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I vostri Racconti


Diario di Una Storia Insignificante

di  Gala

Laura, nonostante i suoi tredici anni, non poteva certo definirsi una Lolita. 
Precoce, sì. E procace: aveva un seno importante, che lei cercava di mimetizzare ingobbendosi. Ma era consapevole che era proprio quello, che piaceva ai ragazzi.
Io  le invidiavo la risata. La trovavo spregiudicata.
 
Compagne di scuola alle medie inferiori, fummo amiche inseparabili per alcuni anni.
Quando Laurà fu bocciata, in seconda, venne mandata a lavorare in una serigrafia.
Io l'andavo a prendere all'uscita, il pomeriggio. Ricordo ancora il pungente odore dei solventi.
 
Laura teneva un diario, al quale confidava tutto: fatti, sogni e   sospettavo   anche qualche bugia.
Ci trovavamo a casa sua e leggevamo le sue avventure. Mi piacevano quelle estive, ambientate a Soncino, un borgo tra le province di Cremona e Brescia.
 
Il suo eroe era un giovane giostraio che lavorava in un Luna Park allestito sulla sponda del fiume. La corteggiava regalandole gettoni per l'autoscontro. Me la immaginavo, mentre mi leggeva le pagine più intense: sballottata nell automobilina, con i lisci capelli neri che le schiaffeggiavano la bocca costantemente aperta al riso, mentre lui  in equilibrio sullo spesso paraurti di gomma dimostrava così di averla scelta.
 
Quell'estate avevo avuto il permesso di andare anch io in vacanza a Soncino, ospite per una settimana della zia di Laura. Nessuno ci poteva accompagnare e si decise che saremmo andate da sole, in pullman.
Eravamo due ragazzine indipendenti, abituate a sbrigarcela mentre i nostri familiari lavoravano.
 
Arrivammo alla stazione delle corriere con largo anticipo sull orario di partenza.
C'era un bar, con un juke-box e la voce di Gianni Morandi che cantava a volume altissimo La Fisarmonica.
 
Laura ordinò due panini, che mangiammo stando in piedi. Io, sbocconcellando timidamente; lei, guardandosi intorno con aria magnetica.
Le sue attenzioni erano rivolte a due ragazzi. Come noi, uno biondo e uno bruno. Non poterono resistere alla tentazione, e ci abbordarono.
 
Erano due ragazzi grandi, avevano la macchina e si offersero di accompagnarci a destinazione, con la loro auto bianca.
Laura, ridendo, accettò dopo avermi rivolto una rapida ma eloquente occhiata e io lo trovai possibile, visto che stava accadendo.
Il biondo  quello che Laura mi aveva ceduto, con una gomitata nel fianco e un cenno del mento -  sedeva davanti, mentre l'amico guidava. Era il più taciturno dei due.
 
Arrivati a Soncino, Laura volle farsi accompagnare subito al Luna Park. Con una mossa che di certo aveva tenuto impegnata la sua fantasia durante l' intero viaggio, si lanciò verso il suo giostraio, lasciando sconcertato il nostro bruno autista, mentre il suo amico li osservava e io osservavo lui. Ripartirono.
 
Al ritorno da quella vacanza, comprai un quaderno con la copertina rossa e intitolai la prima pagina: Diario. Volevo raccontare di questo incontro, disegnare e sottolineare i contorni del profilo di questo ragazzo biondo. Ma rimase una pagina bianca.
 
Solo oggi credo di aver imparato una lezione: non è necessario avere qualcosa di significativo da dire, per scrivere su un Diario.

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