo visto una foto su una rivista musicale e poi un video. È stato amore a prima vista. Non pensavo che a loro, sognavo a occhi aperti il momento in cui li avrei visti dal vivo, desiderio avveratosi 4 anni dopo, in quel di Milano.

Dopo 3 anni, cioè nel corrente anno 2006, il bis. A luglio, a Lucca. Stupendo. Mezzo mondo sapeva dov’ero perché nell’attesa non ho fatto altro che mandare messaggi per avvisare tutti del mio stato d’animo.

Poi non ho più calcolato nessuno fino alla fine del concerto. Esattamente 4 mesi dopo ho fatto la stessa cosa a Jesolo. Dato che l’inizio del concerto era previsto per le 21 e io e la mia amica eravamo in postazione dalle 15.30, ho avuto modo di vedere e fare la mia solita analisi personale del pubblico che mi circondava.

È una cosa che faccio sempre, mi diverte moltissimo immaginare come possano essere le persone, sia quelle che conosco poco, sia quelle che non conosco per niente. Una miriade di ragazzetti truccati come Brian Molko, ma la loro giovane età li penalizzava e più che ricordare i Placebo ricordavano i Finley.

Tanti miei coetanei e tanti ragazzi un po’ più grandi di me. All’apertura dei cancelli accanto a me c’era una donna che avrà avuto una quarantina d’anni. Appassionata di musica, un carattere molto estroso e molto particolare. Ci ho scambiato qualche parola, mi ha detto di essere una pittrice. Non mi ha stupito affatto. Quando si dice “le physique du rol”.

Dopo essermi appollaiata alla transenna ovviamente in prima fila vedo avvicinarsi un uomo. Anche lui sulla quarantina. Si avvicina e chiama uno di quegli omoni della sicurezza. Questo si accosta e lui comincia a parlare: “Lo vedi quel ragazzino là? Appoggiato alla transenna? Ti chiedo un favore enorme…potresti dargli un’occhiata? È mio figlio…ha 13 anni ed è il suo primo concerto… ho una fifa!!!”. Mi ha fatto una tenerezza immensa.

Per vedere contento suo figlio è stato disposto ad accompagnarlo a un concerto dei Placebo. I Placebo, che non sono di certo il massimo della tranquillità. Mica siamo seduti a vedere l’ultimo atto della Tosca, qui sei in mezzo a migliaia di persone (ottomila, per la cronaca) che zompano, saltellano, strillano e si esaltano. Me compresa naturalmente. Questo padre di famiglia ha tutta la mia stima e approvazione.

Per due motivi. Il primo è che è andato a vedere i Placebo e questo non può avergli fatto che del bene. Ha realizzato il sogno del suo figliolo tredicenne. Il secondo motivo è molto più personale. Seguendo la retorica avrei potuto concludere scrivendo “avercelo un padre così”. Ebbene, anche volendo io non posso assolutamente scrivere una cosa del genere.

Io ce l’ho un padre così. Mio padre si è speso un patrimonio per rendermi sempre felice, anche viziandomi, ma poco, il giusto. Mio padre è venuto con me al concerto dei Bluvertigo e al concerto de Le Vibrazioni. E ha pure fatto amicizia coi musicisti. Ha sempre avuto una faccia tosta che io, almeno in parte, sto cercando di apprendere.

Mi ha fatto pensare l’episodio del padre al concerto dei Placebo, mi ha fatto pensare al mio babbo, che mi manca tanto perché è un mese che non lo vedo e perché gli voglio un bene pazzesco, anche se glielo dico raramente. Mi ha fatto pensare a quando avevo 15 anni e la mia passione per la musica rock stava nascendo.

Quando chiacchierando con altre persone mi chiedevano sempre “ma come ascolti Marilyn Manson…e tuo padre che ne pensa?” oppure quando ho tinto i capelli rosso fuoco e tutti a domandare quale sarebbe stata la reazione di mio padre. Io non ho la più pallida idea di cosa sia un padre padrone.

Ma so talmente bene che cosa significhi avere una persona sempre accanto che si preoccupa per te senza farti pesare niente, so cosa significa avere una persona disposta a fare le 3 della mattina, pur di vederti contenta e accompagnarti a Cagliari a un concerto rock.

E anche se alle volte si fa prendere dal panico e trasmette in giro un po’ di paura io il mio babbo non lo cambierei mai con nessuno al mondo.

Non l’ho mai detto. Grazie bà!



Eh no, anche io voglio parlarne!! Ora che il caso della calda professoressa di matematica è sulla bocca di tutti, posso mica evitare di metterci becco? Ma naturalmente no!

E allora posso dare il via libera ai miei pensieri!! Dunque. Appena ho sentito la notizia il mio primo commento è stato “Ma che diavolo le è preso?”. Però a commentare a caldo ci si lascia trasportare dalla foga e quindi è meglio rifletterci su e poi commentare.

Ora che è passato qualche giorno mi sento in grado di farlo e il mio pensiero è : “Ma che diavolo le è preso?”. Si, devo dire la verità, non è cambiato assolutamente niente nella mia capoccia.

Per altro mi metto nei panni dell’insegnante di ginnastica che ha aperto la porta beccando la prof in atteggiamenti inequivocabili e i 5 alunni probabilmente con la bava alla bocca, non mi stupirebbe.

Punto numero uno: la furbizia non è proprio la caratteristica principale dell’insegnante. Poteva inventarsi diecimila piani per giungere allo stesso obbiettivo. Che so, una lezione privata a casa sua, la prima che mi viene in mente. Così nessuno avrebbe saputo niente e se è vero che i ragazzini non avrebbero comunque aperto bocca lei avrebbe potuto salvare parte dell’apparente buona reputazione.

Ma forse l’ambiente scolastico è più accattivante e la nostra non ha saputo resistere. Punto numero due: oggi è uscita un’intervista dell’insegnante. Dice che le cose non sono come sembrano (questa l’ho già sentita) e che la classe dove insegnava era molto violenta, erano in realtà i ragazzi a costringerla.

Certamente. E gli asini volano e gli ippopotami parlano. E se ti chiedevano di buttarti da un ponte? Che facevi? L’avresti fatto, secondo il tuo modo di pensare. Comunque. Anche se alle volte mi diverto tanto a spargere i miei pensieri al veleno, faccio finta di tenere conto di questa ipotesi.

Cara professoressa, a parte che nel leggere le tue parole sento un leggerissimo profumo di presa per il culo, ma sei proprio sicura che non avevi alternativa e non potevi far altro che sottostare alle richieste di tre ragazzetti?? No perché sai, io non è che ci creda granché.

Diciamo che se tu sei un’insegnante e i tuoi alunni ti fanno esasperare, puoi andare dritta dritta dal preside e pensa un po’, puoi anche sospenderli, così te li levi dalle balle. Non mi sembra una soluzione così difficile.

La nostra ha anche affermato che gli studenti la picchiavano e le lanciavano le penne. Cara prof, io continuo a pensare che la furbizia non sia stata trasmessa nei tuoi geni ma neanche per sbaglio. Se una qualunque persona ti picchia vai dritta dai carabinieri e se ti lanciano le penne ne prendi una e…lo vedi quel libro che c’è in cattedra? Si chiama registro di classe. Tutti gli alunni lo temono, perché lì puoi scriverci le note e le sospensioni… oooooh e chi mai l’avrebbe pensato?? Incredibile!!!

Professoressa, se dicevi da subito che tu e gli alunni eravate consenzienti facevi una figura molto più dignitosa, credimi. Quello che mi incuriosisce è cosa ti attragga di quegli studenti. Si sa insomma, a 13 anni non è che si sia ancora dei marcantoni. Forse ti attraeva l’ascella pezzata? O forse l’acne giovanile? Il gioco della bottiglia? Non lo so profia, però se vuoi illuminarmi, scrivimi pure.

In ogni caso, so che ti sei rifugiata in un paesino ospite di amici, dove tutti ma proprio tutti stanno dalla tua parte. Spero sia davvero così e se è vero quello che dici aspetto che la tua verità possa essere presto confermata per farti uscire da questo periodo che definirei da incubo, in tutti i casi, che tu sia colpevole oppure no.

L’ho detto anche prima, mi diverto molto a esporre i miei pensieri avvelenati, ma so bene che non posso eleggermi a giudice in nessun caso.

La voglia di happy ending mi fa sperare in un colpo di scena, sapere magari che è vero che ti davano il tormento e ammettere nel caso che un po’ pappamolle lo sei.

Se ti penso adesso vedo comunque una donna in difficoltà e basta.

Penso che tutti abbiamo il diritto a una seconda possibilità, anche a una terza a volte. Ma mi dispiace, non riesco proprio a capirti, né a giustificarti, né a crederti. Penso che tu sia colpevole e anche se quei bambinetti ti hanno costretto, forse dovresti fare un bel corso di autostima e evitare che il primo pollo che ti passa davanti ti metta i piedi in testa.

Anche se non credo a una parola di quello che dici, tieni duro lo stesso, se hai ragione sarò la prima a porgerti le mie scuse. Se invece non hai ragione, come penso io, mi limiterò a non dire niente, neanche a dire “l’avevo detto io” e devo dire che mi costerebbe molta fatica.

Che altro dire? Niente. Qualunque sia il verdetto siamo davanti a una persona in crisi.

Buona fortuna. Qui altra Opinione



Se c’è una cosa che non sopporto sono le persone che vivono con la fissazione che “l’erba del vicino è sempre la più verde”.

Che sputano sul posto dove sono nati e sperano un giorno di andarsene e non tornare mai più. Di solito il 90% di queste persone ti gonfiano la testa dei loro turbamenti e poi se ne tornano a casa loro perché la mamma ha avvisato che la cena è pronta.

E il giorno dopo li rivedi e a volte riparte la solfa. Oppure la piantano, significa che il giorno precedente forse si erano alzati col piede sbagliato.

Sta di fatto che non fanno neanche mezzo metro per allontanarsi, con la scusante che non hanno un posto dove andare o dei soldi in tasca, perché credono che sia solo questo che ci voglia per lasciare il luogo dove hai passato tutta la vita.

Sono sempre lì, a lamentarsi ancora un po’. E saranno sempre lì.

Poi ci sono quelli che hanno un po’ più coraggio e se ne vanno. Niente da ridire, anche io sono fuori dalla mia bella regione.

Ma una certa fazione di persone si trova talmente bene nella loro nuova residenza, ma talmente bene che non sanno fare altro che mandare messaggi a destra e a sinistra per dirti che il loro nuovo habitat è bellissimo e che il paese o la città in cui sono nati fa schifo.

Ve lo giuro, è successo pure a me. Pochi giorni fa. E io nutro sempre e solo un pensiero. Tu puoi avere tutte le idee che vuoi. È ovvio che sia così. Ma perché non te le tieni per te e la smetti di stracciarmi le palle?

Voglio dire, se è vero che sei andato a vivere in un posto paradisiaco, goditi ‘sto posto e smettila di perdere tempo a mandare messaggi, soprattutto a me.  Invece no. Continuano i nuovi vagabondi e se per caso ti viene da dissentire sono pronti a dirti che stai sbagliando…per due esperienze che hanno fatto adesso sono anche in grado di darti lezioni di vita, gratuitamente.

Che fortuna. Io penso che più che un problema fisico, che riguarda il luogo in cui sei situato, sia un problema mentale,il tuo, perché se non riesci ad avere uno straccio di pace con te stesso, allora puoi anche trasferirti nel posto più fantastico e divertente di questo mondo, che tanto qualcosa che non va la trovi ugualmente.

Anche io sono lontana dalla mia regione. Ce ne sono tante di differenze dalla mia isola e dal resto della penisola. Io la amo la Sardegna, lo so che ha tanti problemi e per questo, la amo ancora di più. Perché solo questo posso fare.

I casi di cui ho parlato rappresentano i luoghi comuni di alcuni miei corregionali. E io sono sempre convinta di una cosa. I limiti che queste persone trovano nella Sardegna, altro non sono che i limiti presenti nel loro cervello.

Vuoi andartene? Bene, buon viaggio. Scegli. Nave o aereo? Mandami una cartolina appena arrivi. E tu, te ne sei andato? Sei contento? Bene, allora goditi la tua nuova vita e risparmiati tempo e denaro, che tanto poco me ne importa di sentire i tuoi rancori verso un posto che per altro ti ha dato la vita. Smettila di criticare la tua regione e i tuoi conterranei, quindi anche me, e non rompere.

Scusate, ma sono categorica. Non sopporto quelli che per un giorno che fanno una nuova esperienza si sentono già pieni di conoscenza e dispensano i loro consigli. Le stesse persone che se un giorno dovessero trovarsi in difficoltà non chiederanno mai aiuto per non fare brutta figura.

Perché le incontriamo tutti le difficoltà e le cose vanno sempre come vogliono loro, anche se prendi delle decisioni importanti.

Io una cosa penso. Ognuno è padrone di vivere come e dove gli pare, ma un minimo di riconoscenza verso il luogo che l’ha visto nascere e crescere, secondo me, dovrebbe averla.



Stamattina mentre passeggiavo per il paese sono passata davanti alla scuola media. Si svolgeva l’ora di educazione fisica.

Quell’ora lì, non dico tanto alle scuole medie quanto alle scuole superiori, io la odiavo profondamente. Perché alle scuole superiori c’era sempre un sacco di gente che gironzolava per la palestra e più che un’ora di lezione sembrava il saggio della fine dell’anno scolastico.

Anche le reazioni erano più o meno le stesse. Risate, principalmente. In questo momento mi sento di scendere in campo, ovviamente solo metaforicamente parlando.

Mi sento di difendere a spada tratta tutte le persone che temevano l’ora di educazione fisica. E se penso alla sola percentuale di individui che nella mia classe si nascondeva dietro i materassi per evitare le prove in questione, devono essere davvero tante.

Quando andavo a scuola notavo che in educazione fisica si divertivano solo quelli che volevano mettersi in mostra e che quindi avevano una forte sicurezza in sé stessi.

Io prima di fare un’ora di educazione fisica avrei avuto più che altro bisogno di una seduta di psicoanalisi. Principalmente non concepivo il fatto che tutti dovessero andare bene in quella materia.


Ho cominciato a divertirmi solo quando ho smesso di farla, perché avevo dei problemi alla schiena e per 5 anni ho dovuto tenere il busto. Così facevo solo le cose tranquille che mi piacevano. Corsa, principalmente. Niente cavallina con triplo salto mortale, niente spaccata in aria, niente di queste acrobazie.

Per queste cose ci vogliono dei talenti naturali e io ne ho visto uno. Altro che prendere la sufficienza, quella che ho visto io può tranquillamente insegnare a chiunque, compresa la mia ex insegnante che veniva sempre in tacchi alti e a parte sedersi non faceva mai un tubo.

Beh, non l’ ho vista dal vivo, l’ ho vista in televisione e mi è venuta la pelle d’oca. Parliamoci chiaro, prima d’ora non avevo mai sentito parlare di Vanessa Ferrari. Poi l’ ho vista. Quella non è un’atleta, quella è una ragazza volante. Sono rimasta ammutolita a guardarla e mi ha stupito la sua serietà quando era sul podio con la medaglia d’oro.

Aveva un viso così pulito, così bello, con l’espressione di chi sa di aver vinto una cosa importante ma non ha intenzione di vantarsene. Ha accennato un sorriso e basta.

Le ho guardate un sacco di volte quelle immagini stupende e il fatto che questa atleta abbia solo 16 anni rende tutto ancora più bello. Ieri ho anche sentito una sua intervista, le hanno chiesto che cosa provava ad essere la campionessa mondiale di ginnastica artistica.

Ha detto che ne era felice, ma che ormai era una cosa finita. Mi è venuta nuovamente la pelle d’oca. Aveva gli occhi bassi e le sue risposte al cronista erano quasi sussurrate. Sapere della bravura di Vanessa mi rende felice e ancora di più mi rende felice sapere che ci siano ragazze così giovani al di fuori di ogni stereotipo giovanile.

Una sedicenne che pensa allo sport e che vuole apparire solo per questo. Che devia l’indiscrezione delle telecamere abbassando gli occhi e che esprime la sua gioia in un semplicissimo sorriso, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.

E io che voglio farmi paladina di tutte le imbranate come me che a scuola, l’educazione fisica la evitavano proprio, non posso che ridere ricordando le parole della mia ex insegnante che inneggiava dall’alto della sua scrivania alla semplicità di tutte quelle acrobazie che descriveva e che pretendeva da noi impacciate.

E guardo la semplicità di Vanessa, guardo il suo talento e sono felice che esistano persone così.
Credo che di atlete e di persone come lei ce ne siano molto poche. Dopo aver vinto ha dichiarato che il suo desiderio è quello di avere una palestra attrezzata dove potersi allenare. E qui,  chi doveva saperlo e pensarci prima, dovrebbe rabbrividire nel vedere dove questa ragazza si allena. Un posto orribile.

Per un’atleta così ci vogliono gli applausi. E per una persona così ce ne vogliono ancora di più.

Vai Vanessa, che tutti noi, imbranati e non, facciamo il tifo per te. Nello sport e nella vita.
Non cambiare mai, resta sempre così



O Signore! Ci hanno scomunicato Milingo. E adesso?

E adesso aspettiamo che fondi la sua chiesa di preti sposati e appena questa comincerà a prendere piede vedi come lo ricomunicano di tutta fretta.

No perché qui, c’è qualcosa che non mi torna. Io sempre mi sono chiesta “ma perché i preti non si possono sposare?”. No perché così possono aiutarti pure di più, perché sanno bene quali sono le situazioni familiari. E invece no.

Loro non possono. E quindi sono sempre cresciuta sapendo che doveva essere così ma senza saperne il motivo. E ho smesso di pensarci. Per un po’ di tempo. Per l’esattezza fino a quando in Italia non è arrivato il telefilm americano “Settimo cielo”.

E mi è rivenuto il pallino del prete sposato. E tutti a dire che la dipendenza televisiva fa sempre male. Non è vero. Se ci si sta bene attenti, dalla tv si possono imparare anche molte cose, anche se all’apparenza non sembra affatto.

Comunque. Non dico che “Settimo cielo” sia assolutamente da non perdere ma a me l’idea di questo pastore con 5 figli (aumentati a 7 con l’andare avanti delle serie girate) piaceva eccome. Tanto di cappello al reverendo Candem. E ho così continuato a domandarmi perché i preti non possono avere una moglie con cui confidarsi e condividere tutto.

Dopotutto sono uomini anche loro. Anche i Santi erano sposati, pure gli apostoli. E Gesù era fidanzato. Con Maria Maddalena. Io ci credo a questo fidanzamento. Cosa c’è di male? Gesù era un ragazzo, senz’altro speciale, ma perché non poteva amare nessuno ?

E poi ce lo descrivono sempre come un ragazzo bellissimo. Alto, biondo, occhi chiari. Praticamente Brad Pitt in “Vento di passione”.  Da qui viene anche il detto “un figo della madonna”. No dai, questa è una mia cavolata.

Torno seria. Io non capisco perché Gesù non potesse amare una ragazza. Non capisco proprio lo scandalo che hanno voluto creare intorno quando di scandaloso non c’è proprio niente. Io che mi ritengo credente (a modo mio), non mi sento né offesa, né tanto meno delusa dal fatto che anche Gesù potesse avere una fidanzata.

Non ci hanno sempre insegnato che è uno di noi? Questo lo rende ancora più vicino a noi. Come noi, ma decisamente venuto meglio. Un essere all’apparenza umano che raccoglie tutto l’amore e la bontà di cui il mondo attuale è sprovvisto, comprese le persone che si ritengono più vicine a Dio e non fanno altro che puntare il dito contro chi è diverso da noi.

Contro chi ha una religione differente. “Credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male”, cantava Fabrizio de Andrè nella canzone “Il testamento di Tito”.

Io Gesù lo vivo come se fosse un amico. Gli racconto tutto. E lui mi aiuta, anche se io sono testarda e pure un po’ lenta, quindi non è che ci arrivo subito. Però lui è sempre lì e penso che ne abbia di cose più importanti da fare!!

Ce l’ hanno insegnato che è una persona buona e io è proprio così che lo vedo. E’ facile sputare sentenza da qui, senza vedere mai cosa c’è dietro alle cose. Lui invece lo sa ed è vicino ai buoni. Dopotutto la prima cosa che lui ha insegnato è stata quella di amare il prossimo tuo come te stesso.

Altro che scomunica. Qui mi sa che l’unico a voler mettere in atto questo insegnamento è proprio Milingo.

Vai Mili che sei tutti noi.


foto bebe
E anche questa estate è finita. Un' estate un po' strana a dire il vero, almeno per la sottoscritta ... e già, perché a giugno sono riuscita a prendermi la tonsillite.

A fine luglio, pure. Mentre tutti andavano al mare io ero pronta a farmi di antibiotici. Mentre tutti uscivano sbracciati io... beh, era meglio che avessi sempre un foulard da mettere attorno al collo. Cosa rimane di questa estate?

Beh, ovviamente i ricordi di tutte le giornate in spiaggia, il costume da bagno ancora in giro, perché è vero che il 21 settembre è passato, ma essendo sarda, per me questa data non è poi così precisa e la bella stagione, almeno nella mia isola, può andare avanti a oltranza.

E poi ci rimane quello che ci propinano come tormentone estivo. Alt. Un momento.

Se gli anni scorsi incoronavano le hit estive, con le frasette in rima che, diciamocela tutta, un senso non ce l'avevano, se le canzoni del capitan uncino erano talmente poco impegnative e quindi così adatte per la stagione, quest'anno la musica cambia, in tutti i sensi.

Con sommo sbigottimento ho sentito incoronare come tormentone dell'estate la canzone "Malo", della cantante spagnola Bebe. Ma certo. "Sei apparso in una notte fredda con una puzza di tabacco putrido e gin" "il mio bel viso da bambina carina è invecchiato nel silenzio, ogni volta che mi dici puttana" e sopratutto "una volta ancora, no amore mio per favore,non gridare che i bambini dormono".

Mi sembrano proprio le frasi più adatte per fare di questa canzone un tormentone estivo. La più adatta per essere utilizzata come suoneria, dove nel cellulare ti appare l'immagine di una coniglietta che prende le botte da un coniglietto, come ci mostrano in una pubblicità. Io mi chiedo una cosa. Innanzitutto chi è che decide quando una canzone diventa un tormentone e che caratteristiche deve avere un tormentone.

No, perché io non ci voglio credere che nessuno abbia fatto caso all'importanza di questo testo e penso che la stessa autrice non volesse arrivare semplicemente a finire come suoneria nel cellulare di qualcuno. Finalmente una cantante è riuscita a descrivere la drammatica situazione in cui tante, troppe donne si trovano al giorno d'oggi e questi cosa fanno?

La etichettano come bel tormentone estivo del 2006 e chi si è visto si è visto. Finisce così. Tanto si sa che al 90% chi lancia un tormentone dura solo il tempo di una stagione. Tre mesi. Fino a poco tempo fa era dj Francesco il re incontrastato della stupidaggine estiva. Adesso anche lui si è convertito e ha pure la pretesa di passare come cantautore serio.

Da poco ha dichiarato che nel ruolo di dj Francesco, e quindi di elemento dall'intelligenza assai discutibile, non si divertiva più. Le cose da fare erano due. O smettere o cambiare. Ha optato per la seconda scelta. Maledizione. Per poco non ci sbarazzavamo di lui, un vero peccato.

E quindi dj Francesco, adesso si scrive un testo, si mette la giacca e la cravatta da vero signore e ci canta le sue cazzate che anziché essere dance sono melodiche e la povera spagnola Bebe, la finisce a marcire nella suoneria di un cellulare.
Il mondo è veramente ingiusto.

Malo malo malo, tonto tonto tonto. Qui testo, traduzione e Foto



Ho fatto un viaggio nel tempo. Beh,non proprio a dire il vero. Non sono salita su una macchina del tempo, non sono finita in chissà quale anno ma è come se lo fosse stato.

Un po’ di tempo fa sono andata a Venezia. Ho avuto degli impegni e non sono potuta scendere subito a casa in Sardegna come mio solito, così ho deciso di fare una vacanzina a andare a trovare Elisa, una delle mie cugine sparse per l’Italia. Non tornavo a Venezia da tre anni.

Ed è stato questo il mio viaggio nel tempo, tornare indietro di tre anni tramite la permanenza in una città. Mi ha fatto bene e ho pensato molto a quante cose sono cambiate in questi anni. In principale modo a come sono cambiata io.

Non ho subìto molte trasformazioni, mi sono solo rilassata. La prima constatazione è stata quella di avere la consapevolezza di dover girare da sola in una città che non conosco, dopo 3 anni non mi ricordavo niente.

E già, perché per impegni di lavoro Elisa non poteva venirmi a prendere. Così, armata di un semplice foglietto con le istruzioni scritte a penna per arrivare dalla stazione alla casa di mia cugina ho snobbato il mio inesistente senso dell’orientamento e ho fatto la turista dall’inizio. Tre anni fa avrei aspettato alla stazione, probabilmente anche per due giorni.

Questo solo per descrivere la fiducia in me stessa e la sicurezza che mi contraddistingueva. Esco dalla stazione, una bellissima giornata di sole. Ogni volta che vedo Venezia mi dà l’impressione di finire tra le pagine di un libro. In un romanzo, ai tempi di Casanova. Una sensazione stupenda.

Comincio a camminare cercando la mia destinazione, sono tranquilla, passo dopo passo comincio a sentire una punta di autostima che si fa spazio. E tutto questo perché giro da sola in una città . Mi accontento di poco. Si tratta solo di leggere i nomi delle strade, quello lo so fare dalla prima elementare. Così arrivo a casa di mia cugina in piena tranquillità.

Lei mi raggiunge subito dopo, ci salutiamo e la giornata passa tra chiacchierate e qualche giro. Dopo due giorni incontro una mia amica di Padova. Tempo fa non credevo che il magico mondo di internet potesse creare qualcosa di reale. Col tempo ho cambiato idea. E ho incontrato un’amica che ho conosciuto…proprio tramite internet. E chiamalo virtuale!

Ci saranno i computer di mezzo, ma a scrivere ci sono delle persone vere!!! Assieme a questa mia amica che si chiama Lisa abbiamo gironzolato per Venezia e le sue 47000 stradine, perdendoci innumerevoli volte. Per fortuna assieme a noi c’era anche un’altra ragazza, Giada, che delle tre era quella col maggiore senso dell’orientamento.

Il giorno dopo, mia cugina Elisa doveva lavorare tutto il pomeriggio. Allora, con un’invidiabile sicurezza, prendo la solenne decisione di uscire da sola. “Faccio un pezzo dello stesso percorso di ieri, così sono sicura di non perdermi”. Cammino cammino, mi guardo attorno, compro dei souvenir. Un pupazzetto con la maglia di Venezia per mio cuginetto di un anno, una maglietta con le gondole per mio nipotino di 6 mesi e ovviamente, l’immancabile gondola per la mia mamma.

Si lo so, pensate pure quello che volete, non ho mai avuto molta fantasia per queste cose. E neanche per le cartoline. Ne ho mandate 6 e ho scritto in tutte “Ciao da Venezia” e basta. Senza contare il fatto che le ho spedite dopo diversi giorni, cinque minuti prima di salire sul treno per rientrare, come una perfetta cretina. Ma tanto è il pensiero che conta.

Comunque. Stavo parlando della mia passeggiata solitaria. Sempre in compagnia della mia invidiabile sicurezza, dopo essermi accorta che era ora di rientrare, faccio dietro front e prendo la strada verso casa. Sempre tranquilla. Ed è così che mi sono persa. Mi trovo in una stradina larga dieci centimetri, mai vista prima e che nel caso, difficilmente avrei potuto dimenticare.

Niente panico. Basta tornare indietro e riprendere l’altra strada. Ma dato che le strade sono appunto 47000 e dato che il mio senso dell’orientamento fa schifo, mi assalgono mille dubbi, fino a che non mi ritrovo a un passo dall’arrendevole decisione di chiedere informazioni al primo essere umano che mi capitasse davanti. Ma il mio orgoglio si fa avanti ancora una volta.

“Eh no” mi ripeto “a costo di metterci sette ore ma ci arrivo da sola”. È stato tutto molto meno drammatico. In dieci minuti ho ritrovato la strada ed è stato facile ritrovare la giusta via.

Tre anni fa mi sarebbero venute dieci crisi di panico in un minuto, per un fatto del genere. Adesso invece, non mi ha fatto un baffo.

Forse sono come il vino, più vado avanti, più miglioro.

Penso che se un giorno avrò bisogno di una psicanalisi andrò da un sommelier.



25 luglio 2006.

Ore 0.00. Primo pensiero. Ci siamo. E’ il 25 luglio. Questo 25 luglio, è tanto che lo aspetti. Una data del genere per te è importante e anche se riguarda direttamente delle persone che non conosci direttamente, tu non vedi l’ora di ritrovartele davanti. È una data che aspetti generalmente da 3 anni. E invece, precisamente, da 3 settimane.

Ore 2.00. Impossibile dormire. O se non impossibile, molto difficile. Perché hai gli occhi spalancati e stai sognando lo stesso e non sai più se sia meglio chiuderli e sforzarsi di dormire o sia meglio lasciarli aperti, tanto il sogno si realizza lo stesso.

Ore 08.00. dopo una nottata di innumerevoli risvegli, tanto vale alzarsi. Accendi il cellulare e ti scrive la tua amica Lisa, poche parole. “Dai Sara, è il grande giorno!!!”…oddio…è davvero il grande giorno… poco più di 12 ore e loro saranno davanti a te, dopo 3 anni. E loro suoneranno anche per te. L’emozione è alta eppure, come ti hanno sempre detto, è solo un concerto. Solo.

E’ la seconda volta che vedo i Placebo. E ora che ci siamo, non ci credo ancora. Guardo il cielo, nuvoloso. Non mi intimorisce. Tipico preparativo a una leggerissima pioggia pomeridiana. Quella che dura 15 minuti e dopo, è come se mai fosse piovuto, più caldo di prima. Questa giornata sembra di una lentezza impressionante, mattinata lenta, pomeriggio ancora di più e sembrano diecimila quelle ore che mi separano dalla prima tappa che mi porterà da loro.

Ore 17.30. E finalmente. Treno per Lucca. Alla stazione incontro la mia amica Leda, costretta con la forza a venire con me. Riconosco la mia totale assenza di buona compagnia, ma chilometro dopo chilometro il cuore mi batte sempre più forte, fino a bloccare la voce e i pensieri. Manca sempre meno. Tengo il biglietto d’ingresso in mano. Lo scruto a fondo. 25 luglio, è oggi. Lucca. Ci sto arrivando. Piazza Napoleone. Ti trovo in un baleno.

Ore 18.30. Destinazione raggiunta. Lucca è bella, è molto bella. Ma passo dopo passo sono totalmente guidata dai suoni che dalla piazza ricoprono tutta la città. La musica, è lei. La voce, è la sua. Rullata di batteria. Sono loro. E’ il soundcheck. Piazza Napoleone è vicinissima, in men che non si dica mi ritrovo in mezzo a una fila, con gente di tutte le varietà. Cloni artefatti di Brian Molko, abbigliamenti decisamente eccessivi, con abbinamenti di capi assolutamente di dubbio gusto. Sono la meno particolare di tutte queste persone. Con la mia semplicissima maglia nera, i miei semplicissimi jeans e neanche un filo di matita negli occhi.

Ore 19.00. I cancelli si aprono. Bene. Il biglietto ce l’ho in mano, posso entrare. E ora ci credo veramente. Ci credo. Ho il palco davanti. Da adesso fino alle 21.30 è solo l’impazienza a farla da padrona. E anche una bella passata d’acqua… onde evitare svenimenti per il caldo, la sicurezza decide di rinfrescare il pubblico con un meraviglioso idrante. Pioggia artificiale per dieci minuti buoni. Piacevole inizialmente, non dava nessun sospetto di essere, nella minima parte del 30%, causa della totale perdita di voce da parte della sottoscritta.

Ore 21.30. Eccoli finalmente. I Placebo salgono sul palco. Solita posizione. Brian alla destra del pubblico, Stefan alla sinistra, Steve naturalmente al centro. Si comincia. Brian sfoggia un nuovo look…capelli rasati. Non dico a zero…ma facciamo a uno! Le prime note che si sentono sono quelle di One of kind, brano tratto dal loro ultimo album. Quasi tutte le canzoni dell’ultimo album Meds sono rappresentate dalla band. Gli altri album vengono leggermente accennati. Riconosco di non essere obbiettiva, io avrei voluto sentire tutte le loro canzoni di tutta la loro vita!!!

Ci presentano le canzoni nuove e ci ripropongono tra le più famose di quelle passate. La gente si esalta sempre di più, rimango incantata da quelli che per me sono gli esseri perfetti di questa terra. E’ amore! Li osservo attentamente, loro cantano e io sussurro le loro stesse parole. Assurdo, non parlo una parola d’inglese e i loro testi li so a memoria. La mia amica Leda che è accanto a me, comincia a gridare. Lei, proprio lei che ci ho messo pure un bel po’ di tempo a convincerla, lei che fino all’ultimo mi ha fatto patire le pene dell’inferno, non essendo totalmente convinta della sua partecipazione a questo evento. Lei che era così indecisa adesso comincia a gridare verso i miei 3 principi… non posso fare altro che seguire a ruota. Ed ecco il restante 70% delle cause del mio abbassamento di voce.

Arrivano le 23.00 in un batter d’occhio. Il concerto finisce con la splendida twenty years, i Placebo ringraziano, salutano e dopo l’immancabile inchino vanno via. Di solito alla fine di qualcosa di bello si è sempre un po’ tristi. Con mio sommo stupore ho la conferma che per me non è così. È tutto finito adesso, la piazza piano piano si svuota, il pavimento è ricoperto da ogni genere di rifiuto. Leda va a sedersi, è stanca. Ma felice. Io resto ancora vicino al palco, in silenzio (non posso fare altrimenti), con gli occhi sognanti e un sorriso stampato sulle labbra.

Ora è tutto finito. Esco dalla piazza. Sono felice.

Questo momento adesso è mio per sempre, nessuno potrà mai portarmelo via.



Qualche giorno fa, mentre venivo a trovare il sito del mio bel maialino, trovo pubblicata una mail in una lingua a me molto conosciuta …il mio dialetto …rimango un attimo spaesata…la prima idea che ho avuto, dovuta forse a qualche egocentrismo di troppo, è stata “Ma questa non l’ho scritta io!!!”…dopo qualche secondo ho realizzato che non sono l’unica sarda al mondo ad avere accesso a internet, ma al maialino no, sono l'unica Sarda.

Comunque. A parte queste fesserie, rimango un po’ stupita e un po’ intontita davanti a quel commento. Decido quindi di aspettare e di informarmi a riguardo.

La presenza di Soru alla presidenza della regione desta parecchio malcontento. Se devo prendere una posizione, io, almeno finora, sono stata d’accordo con le scelte che ha fatto. Ma non voglio parlare di politica, non ne sono in grado e rischierei di infilarmi in un tunnel senza uscita.

Mi limito solo a guardarmi intorno, a riflettere su quello che vedo e al massimo a esternare i miei pensieri. Io sono fiera di essere nata e cresciuta in quest’isola meravigliosa che corrisponde per filo e per segno alle descrizioni di quella Atlantide che ci hanno sempre raccontato.

 Io voglio il meglio per la mia isola, un meglio che gli anni scorsi non ho visto neanche da lontano, un meglio che forse non interessava a chi c’era a capo tempo fa. E poi è arrivato un uomo, semplice, garbato. Un uomo che ha voluto prendere in mano le redini della mia isola.

Un uomo che sta facendo delle scelte particolari, totalmente nuove e che quindi, destano molto interesse e scatenano le reazioni della gente. La prima e più famosa decisione è stata quella delle tasse sulle seconde case ai non residenti. Beh, personalmente, a me non riguarda. Io di casa ne ho una sola e per di più, sono residente.

Ho dei parenti che sono residenti fuori Sardegna e che hanno la casa. Ma parliamoci chiaro, quanto dovrebbero pagare?? Suppongo che ci sia un parametro di base, io non credo che le persone emigrate che lavorano fuori debbano pagare tanti soldi per una casa.

Questa mossa è stata fatta soprattutto per coloro che hanno i miliardi che escono dagli orecchi…e infatti, questa imposta viene chiamata “Tassa vip”…perché tutti gli anni, al nord dell’isola, si stabilisce un nugolo di very important person, se così vogliamo chiamarli…i vari Briatore e Smaila ad aprire i loro bei locali, dove l’ingresso costa 50 euro … 80, con la consumazione.

Dove c’è il Costantino di turno a fare il dee jay, dove ci sono le aspiranti soubrettes (che non hanno ancora conosciuto Sottile, se posso fare del sarcasmo) alla ricerca del loro secondo di celebrità. E si, un secondo e niente più, disposte a fare tutto il superfluo per cercare di averlo…fossero almeno 15 minuti!!!

Comunque. Tutte le estati la Costa Smeralda si popola di questa gentaglia che a settembre è pronta a ripartire lasciandoci le loro immondizie. Faccio un esempio. Un riccone entra in casa mia, dorme nel mio divano, mangia nel mio piatto e dopo essersi fatto i suoi porci comodi se ne va. E a me, altro non rimane che raccogliere le sue briciole.

Ah, solo per la cronaca, il riccone in questione è ritornato nel suo yacht chilometrico che ha il posto anche per un elicottero personale. Non aggiungo altro.

“Permesso??” “Chi è?” “Oh, volevo solo fare un giro” “Ma tu sei sarda?” “Si, certo” “E cosa ci fa una sarda in Costa Smeralda??”. Tipico stralcio di dialogo tra una sarda e una cameriera del nord Italia che lavora in un albergo in Costa Smeralda, per il suo datore di lavoro del Nord, che possiede la struttura e non paga un centesimo di affitto, che a settembre è pronto a chiudere baracche e burattini e a tornarsene nel loro nord, e ciao Sardegna, all’anno prossimo, per questa stagione il mio interesse per te è finito.

Mi spiace se un sacco di giovani non hanno un lavoro, mi spiace se devono emigrare, mi spiace di tutto, ma sai com’è cara Sardegna, finché tutto rimane così, io posso continuare a fare i miliardi sulle tue spalle.

Rendo l’idea ?

Altro giro. Si parla ultimamente della vendita di alcune miniere dismesse e abbandonate. Provo a pensare. Queste miniere sono abbandonate a se stesse da un sacco di tempo. Io vorrei valorizzarle, ma non ho i soldi…allora io vendo questi terreni, li vendo all’asta.

Poi, quando bisogna costruirci qualcosa vicino alla miniera, qualcosa che dunque non la distrugga, io metto nella clausola d’acquisto l’obbligo di far assumere solo persone della zona in cerca di lavoro e finito il progetto, che potrebbe essere un villaggio turistico, chiamo a lavorare solo ragazzi sardi pronti a disfare la valigia, perché non ne possono più di emigrare tutte le volte.

E’ giusto? E’ sbagliato?

Io ho esposto solo il mio pensiero. È solo che dopo aver avuto un presidente della regione che quando doveva presentare una relazione sulla Sardegna, si limitava a copiarne una già bella e pronta ma scritta per la regione Lombardia (che non mi sembrano proprio la stessa cosa), la presenza del signor Soru, che dopo aver costruito l’impero Tiscali si è impuntato per non smuoverlo da Cagliari rifiutando le proposte di spostare il tutto a Milano.

Che si batte per evitare le colate di cemento sulle coste, che promuove il turismo sano alleggerendo quello spocchioso che si è impossessato della Costa Smeralda, che non ha paura a licenziare i vari deputati-onorevoli che non combinavano niente, mi viene da pensare che forse, per la Sardegna, un po’ d’amore lo sente.

Se le cose andranno per il verso giusto potrò dire che il mio piccolo pensiero, aveva capito bene. Se andranno male, sarà l’ennesima promessa spezzata fatta da un politico. Solo che voglio essere positiva.

E prima di parlare di politica, spero che tutti gli addetti ai lavori, parlino di umanità. Perché è solo di questo che si tratta.

Qui Altre Opinioni



Io vengo da un paese di mare. A due chilometri ci sono due spiagge, una grande e totalmente libera, l’altra un po’ più piccola e con due stabilimenti.

Paghi solo l’ombrellone e la sdraio, non sei costretto a pagare solo per entrare, come vedo succede in buona parte del nord Italia. Io preferisco la grande. Dove anche se la gente è tanta hai sempre i tuoi spazi e se ti stiracchi non ti ritrovi con il braccio nella sdraio di qualcun altro.

Poi ce n’è un’altra. Un po' più lontano, ma saranno al massimo 10 chilometri. Questa spiaggia si chiama Murtas. Mirto, in dialetto sardo. Per arrivarci devi passare in una strada con un panorama bellissimo, tra le domus de janas, le tombe comuni, chiamate case delle fate, e ciò che resta di un vecchio castello del 1200,appartenuto ai Carroz e reso affascinante dalla leggenda di colei che
abitò in questo castello, donna Violante.

Una donna tanto affascinate quanto avida e vendicativa. Superato questo percorso continui la strada che ti porta al mare. Non prima però, di essere passato davanti a un altro punto della zona, conosciuto persino più del castello e delle tombe comuni. E' una base militare. Una base NATO che effettua tutte le loro esercitazioni nel posto più bello che esista.

Al paese è sempre un viavai di pullman e furgoncini militari. E ci sono dei giovani a bordo, dei ragazzi che campano di questo, dei ragazzi che non avendo trovato altro lavoro, prendono la decisione di arruolarsi per poter portare a casa qualche soldino.

Sono dei ragazzi normalissimi, che non perdono occasione per mettersi in mostra davanti a qualche ragazza che loro reputano carina. E quindi saluti e baci che fioccano dai finestrini dei pullman che si dirigono alla base. Come fanno tutti i ragazzi e se non tutti, molti.

Ultimamente ci penso a questi ragazzi. Penso a tutti i militari. In Italia c'è la disoccupazione e troppe persone ne soffrono. A volte sembra davvero che l'esercito sia la soluzione più immediata. E non ha niente a che fare con il patriottismo, con i riconoscimenti all'America che ci ha liberato eccetera.

Si tratta solo di giovani che hanno bisogno di soldi. E in quei casi dove i soldi sono proprio pochi pochi, ci sono le missioni di pace. Se di pace vogliamo chiamarle.


Questi ragazzi partono per qualche mese, nei luoghi più pericolosi che esistano. In Afghanistan, in Iraq. Eroi, li chiamano, ma sono dei ragazzi, giovani, che hanno questo lavoro e lo fanno per i soldi.

Avendo una base militare così vicina e vedendo tutti i giorni questi giovani, non posso non pensare a loro. Non posso non pensare a quello che sta succedendo fuori. Nassirya 2003, Nassirya 2006, Kabul 2006. Non sopporto la parola eroe in questi casi, non sopporto la parola patria e non sopporto neanche la parola pace, perchè è usata in un modo sbagliato. Se si chiama missione di pace, e lo ribadisco PACE non puoi mandare un ragazzo armato fino ai denti.

Non mandi un ragazzo in un luogo in cui si sveglia sotto il rumore delle bombe, dove la sera ringrazia il cielo per esserci ancora, dove la mattina dopo gioisce perchè è un giorno in meno che dovrà stare lontano da casa. Io non lo so quali siano le cose giuste e le cose sbagliate, ma mi hanno sempre insegnato che la guerra non porta a niente e che le armi non dovrebbero neanche esistere. E allora vorrei sapere veramente a chi è che fa così comodo che questo orrore vada avanti.

Potrei dire veramente quello che penso, ma rischierei di dire cose sbagliate, questa situazione è molto più grande di me e forse sono troppo presuntuosa nel voler trovare una soluzione. Io non lo so cosa succede in Iraq e in Afghanistan e in chissà quale altra parte del mondo. Cosa succede per davvero intendo, perchè non ci credo ai telegiornali che selezionano la notizia, prima di leggerla in diretta.

Non credo a niente. So solo che sono morte troppe persone che non hanno nessuna colpa. I mass media, i politici, continuano a ribadirci che i nostri militari che sono stati uccisi sono degli eroi. Io non ne sono fiera proprio per niente. Ce ne sono stati fin troppi, di eroi.

Non sappiamo cosa farcene, se questi eroi non torneranno se non in verticale. E loro non sanno cosa farsene del grado in più che ottengono il giorno del loro funerale. Fateli tornare a casa. Vi prego.


 

sara

Vorrei riciclarmi. Vorrei buttarmi in uno di quei cassonetti della raccolta differenziata e dopo vari trattamenti vedere se possa uscire fuori qualcosa di buono.

Magari con un carattere migliore. Più forte. Ma tanto lo so bene che anche se fossi diversa avrei comunque di che lamentarmi. Devo dire che in quanto esseri umani siamo ben difficili da accontentare.

E allora di questo me ne sono fatta una ragione. Però ci sono momenti in cui mi va di traverso la vita. In cui non capisco l’andamento di molte cose. O meglio… provo a capirle e mi rendo conto che sono completamente senza senso.

Penso a me e ai miei momenti “giù”. Sono in preda al panico.


Vorrei fermare il tempo e avere un attimo per pensare, invece qui tutti ti fanno credere che devi fare in fretta. A fare cosa non te lo specificano, ma fare comunque in fretta. E io non so neanche da che parte girarmi, figuriamoci un po’.  Sembra che sia tutto nelle mie mani.

Dalle mie scelte al benessere del mondo. E invece a me sembra quasi che in mano io non abbia proprio niente. Che oggi come oggi devo pregare di avere un santo in paradiso che sia disposto a proteggermi e ad aiutarmi. Che posso sbattermi per cercare di fare qualunque cosa, ma ci sarà sempre qualcuno più avanti di me. Perché se sei una brava persona, che non fa del male a nessuno, che rispetta le persone che gli stanno attorno allora arrivi secondo.

Al primo posto ci sarà sicuramente qualcuno che ha un bel cognome o un bel gruzzolo di soldi. Io non ho né l’uno né l’altro. Il bel cognome…beh, proprio bello…con quella U finale che di certo non tradisce le origini…e il bel gruzzolo, figuriamoci!!

Mi dicono di prendere un titolo di studio perché le cose andranno meglio e invece vedo migliaia di persone che un titolo di studio ce l’ hanno già e sono costretti ad andare a fare i lavori più ignobili. Sempre che ne trovino uno. Mi chiedono cosa voglio fare da grande, così comincio a parlare di tutti i miei sogni e mi dicono di mettere i piedi per terra.

Allora dico che potrei accontentarmi di poco, di stare qui nella mia isola, nel mio paese, che magari un lavoretto lo posso anche trovare e mi accusano di non essere per niente ambiziosa. E allora mi girano le balle!! Facciamo così…tu puoi dire e fare quello che vuoi, io intanto faccio come mi pare, ok ?

Tanto siamo tutti sulla stessa barca. Noi comuni mortali intendo. Che periodaccio, sarà che non ho fiducia in niente, sarà che mi sembra tutto così difficile, sarà che ho l’impressione che qui non si tratta di vivere, ma di sopravvivere. È un tantino diverso. “Ieri tutti i miei problemi sembravano così lontani”, tanto per citare i Beatles.

Sembrava un momento tranquillo e invece ora sembra che mi stia crollando il mondo addosso, sapendo benissimo però che, ringraziando il cielo, la sfortuna mi gira bene alla larga. Sono fortunata, sto bene, ho una
famiglia solida alle spalle e tante altre belle cose per cui non smetterò mai di dire grazie a chi di dovere.

Dico sul serio. Sono fortunata e so che per come vanno le cose oggi non dovrei avere di che lamentarmi. Anche se devo fare il diavolo a quattro per passare la maggior parte del tempo a casa mia. Anche se ogni giorno vedo persone con la valigia in mano e con le lacrime agli occhi che vanno via alla ricerca del primo squallidissimo lavoro, pur di non morire di fame.

Anche se quando vado in un agenzia di viaggi e il computer si impalla nel mio biglietto ci scrivono “sconto emigrati” e mi viene un po’ da pensare. Anche se le rare volte in cui la mente macina troppo e mi viene da pensare a cosa ne sarà di me, mi viene il panico.

Anche se mia madre non mi parla da giorni per una stupidissima “divergenza di opinioni”, chiamiamola pure così.

Anche se sono in uno stato confusionale. Non importa, sono fortunata. Domani andrà meglio. Domani sarò felice.



Oddio sono finite le feste!!! No, no, no, non voglio!!! Fatele ricominciare immediatamente!!

Io non riuscirò più a uscire per strada e vedere il buio al posto di quelle bellissime luci natalizie!! Non ce la faccio!!! Se incontro qualcuno in strada, al bar, al supermercato, da qualunque parte, nessuno mi farà più gli auguri per niente!!

Se eravamo tutti più buoni adesso torniamo a essere le merde che eravamo prima, neanche una “Buona giornata” sussurrata, niente di niente. Tutto freddo. Adatto al mese di gennaio.

Che al contrario dei detti, alle volte è pazzo pure questo, qui in Sardegna ieri sembrava marzo. Agli albori della primavera. Oggi invece è di nuovo grigio, così non ci abituiamo troppo all’idea.

Io il periodo natalizio lo adoro. Fosse per me il Natale si festeggerebbe due volte all’anno… io l’albero lo lascerei fino a Pasqua e il presepe pure. Manco fanno in tempo ad arrivare i re Magi che è già ora di smantellare tutto… ma un attimo, che modo è?

Questi tre sono in viaggio da mesi e appena arrivano gli togli la capanna dai loro sguardi? Non vale così, aspettiamo un pochino!! E poi i re Magi arrivano il 6 gennaio, giorno della Befana… e anche la Befana rappresenta un giorno di festa, anche se viene snobbata da troppe persone. Io l’ ho sempre detto che è un mondo maschilista. Guai a toccare Babbo Natale ma la Befana può anche non essere festeggiata.

Alle volte aprono pure i supermercati… fossi la befana prenderei a colpi di scopa nel sonno i commercianti che aprono pure il giorno di festa, come se la gente avesse bisogno di comprare anche in quel giorno e non si trattasse realmente di puro spreco di denaro e risorse. Oooh insomma, mi sto già alterando, si vede che le feste sono passate.

Stamattina i bambini che abitano nel mio vicinato non volevano tornare a scuola. Ci credo, neanche io ci voglio tornare e io mi prendo pure una settimana in più di vacanza!!! È lo spirito di festa che mi manca … materialmente il Natale lo puoi ricreare facilmente, nei negozi ci sono gli avanzi di panettoni e pandori che te li tirano dietro pur di liberarsene!!

Solo sembra che tutto sia tornato al solito ritmo, tutti hanno fretta, tutti hanno da fare, tutti sono seri… mi chiedo come facciano. Per riabituarmi alla normalità ho bisogno minimo di 2 settimane, ma forse il problema sono io, che arrivo sempre tardi alle cose.

Vabbè, mi metterò l’anima in pace, dopotutto tra poco ci sarà il carnevale che devo ancora decidere se amarlo o odiarlo. Dipende dai momenti. Non sopporto le bombolette con la schiuma, però mi rimpinzo di frittelle.

Comunque incombe la tranquillità, con l’arrivo della Quaresima che ti mette a digiuno. E alle volte sembra che altro non sia che un conto alla rovescia per abbuffarsi il giorno di Pasqua. Ma non corriamo.

Dopo questa sbornia di auguri io non riesco a farne più a meno.

E allora buona giornata a tutti, un minimo di buon cuore dal Natale me lo sono conservato.



È Natale. Adesso si. Adesso si può parlare di Natale, anche se è da settembre che vogliono venderci panettoni e alberi!!

Il Natale mi piace un sacco!! Sono un’amante sfegatata del mese di dicembre!! A parte che ci sono nata e ciò mi porta ad un grande senso di riconoscenza per questo mese. Ma poi è bello.

Fa freddo, è vero, però è bello passare le giornate accanto al camino o se esci andare a cercare ristoro in un bar con davanti una fumantissima cioccolata calda…mmmmm che acquolina!!! Non vedo l’ora di tornare a casa a fare l’albero e il presepe.

Li esigo entrambi. Mio babbo tutti gli anni lo spedisco a raccattare muschio, alle volte ci vado anche io, ma sono sempre distratta e non trovo mai un tubo. E poi costringo la mia mamma ad aiutarmi, perché la magia del Natale è fare le cose insieme, anche se lei ogni tanto mi sbuffa un “Rompiscatole…devo fare la cena”. Ma io sono contenta lo stesso!! E in più…

Caro babbo Natale!! Ah-ah, ti ho colto di sprovvista eh??

Ebbene, ringrazia che sono anche puntuale e non devi scendere dalla slitta e tornare in casa a prendere la mia letterina che ti arriva sempre alla vigilia. Dunque babbo, non so cosa chiederti.

Una macchina fotografica digitale non mi dispiacerebbe affatto. Neanche un lettore mp3. Oppure se vuoi andare sull’economico anche un lettore cd portatile lo gradisco volentieri, tanto non ce l’ho ugualmente, io ci arrivo sempre tardi a queste cose. Perché poi divento dipendente anche da quello.

Poi babbo, potendo ti chiederei di farmi risvegliare la mattina di Natale con 10 centimetri in più di gambe, ma so che non può succedere, neanche se prego Gesù bambino. Ma tornando a noi, anche la batteria del cellulare comincia a difettare. Non dico di regalarmene uno nuovo però dai una tirata d’orecchie a quelli dell’assistenza telefonini che l’altro cellulare ce l’hanno in consegna da settembre e ancora non si sono fatti sentire.

Intanto mi tengo questo, che ci sono pure affezionata perché ho messo le suonerie dei Placebo e adesso non rispondo più alle chiamate per non interrompere la canzone. Babbo gli altri anni ti ho sempre scritto letterine chilometriche, quest’anno invece sarò un po’ più breve. Perché è vero che ci sentiamo una volta all’anno ma non è giusto che ti riempia la testa di desideri.

Lo sai cosa vorrei? Che il giorno di Natale scoppi improvvisamente la pace. Te lo chiedo tutti gli anni di fare qualcosa per far smettere le guerre ma neanche tu ci riesci e questo la dice lunga su quanto sia difficile combattere contro la stupidità dell’uomo.

Mi si spezza il cuore tutte le volte che sento queste notizie e non riesco nemmeno a immaginare quanto possa essere terribile vivere una situazione del genere. Penso ai bambini che crescono col rumore delle bombe in sottofondo, che vivono barricati in casa, che rischiano la vita ogni minuto, che vivono col panico da quando sono nati. Penso a loro e non ho il coraggio di pensare a nessun regalo materiale.

Babbo, te lo chiedo io per tutte le persone buone. Portaci la salute e la serenità. È il regalo più bello che possiamo ricevere.

Qui le altre richieste  a Babbo Natale



Dicono che i bambini italiani siano i più maleducati d’Europa.

È una bella soddisfazione. A me piacciono i bambini. Degli altri, sia chiaro.

Ogni cosa a suo tempo. Mi piacciono perché mi trovo bene, sono praticamente una di loro. Beh, tutti siamo dei bambini, ma ce lo dimentichiamo. Comunque. Io ricordo un sacco di cose della mia infanzia.

Mi ricordo i giochi che facevo, i compiti delle scuole elementari, mi ricordo il tutto condiviso con mio fratello, di 6 anni più grande di me. C’è una cosa che ricordo e che oggi non appare più nell’infanzia della maggior parte dei bambini di oggi.

E la cosa grave, secondo me, è che a volte, seguendo troppo la psicologia, sembrerebbe quasi una cosa positiva. Insomma, io mi riferisco agli schiaffi che danno le madri. Oggi vedo una varietà di bambini che riesce a ottenere tutto quello che vuole senza che la madre faccia una piega.

Ma poi mica solo le caramelline o i cioccolatini che chiedevo io a mia mamma. Giocattoli che costano un occhio della testa!!!

Ricordo che per queste cose uscivo sempre con mio padre… mio babbo è sempre stato un po’ più malleabile della mamma, per cui alle volte, un giocattolino riuscivo a farmelo regalare. Ci tengo a precisare: sono consapevole del fatto che era un comportamento sbagliato. Quando però uscivo con mamma, il regalino me lo potevo anche scordare!! E se insistevo, vedi come mi arrivava un ceffone sulla faccia.

Devo essere sincera però … ero buona da piccola, quindi di colpi non è che ne abbia preso poi così tanti. Principalmente i miei genitori mi hanno sempre fatto capire chi comandava in casa e se loro mi dicevano che una cosa non era da fare io non la facevo, perché sapevo che altrimenti arrivavano i colpi.

Quello che oggi manca è proprio questo: una bella passata di botte. Un sacco di volte mi capita nei negozi o per strada, di vedere dei bambini buttati per terra in prteda a crisi isteriche perché la madre non compra loro il giocattolino che costa solamente 45 euro. E la mamma alle volte, che non regge la vista del figlio in lacrime, corre e acquista subito il gioco per far felice il suo bambino, che sembra tanto innocente ma se continua così tempo 15 anni diventa un teppista con la T maiuscola.

Ora, io lo so che il ruolo di genitori è uno dei più difficili che una persona possa trovarsi a svolgere e non voglio neanche fare la parte di quella che parla senza sapere niente di ciò che dice. Solo che ho gli occhi per vedere e anche se non ho figli, lo capisco lo stesso se c’è qualcosa che non va. Se avessi provato a buttarmi per terra per un motivo del genere ero ancora lì a incassare sculaccioni.

È che oggi, con la scusa di non turbare la psiche dei bambini, molti genitori chiudono un occhio e pure l’altro e danno vita a dei mascalzoni. I tipici bulletti dell’età adolescenziale e in seguito, nel peggiore dei casi, dei veri e propri malviventi, abituati ad avere tutto anche quando non se lo possono permettere.

Quando sento al telegiornale (praticamente tutti i giorni) dei casi di bullismo, dei giovani che a 16 anni sono già per le strade a combinare casini, io penso sempre ai loro genitori. Perché per non turbare la psiche dei figli non si sono nemmeno accorti che hanno creato una macchina per turbare la loro di psiche.

Vi racconto un aneddoto. Da piccola ho sempre sognato di avere un cagnolino. Ma vivevo in una casa che non aveva il giardino e quindi non era proprio il caso. Ma io non lo capivo e mi arrabbiavo con mia mamma. Anche quando abbiamo cambiato casa, nonostante il giardino lo avessimo, mamma era irremovibile. Perché sapeva bene che sarebbe stato un impegno in più per lei. Io cercavo di non arrendermi, ma un mio cagnolino non l’ho mai avuto.

Ora che ho capito la solfa, mi diverto comunque a richiedere a mamma il mio regalo mai ricevuto. E sapete perché? Mi diverte sentire la sua risposta, che è la stessa che mi dava negli anni addietro.

 Domanda: “Mamma, mi compri un cagnolino??”

Risposta ( in dialetto sardo ): “Po d’accirrai i nadiasa !!!” Traduzione : “per farti azzannare le natiche.”

 Altro che psicologo. Ci vogliono le pillole di saggezza della mia mamma.



Qualche giorno fa sfogliavo il giornale. A caratteri cubitali leggo il titolo “In bagno il nuovo scontro al parlamento.” Bene, penso. Chissà che diavoleria è questa.

Allora mi soffermo a leggere. In breve, Elisabetta Gardini aggredisce Vladimir Luxuria perché ha fatto pipì nel bagno delle donne. E ne nasce una polemica nazionale.

Non avevano proprio un tubo da fare al parlamento quel giorno, se si sono anche soffermati su questa vicenda. E dire che questioni da risolvere ce ne sono, mi pare. Io non capisco.

A parte il fatto che per quanto mi riguarda Vladimir Luxuria la può fare dove vuole, come chiunque, se vogliamo dirla tutta. Ragazze che leggete, Ditemi la verità… quante volte vi è capitato di andare in un luogo pubblico, di recarvi al bagno delle donne e di spaventarvi nel vedere una fila stratosferica?

E quante volte avete lanciato un’occhiata nei bagni degli uomini e vedendo che al massimo le persone in coda sono due avete deciso di cambiare fila? Siate sincere. A me è capitato un sacco di volte. ù

Ero cosciente e nel pieno possesso delle mie facoltà. Ci sono andata un milione di volte nel bagno degli uomini, perché lì la fila è sempre minore. E nessuno dei ragazzi che mi ha visto si è mai sentito offeso o danneggiato in nessun modo.

 Elisabetta Gardini ha anche dichiarato di sentirsi come se avesse subito una violenza sessuale … ma certo mia cara donna per amico, come si faceva chiamare in una fiction di diversi anni fa. Né è proprio sicura? No sa, perché fossi in lei starei molto più attenta a ciò che mi esce dalla bocca.

Perché non la va a vedere una ragazza che è stata violentata? Tanto purtroppo la trova anche facilmente in questo periodo…perché non si fa raccontare per bene tutto quello che ha vissuto? E poi vada pure in giro a dire che ha subito una violenza vedendo Luxuria uscire dal bagno.

Stiamo raschiando il fondo del barile. Io non ci capisco più niente. Ma non dobbiamo accettare tutte le persone, anche quelle diverse da noi? C’è entrata pure Cicciolina in parlamento, che fastidio può dare Vladimir Luxuria? Al massimo si fa portavoce di una realtà che conosce bene, non dovrebbe essere sempre così?

Tutti a perdere tempo in puttanate quando in Italia c’è la mafia, la camorra e chi più ne ha più ne metta. Nelle strade delle città, nelle case, nello stato. Dentro lo Stato.

Prima hanno perso tempo a censurare le Iene, adesso perdono tempo per decidere dove Vladimir Luxuria va a fare pipì. Proprio delle questioni importanti, grazie davvero da parte mia.

Mi vengono i nervi se penso che le cose veramente importanti passano sempre in secondo piano e lasciano lo spazio alle cazzate.

Voi risolvetemi le questioni mafia, camorra e compagnia danzante, io posso risolvere il fantomatico problema della Luxuria.
Per quanto mi riguarda può anche venire a casa mia a fare pipì, il bagno ce l’ ho.



Il tempo sta peggiorando. Mi sembra di stare in Africa.

Se la mattina fa un caldo pazzesco alla sera fa freddo. È così che si rimane fregati.

Ed eccomi infatti in compagnia di un bel 38 di febbre. Fantastico. È anche vero che le temperature cercano comunque alle volte di darci degli indizi precisi.

Ad esempio piove tutto il giorno così ti convinci a stare a casa. La settimana scorsa ha fatto un temporale allucinante, tanto che l’unica rete televisiva a vedersi bene era Rai3.

Mi sono sentita troppo acculturata dopo aver seguito per ben due giorni consecutivi quei programmi. Poi tutto è tornato come prima e ho continuato a guardare tranquillamente le cazzate.

Comunque ho scoperto tante cose interessanti e una mi ha colpito parecchio. Si parlava del prezzo della benzina. Ma voi lo sapevate quali tasse gravano su questi costi così elevati? Ve li dico io.

L’ ho sentito dire da Vianello, non Raimondo, ma quell’altro che fa “Mi manda raitre”, quello che ha tanto la faccia da brava persona.

 Il prezzo della benzina è alto di suo, ma in più ci sono le tasse per (udite udite): la guerra in Abissinia, l’alluvione di Firenze nel ’66 e la crisi del canale di Suez. Ebbene, per una volta che ho guardato un programma intelligente e ho sentito delle cose interessanti, posso mica stare zitta e non commentare?? Assolutamente no.

Andiamo per ordine. La guerra in Abissinia. Io in storia sono veramente un’asina ma mi sembra di ricordare che questa guerra, non sia successa propriamente l’altro ieri … o sbaglio?? E io vorrei capire perché questa tassa sia ancora in vigore e nessuno abbia provveduto a toglierla.

Poi. Firenze. Bella Firenze, bellissima. Ma ditemi una cosa. Io a Firenze ci sono stata e mi sembra che si sia ripresa piuttosto bene dall’alluvione!! E allora vale ancora la pena pagare un contributo tramite la benzina per la città di Firenze che di ricchezza ne ha da vendere? Ma fatemi il piacere. Dal ‘66 a oggi!!

E inoltre il canale di Suez. Ancora a pagare per la crisi. Non so voi ma io sento nell’aria una fortissima impressione di presa per culo. A parte che mi piacerebbe sapere sia chi ha messo queste imposte, che all’epoca potevano anche essere giuste, ma soprattutto vorrei sapere chi oggi non fa niente per abolirle, visto che mi sembrano alquanto inutili.

E poi l’Italia il suo bel contributo al canale di Suez l’ ha dato molto tempo fa, praticamente alla sua apertura, quando Verdi scrisse l’Aida, proprio per questo evento. In storia sono un’asina, ma in musica e melodramma sono leggermente (non dico tanto) più ferrata.

Ma roba da pazzi. Più ne saltano fuori e più ci sono cose che non vanno bene, ma com’è possibile? Vabbè, io il mio dovere di informatrice l’ ho fatto, adesso mi tocca smettere di scrivere che con l’influenza già ho la nausea, se poi mi faccio anche venire il nervoso per questa ennesima presa in giro ai nostri danni mi torna pure il vomito.


giorgia palmas
E ci hanno incoronato Miss Italia. La ragazza della porta accanto.

Mah. Io vorrei sapere di quale isolato. Una stangona di un metro e ottanta, occhi verdissimi, sorriso fantastico, da far prendere un attacco di cuore a chiunque le capiti nei dintorni.

Posso affermare tranquillamente che nel mio isolato gente così non ce n’è, grazie al cielo. Tutte a passare per ragazze della porta accanto. Pure le veline.

Ecco. Le veline. Problema dilaniante per le vere ragazze della porta accanto, che sono alte un metro e un succo di frutta, ben lontane dalle misure perfette 90-60-90 e molto meno pericolose poiché l’attacco di cuore non lo fanno venire proprio a nessuno.

Se non al vicino di casa che sbadatamente la vede appena alzata mentre va a stiracchiarsi nel balcone di casa, col pigiama di una taglia più grande, gli occhiali che altrimenti di prima mattina non ci vede un accidenti e i capelli (s)pettinati a nido di condor.

Ma ultimamente il vero interrogativo è solo uno. Ma perché le veline vengono tutte dalla Sardegna? In principio era la Canalis, poi la Palmas e ora Melissa Satta.
Più la Lodo, ma lei era letterina.

No perché questa caratteristica può portare a degli inganni e a dei grossi equivoci.


Esempio. Prendiamo un essere denominato uomo che non è mai stato in Sardegna. Immaginiamo che questo essere viva da anni ormai la dipendenza da velina mora di striscia la notizia. Azzardiamo che possa pure lontanamente immaginare che la stragrande maggioranza delle ragazze sarde siano a immagine e somiglianza di queste baldanzose figliuole che tutte le sere col loro metro e mezzo di coscia sculettano e sorridono davanti alle telecamere. Può succedere no?

E per questo motivo mi sento in dovere di prendere in mano la situazione. Io, nata e cresciuta in Sardegna.

Ve lo dico io. Le veline sono belle. Bellissime. Anzi, pure di più. Però, le stangone così si possono contare sulle dita di una mano!!! Prima il luogo comune delle sarde era che fossero tutte basse e tutte baffute.

La prima reazione a caldo sarebbe quella di scovare chi ha messo in giro questa voce per potergli sputare in faccia. La prima reazione a freddo invece è un sorriso, poiché sappiamo benissimo che non è così e chi magari parte con l’idea della donna baffuta non può che rimanere positivamente stupito.

Ma adesso la situazione si capovolge. E a sfavore delle non-stangone, delle non-bellissime, delle non-magrissime. In una parola, delle normali. Categoria di cui faccio parte.

Parliamoci chiaro. Io sono la prima a essere contenta di queste ragazze che si ritagliano un percorso nel mondo dello spettacolo. Tanto della Sardegna se ne parla raramente e mai di cose belle.

Da diversi anni a questa parte almeno viene rappresentata da queste ragazze bellissime e questo non può che essere un bene.
Alla tv si dice sempre che tanto quello che conta per davvero è come siamo fatti dentro. Ma la tv ne dice tante di cazzate.

Io voglio solo sfatare questo nuovo luogo comune, onde evitare fantasie false.
Io con le veline non ho proprio niente in comune, porca miseria.



Forse la colpa è mia. Forse sono solo una persona di poche conoscenze e di una statica mentalità.

C’è una cosa che proprio non concepisco. Le missioni nello spazio. Perché?? Io mi domando perché?? Mi sembra una delle cose più inutili di questo mondo. Ma se Dio mi ha messo sulla terra perché devo andare a vedere cosa c’è su Marte??

Cosa mi importa se lì c’è l’acqua, il fuoco, il Mc Donald’s, la Coca Cola … voglio dire, sarà sicuramente una cosa notevole e di un fascino indiscutibile, ma io proprio non riesco a dargli così tanta importanza. Ho una specie di allergia.

Non dico che cambio canale quando ne sento parlare alla tv, ma che smetto di ascoltare decisamente si. Non ne capisco niente e soprattutto non voglio capirne niente.

Non sono entusiasta di queste missioni e mi danno la stessa emozione che può darmi una soap opera. E ora che si sono messi pure quelli della pubblicità del vino a diffamare gli ingegneri aerospaziali, l’idea mi urta ancora di più.

Si, esagero, me ne rendo perfettamente conto. Ma ribadisco, non mi sembra una cosa eccessivamente importante. Non adesso, almeno.

Quante guerre ci sono adesso, al mondo? Quante persone stanno facendo la fame, adesso, al mondo? Quanti soldi devono elemosinare gli scienziati per poter finalmente effettuare in tutta calma le ricerche per le cure delle malattie?

E ultima domanda che mi incuriosisce … quanto costa mandare cinque cosmonauti in vacanza nello spazio per una settimana?

Attendo risposte certe. Nel frattempo, ripenso a tutti i pregi che solitamente sento citare a riguardo. “magari trovano gli alieni” “magari trovano l’acqua”…eh, magari. Tutti a gridare “allarme alieni” appena c’è qualcosa di strano sulla terra e i nostri astronauti a invadere i pianeti altrui.

E io, che qualunque cosa mi si dica, ci metto di mezzo la fantasia, mi immagino che un sacco di volte, sulle televisioni locali degli altri pianeti incomba in prima serata un giornalista alieno a dare l’allarme, perché una strana figura con due gambe, due braccia e un involucro ovale che potrebbe denominarsi testa, passeggia liberamente in un territorio non suo. O signore!! E se è un terrorista che arriva da Giove?? Magari non c’è tanta differenza tra il nostro mondo e il loro.

Tempo fa ho letto un libro. Diceva che gli alieni esistono eccome, ma si nascondo da noi, perché mai e poi mai, vorrebbero farci entrare nella loro galassia. Quando mai noi che per ogni minimo disaccordo ci massacrano l’un l’altro, invadendo le nazioni e sparando a raffica su coloro che non hanno mai fatto niente di male, se non avere avuto la sfiga di nascere su un luogo sbagliato, possiamo essere degne di far parte di un cosmo di tale importanza? Era solo un libro. Del 1940.

Mi fanno un baffo le supposizioni della NASA. Piuttosto mi rifugio nei racconti del libro, preferisco credere che sia davvero così.

Lo cantavano i Bluvertigo qualche anno fa. “E’ praticamente ovvio che esistano altre forme di vita”…come siamo presuntuosi a voler essere gli unici. Dei San Tommaso che se non vedono non credono.

Ultimo interrogativo!!! Giuro, dopo di questo riconosco ancora una volta di esagerare e poi sto zitta. Ma ora che si sta scatenando pure il finimondo per ritrovare il filmato dell’uomo che va sulla luna … ma quell’uomo, sulla luna, ci sarà andato veramente?

Promessa mantenuta. Sono esagerata. E la smetto qui.


 


Vi prego, qualcuno elimini i messaggini dalla sovrimpressione dei programmi televisivi!!! Vi prego!!! Varate un decreto legge. Punite con multe salate i mittenti. Vi prego!

E non basta che mi rispondano “ma basta che non li leggi”…no, non basta, perché non leggere quelle orribili scritte non è umanamente possibile!!! Che tu veda un programma musicale, un programma di calcio, una qualunque cosa, questi dannatissimi messaggi verranno sempre letti dal tuo inconscio!!!

Ma io sono convinta di una cosa. Quando questi messaggi passano nei programmi televisivi, sono certa che il diretto interessato solo nell’ 1% dei casi si trova davanti allo schermo. Naturalmente ci penso io a leggerli tutti.

Così facendo sono anche riuscita a formulare un’analisi dettagliata di chi dovrebbero essere i mittenti di questi sms. Ragazzini, principalmente, con un’idea inesistente di cosa siano i valori e le cose importanti. Fino a quando ci sarà qualcuno che scrive “I Blue sono la cosa più importante della my vita” significa che ci sono dei giovani che hanno seri problemi.

Parte dettagliante della mia analisi riguarda l’alfabetizzazione di certi soggetti. A questo mondo c’è troppa gente che dimentica l’utilizzo della povera lettera H, che al contrario di tutti i detti, vale eccome.

Altri personaggi le trovano tutte per chiedere perdono alla fidanzata…ma scusa, non fai prima a mandarlo direttamente a lei che sicuramente hai la certezza che almeno lo legga??

 “Dedico la canzone di Raf alla mia fidanzata Giunchina, perdonami se ti ho tradita”…ma bravo, così adesso non solo mezza Italia sa che tu sei verme e lei cornuta, ma in più lei deve pure massacrarsi le balle con l’ennesimo pezzo di Raf, stranamente uguale a tutti gli altri.

Ah, sembrano così lontani i tempi in cui a questo ci pensavano solo i programmi radiofonici, che nascevano apposta per questo motivo e si basavano sulle telefonate che ricevevano per passare la musica. Ma in televisione la cosa è insopportabile. Perché la canzone, io non riesco a sentirla, mi perdo nelle smielate che la gente manda, le smielate che il beneficiario non leggerà mai, ma che io, io si che sono costante, non me ne perdo nemmeno uno.

Non sto neanche a dire che ovviamente, non c’è persona al mondo che mandi un sms alla tv per dirmi qualcosa. Non ho nessuno da perdonare, non ho nessuno da salutare in diretta televisiva, non ho nessuno cui dedicare una canzone. E anche se ci fosse, non accetterei mai di vedere le mie parole sotto il faccione di Bossari, giusto per fare un esempio.

Tanto, alla fin fine, l’unica cosa che vorrei sapere è una sola. Quanto sono disposti a spendere queste persone pur di vedere due scemenze alla tv scritte da loro?? Dato che i prezzi variano dai 50 centesimi a un euro…beh, io non so, ma credo che chi ne mandi uno, prima o poi ne manderà anche un secondo e poi un terzo e poi un quarto.  E la tv ci guadagna e ci guadagna e ci guadagna ancora.

Ma ne ho tempo da perdere a predicare. Cosa volete che ne capisca io, di quale emozionante adrenalina si senta nel dire “Mi raccomando, non perderti top of the pops che mandano il mio mex, se lui lo legge sono troppo happy, che magari poi gli chiedo se vuole essere il mio boy”.

Cosa volete che ne sappia.



E no, non ditemi che sono noiosa perché ne ho già parlato. Non ditemi che sono noiosa perché non ho altro nella testa. Non ditemi che sono noiosa perché penso spesso a domenica sera. Non ditemi che sono noiosa se non parlo che di pallone.

L’altra volta l’ho detto. Io nel 1982 non ero nata e quindi ero molto stufa di sentire sempre ricordare questa data. O meglio, di sentirla ricordare nel modo sbagliato.

empre a cercare coincidenze a tutti i costi.

Così tante coincidenze che alla fine non ci credevo nemmeno più che anche quest’anno, poteva essere l’anno buono. Con un mondiale partito in modo forse sottovalutato, perché ancora freschi dello scandalo del calcio. Già, già.

Però non ho mai smesso di credere nella forza della nazionale italiana!! Lo riconosco, la mia obbiettività è pari a zero in questi casi, solo che mi faccio prendere dall’entusiasmo e allora, uno spiraglio di speranza anche nelle cose che sembrano tutte marce, lo trovo comunque.

È stato questo per me il mondiale. Far vedere a tutto il mondo che siamo capaci e che quegli imbrogli non hanno nulla a che fare col gioco. E mentre il francese che è sempre stato reputato il migliore di tutta la nazionale riesce a buttare nel cesso tutta la sua carriera in dieci secondi per una testata a un avversario, l’azzurro pervade il campo, il cielo di Berlino e tutte le piazze italiane.

Non immaginavo che fosse così bello scendere in piazza a festeggiare. Una roba mai vista!!! Persone irriconoscibili per via delle loro facce tricolori, persone che salivano sulle macchine a sventolare bandiere, chi camminava solitario e intonava inni d’amore verso i calciatori. Un casino, ma un bel casino!!! Non c’era altro da fare, esultare e basta.

Abbiamo vinto i mondiali dopo una partita  al cardiopalma… pure i rigori… e non vi racconto le mie condizioni…già…perché io sono quella che quando il Cagliari perde una partita di campionato le si abbassa la pressione e non chiedetemi come, perché non ve lo so spiegare.

Io, quella che una volta che è andata al bar a vedere una partita e il Cagliari ne ha presi tre di fila non ci vedeva più perché le lacrime le oscuravano la vista. Io, quella che quando pure il Milan (ammetto un forte simpatia) ha perso la coppa Intercontinentale nel 2003 ai rigori ha dato un calcione alla porta…ma l’ha dato male e ha zoppicato per tre giorni. Una fessa completa.

Quella che quando a Francia ‘98 di Biagio ha preso la traversa si è messa a piangere ma si è chiusa in bagno, perché la mamma non sopporta queste sceneggiate per un semplice pallone.

E poi ieri, appurato che la situazione non si sbloccava e non c’era altro da fare che quei tiri dagli 11 metri, mio Dio, non sapevo nemmeno se guardare oppure no. Se salvaguardare la salute o se rischiare il collasso. Ma la curiosità è la più forte, vada per godersi anche questi rigori. Sopporto tutto. Mi stupisco di me.

E loro, i ragazzi, i calciatori, perché io ci parlo con loro quando guardo la tv, li chiamo per nome e li incoraggio. E loro ripagano le mie preghiere non facendo nemmeno un errore e meritandosi i miei complimenti.

Adesso che siamo i campioni del mondo cerco pure io di tornare alla normalità, senza le paranoie scaramantiche che mi sono fatta… posso buttare le lenti a contatto che sono vecchissime, ma sapete com’è, quelle lenti mi hanno accompagnato dall’inizio del mondiale, porterà mica male buttarle via?? E poi posso tagliarmi le unghie delle mani… non avrei avuto più niente da mordere altrimenti…e poi…porterà mica male??

E ieri sera, rientrata dai festeggiamenti, metto pure a lavare i jeans dopo che durante la cena mi è stata gettata addosso della birra. Troppo entusiasmo? No. Pura distrazione. Ma non importa. Con una gamba che sapeva di birra, con le unghie spezzate e con le lenti che mi facilitavano la lacrimazione, queste giornate non le dimenticherò mai.

Che questa data si imprima per sempre nella mia memoria.

9 luglio 2006, Italia campione del mondo. E che cavolo, stavolta c’ero anche io!!!


Profumo di finale. Profumo di gol. Profumo di rivalsa… dopo che i tedeschi si sono divertiti a prenderci in giro bene bene, ora è il nostro turno.

La pizza che se la mangino pure, buon appetito e buon rientro a casa. Ma non è di questo che voglio parlare. Alla fine chi se ne importa di questa rivalità strana.

Strana perché è stata solo la Germania a vederci come dei nemici da eliminare e invece è successo proprio il contrario. Bene. Italia in finale ai mondiali di calcio del 2006…mamma mia, mi sembra un sogno!!! Io voglio crederci davvero.

Io nell’82 non ancora nata e naturalmente non posso ricordare niente, se non le immagini viste e riviste. Ma non è la stessa cosa.

 Una bella emozione, certo, sta di fatto che io a quell’evento, non ho partecipato. Però mi ricordo qualcosa degli altri anni.

Mi ricordo che una volta, ero molto piccola, ero indecisa se tifare anche l’Olanda, perché c’era Gullit, che adoravo. Ma poi ho capito che non aveva molto senso, beh, non l’ho capito subito, me l’ha fatto capire mio padre, che per poco non mi metteva in punizione per “dichiarazioni offensive rivolte al proprio Stato di appartenenza”…quando uno è carabiniere lo è fino in fondo … prima l’Italia, poi tutto il resto.

Solo l’Italia. E provaci a separarla, basta una partita di calcio per unirla tutta, da nord a sud, altro che referendum e altro che dividere!! Dateci un pallone, che lo dimostriamo subito cos’è l’uguaglianza. Lo so che fare questi discorsi sul calcio può sembrare assurdo, visto tutto il casino che è successo. Ma io non ce la faccio proprio, non è colpa del pallone, è colpa degli uomini che hanno voluto guidarlo.

Non è colpa dello sport, è colpa di chi l’ha sporcato. E allora, anche se ci provo a fare la dura, non potrei mai riuscirci, perché prima o poi, l’occhio su quel pallone mi cade eccome. Mi arrendo subito.

Penso che il campionato italiano sia tutto da rifare. Ma il mondiale no. Il mondiale non si tocca. È l’unica occasione che l’Italia ha per dimostrare a tutto il mondo che il suo può essere un calcio pulito. Che se vuole può fare le cose per bene. E in modo corretto.

Mi dispiace tanto quando sento tanti italiani che non provano più niente per la nazionale, posso capirli, se ci ragioni su in effetti ti hanno dimostrato che è tutto uno schifo. Solo che io non voglio ragionare, io voglio sognare che le notti magiche inseguendo il gol possono esistere ancora, voglio sognare che un ricordo concreto di coppa del mondo lo posso avere anche io, classe 1983, nata appena un anno dopo quell’ultima vittoria planetaria.

Spero che sia l’inizio di una nuova vita per il calcio italiano, il mondiale sarebbe un ottima partenza. Via tutto il marcio, via gli interessi economici. Undici uomini vestiti d’azzurro e un pallone. È tutto quello che desidero.

Aspetto domenica, con l’ansia, perché io mi faccio coinvolgere, manco dovessi andarci io a giocare. Incrocio le dita e guardo il cielo. Che è azzurro. E un’ondata di romanticismo mi pervade.

E domenica, nella finale contro la Francia, sarò li ad aspettare un'altra vittoria, una vittoria azzurra.

Viva l’Italia, l’Italia che resiste.


Sono giunta a una conclusione. Mai ascoltare le voci di corridoio. Non sono mai vere e solo nell'1% dei casi sono fondate.

Io farei appositamente una legge per abolirle. Multe salatissime a chi le mette in giro che quasi sempre è gente che non si fa mai i cavoli propri.

Faccio un esempio, il più banale. Stamattina, mentre ero all'università e aspettavo per entrare in un'aula per fare un compito, un ragazzo si avvicina e mi chiede per quale esame sono lì. Io ero lì per storia del melodramma, lui per storia della musica.

Mentre gli raccontavo veramente com'era il suo esame di musica, cioè niente di eccessivamente complicato (io c'ero già passata) mi viene la pessima idea di chiedergli se per caso sapesse di cosa si trattasse l'esame di melodramma.

 "Ah guarda" mi fa "io l'ho dato da poco, ti chiedono tutte le opere, l'atto da cui è preso il brano che ti fanno sentire, tutte le date, il luogo e i nomi dei teatri in cui si è svolta la prima e a volte anche a cosa si è ispirato l'autore mentre la scriveva".

Oh signore!!!! Mentre ero ancora seduta ad aspettare vedevo me stessa alzarmi e andarmene da quel luogo angusto. E adesso? Mi ripeto in continuazione. Cerco di tranquillizzarmi. Male che vada...non succede niente!!! Alla fine si tratta di libri e al diavolo, se va male me ne torno a casa lo stesso, non cambia nulla.

Decido quindi di restare e di tentarmela. Posso sempre ritirarmi, penso. E arriva l'ora di entrare a fare questo benedetto compito. Il tutto consiste nel riconoscimento di 5 opere. Stop. Autore e data. Anche approssimativa.

Ma vai a quel paese, ragazzino portatore sano di panico inutile!!! Se ti incontro per strada ti spacco la faccia, io che ho pure cercato di tranquillizzarti per il tuo stupidissimo esame di cui non me ne poteva fregare di meno e tu, essere denominato studente bastardo, nel giro di un minuto hai fatto il possibile per farmi venire la così detta cagarella!!!

Meno male che ho sempre una piccola parte di me, quella menefreghista che non ascolta mai nessuno. Ma io non capisco!!! E ne trovo sempre di questa gente qui. Quelli che sembrano i super saputi, quelli che dalla vita hanno già imparato tutto, quelli che sanno tutto loro e gli altri sono solo degli incapaci, degli incompetenti, degli inetti e chi più ne ha più ne metta.

Quelli che ti guardano dall'alto del loro niente e cercano solo con l'immagine di farti sentire piccolo e inesistente. Beh sentite, inutilità fatta a persona. Potete fare i grandi quanto potete, io per fortuna, sono troppo piccola per vedervi e siete talmente presi dalla vostra grandezza che io passandovi da sotto, riesco a sorpassarvi senza che neanche ve ne rendiate conto. Ma che asini.

Io vorrei sapere a cosa vogliono arrivare queste persone. Forse vogliono farsi notare...ma da chi? Da me? Capirai ...e dopo che io ti ho notato cosa cambia?? Cambia che anche io ho capito come sei e adesso, c'è una persona in più al mondo che sa che sei un idiota. Giusto per la cronaca, stamattina quell'esame mi è andato bene e se domani qualcuno mi chiederà consigli a riguardo, io dirò la verità.

Perchè non voglio che qualcuno mi odi senza motivo. Oddio, neanche col motivo sinceramente, ma questo è un'altro discorso. Io non le capisco le persone che dicono le bugie inutili. Si, perchè penso che ci siano anche quelle utili. Tipo che vedi l'ex fidanzato di una tua amica e mentre lei è intenta a parlare male di lui tu non le dici che l'hai visto pochi giorni prima, perchè sai bene che ti chiederà se lui ha parlato di lei e sai che ne soffrirà quando le risponderai di no. Non dici niente ed è tutto risparmiato.

Queste sono quelle bugie che ti proteggono anzichè ferirti. Le bugie inutili invece non feriscono subito, ma feriscono a lungo andare. Una non fa niente, ma quando diventano troppe allora sono dolorosissime. E nel mio caso, non fanno male, è vero, ti fanno solo venire l'incazzo. Ma che bisogno c'è?

Non devi darti un tono con qualcuno, con me poi, con una che sbandiera ai 4 venti di essere un'asina patentata nel campo degli studi, con una che non ha paura a dirti che è una pessima studentessa. Non capisco il senso di questo genere di bugie. Sempre a far vedere di essere meglio degli altri, sempre a demoralizzare il prossimo, così magari si ritira e la scena è tutta per te. Per uno stupido esame in questo caso, pensa quando le cose si fanno serie.

Uno dei miei difetti più noti è quello di avere difficoltà a socializzare, di restare sempre sulle mie. Di restare sempre in disparte, all'ombra di coloro che si puntano da soli le luci dei loro riflettori. Prima ne soffrivo. Poi ho visto come andavano le cose.

Ho visto che le persone che si autocelebravano sono state buone solo a parlare e alla fine, chi come me, restava in disparte, è riuscito a fare molte più cose. Pur senza dire niente.

Era una vecchia sofferenza....si è rivelata un'ancora di salvezza.


Ci siamo. Si comincia. Già da ieri aleggia per le reti RAI una simpatica scritta con scritto Germania 2006 e i giorni mancanti all’inizio del mondiale di calcio.

Il calcio mi piace parecchio, sono tifosa, mi piace guardare le partite alla tv. Diciamo che se dovessi stare a sentire una tra le tante dicerie che girano sugli uomini dovrei pensare di avere una parte mascolina che si impossessa di me la domenica, perché io, in tal giorno, rimarrei veramente spaparanzata sul divano a seguirmi tutte le partite di campionato e pure i commenti del dopo partita.

Adesso il campionato è finito e la domenica sento come un vuoto. Dovrei essere felicissima per l’inizio dei mondiali e in parte lo sono. In parte. Da settimane non si sente parlar d’altro che degli scandali del calcio. Finalmente se ne parla aggiungerei.

Anche se sinceramente non capisco tanto stupore dei mass media. Si sapeva da anni che le cose andavano così, non vorranno mica farci credere che nessuno sospettava niente! Principale indagato: Luciano Moggi.

Ma ora ditemi una cosa…esiste al mondo una e dico una persona che abbia mai creduto che quell’uomo fosse una persona senza macchie ?? Ma figuriamoci!! Uno con la faccia uguale al signor Burns, il datore di lavoro di Homer Simpson tutto può essere fuorché una persona linda!! Basta guardarlo in faccia per un minuto per rendersene conto. Quello è uno che non si fa alcun problema a rovinarti la vita se osi mettergli i bastoni tra le ruote.

E scusate, va bene avere una squadra forte e dei calciatori competenti ma quando è sempre e solo una squadra a vincere su tutte permettete che qualche sospetto mi venga, anche senza che i telegiornali lo sbandierino ai quattro venti. Che vergogna. Bella
figura che abbiamo fatto con tutto il mondo.

Sono proprio le persone a capo del calcio che hanno rovinato tutto, con i loro sponsor, coi loro giri di miliardi e ovviamente coi loro miserissimi interessi. Perché anche se hai i soldi che ti escono dalle orecchie sei solo un miserabile se riesci persino a sporcare quello che dovrebbe essere solo un gioco. Un pallone e 11 contro 11, è solo questo che ti deve servire, non la maglia con la scritta SKY e la società che funge da procuratore per tutti i calciatori. E guai a chi non si iscrive. Che schifo.

Ormai ho perso il conto di quanto tempo sia che alla parola calcio vengono associate le parole sponsor e business. E a sorreggere questi ultimi due termini secondo me ce n’è un’altra di parola. Una parola che comincia con “mer” e finisce per “da”. Una parola che puzza parecchio, ecco perché non la dice nessuno.

 Loro a farsi i loro sporchi affari e noi, poveri, pure a tifare. Che delusione!!! Per una volta tutti i tifosi di tutte le squadre sono uniti dal colore della vergogna, chi se ne frega dello scudetto, chi è che lo vuole veramente quest’anno. Bisognerebbe fermare tutto per un po’ di tempo, altro che ricominciare a metà agosto.

Bisogna fare piazza pulita ed eliminare tutta la mafia che marcisce questo sport stupendo. Io ci metterei delle persone normalissime a capo di tutto. Per esempio io mi ci vedrei benissimo come presidentessa della Federcalcio.

Anzi, dato che ho internet a disposizione ne approfitto per candidarmi pubblicamente a ricoprire questo ruolo!!! Giuro, io tutte le settimane sceglierò gli arbitri a casaccio, metterò tutti i nomi in un urna e poi li pescherò. Chi capita, capita.

Metterò la moviola in campo e otterrò la supervisione di tutti i contratti di calcio mercato, caccerei via tutti i personaggi di spicco che hanno ridotto lo sport a questa vergogna e metterei a capo di ogni squadra un tifoso.

Un tifoso bianconero a capo della Juve, uno rossonero a capo del Milan eccetera. Alla prima scorrettezza retrocessione a tavolino nel peggiore dei casi. Nel migliore, una bella manciata di punti in meno nella classifica. E una personalissima serie di schiaffoni ai responsabili. Sarò onorata nel farlo.

Per fare bella impressione se volete, indosserò tutti i giorni la giacca e la cravatta. Io dico le fesserie, ma tutto questo marcio intorno mi sembra talmente assurdo che voglio continuare a pensare allo sport come me l’hanno sempre insegnato.

Un gioco. Un semplicissimo gioco. E comunque, come presidentessa, le cose potrei solo migliorarle. Perché dubito che possano andare peggio di così.


Un po’ di tempo fa, mentre gironzolavo per la facoltà mi ferma un tipo a chiedermi se può farmi delle domande. Mah...ok…sentiamo questi quesiti.

Dovevano essere delle semplici domande, invece a un certo punto mi sento dire : “Che cosa vuoi fare da grande??” O mio Dio…ma ti sembra una domanda semplice questa?? Attimo di silenzio …glom…mah…ehm… insomma, dopo una serie di mugugni non ero ancora riuscita a dire niente. Non era proprio un grande momento. Poi sono riuscita a dire che a me piace lo spettacolo, la musica, che mi piace scrivere e forse è l’unica cosa che so fare.

Il tipo ha scritto qualcosa che riassumesse ciò che gli avevo detto con tanta fatica. Grazie al cielo il resto dell’intervista era abbastanza semplice e si è conclusa velocemente, non dopo una domanda imbarazzante del tipo “Quanti esami ti mancano?” cui ho prontamente risposto con un  “E’ anonima l’intervista, vero?”.  L’ho sempre detto, sto arrivando al punto di supplicarlo …stendiamo un velo pietoso sulla mia attività di studentessa. Comunque, uscita dalla facoltà ho cominciato a pensarci, ma non troppo seriamente, altrimenti poi mi vengono le crisi di panico.

Che cosa voglio fare da grande? Dove sarò io da grande? Tutte queste domande si susseguivano passo dopo passo, per tutto il percorso che doveva portarmi a lezione. Mentre camminavo guardavo le altre persone e mi chiedevo se loro sapessero già che cosa volevano dalla loro vita. Però ero tranquilla, non mi preoccupavo di niente. Mi balenavano in mente un sacco di cose “Voglio occuparmi di spettacolo” “Voglio fare la scrittrice” “Voglio fare l’addetta stampa di una rock band italiana ”


“Voglio fare questo” “Voglio fare quello”….per poi concludere con un “Voglio diventare ricca sfondata così passo la vita solo a divertirmi e
facendo tutte queste cose messe insieme!!!”. Quando ero piccola ero praticamente uguale a ora, non sapevo decidermi e avevo in mente un
sacco di mestieri. Volevo fare la ballerina, l’acrobata, la trapezista al circo. Sapevo tutte le coreografie di Lorella Cuccarini, per quanto
riguarda le acrobazie era mio padre che mi prendeva in braccio e mi faceva restare per aria. Altri tempi, pesavo circa 10 chili.

Poi  sembrava quasi che avessi messo la testa a posto, come si suol dire ed ero indecisa se fare la hostess o la benzinaia. Due mestieri molto
simili. Sembrano i discorsi che fanno le ragazze che partecipano a Miss Italia. “Voglio fare l’attrice oppure l’avvocato”. Bene, anche tu hai
le idee chiarissime. Benvenuta nel club.

Ah, dimenticavo. Quando ero bambina volevo pure diventare Miss Italia, poi però la natura mi ha fatto rimanere quel metro e succo di frutta che sono, quindi per forza di cose, questo desiderio è andato a farsi benedire. Alla fine di tutti quei pensieri ho deciso di fare come sempre. Non penso al futuro. Non voglio pensare al futuro, ci sono delle cose del presente che non ho ancora capito, figuriamoci se posso mettermi a fare grandi progetti.

Nel film “tre metri sopra il cielo” (che tra l’altro, non mi è piaciuto manco per niente) c’è una frase che dice “ci sono due giorni che non conosco: ieri e domani”. Ecco. Sono d’accordo. È l’unica parte del film che condivido e apprezzo. Sapete, da quando sono fuori dalla Sardegna ho notato molte differenze nel modo di parlare. In Sardegna il tempo futuro non esiste proprio.

Non dici “fra tre mesi andrò in Francia” ma dici “fra tre mesi vado in Francia”. Mi fa pensare solo a una cosa. Secondo me il futuro non esiste. Anche domani è futuro ma nel momento in cui lo vivo diventa presente. Domani è presente. Pensando così ho anche trovato la risposta a quella domanda…che cosa voglio fare da grande? Te lo dico quando divento grande!

 


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